Venezia, una storia d’acqua

 

Piero F.
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MILLENARIA E COSI' PRECARIA.
La storia millenaria di Venezia non e' solo la storia delle sue straordinarie vicende politiche, religiose e militari di Citta' –Stato e di grande potenza marittima ed europea. Ma e' anche la storia straordinaria anche se meno conosciuta, di una comunita' umana operante e vivente sull' acqua. Quotidianamente impegnata percio' , da un lato, a difendersi dalle offese del mare; ma, dall' altro, anche a ricercare e mantenere col mare un equilibrio costante e indispensabile alla propria difesa dai nemici della terraferma e alla sua esistenza di citta' anfibia.

Le testimonianze degli storici (Strabone, Cassiodoro, Plinio eccetera) sono infatti concordi nel rilevare che duemila anni fa tutto l' arco adriatico compreso fra Ravenna e Duino era un succedersi ininterrotto di lagune, di paludi e di aquitrini. Oggi invece sono tutte interrate dai fiumi o fagocitate dal mare, eccetto quelle di Venezia, Marano e Grado.

 La prima certezza dunque che accompagna la nascita e la crescita di Venezia e' quella degli interventi umani volti a mantenere un equilibrio idraulico ottimale fra il mare e il bacino lagunare, che le sole leggi naturali non sarebbero bastate a preservare ne' quindi a salvaguardare l' intera citta' . Nel IX secolo inizia la vera e propria crescita della citta' col moltiplicarsi delle abitazioni, dei piccoli cantieri, delle chiese eccetera per la maggior parte in legno, erette su palafitte. L' intera comunita' veneziana comincio' allora a prendere coscienza anche dei grossi problemi connessi alla conservazione della laguna e alla difesa della citta' dal mare.

Alla devastante inondazione del 589 seguono altre alte maree eccezionali ad altezza d' uomo nel 782, nell' 840, nell' 885, nel 1102 e nei secoli successivi. Verso la terraferma, d' altro canto, cresceva l' interramento causato dai fiumi sfocianti in laguna, e la conseguente minaccia per la citta' di diventare facile preda degli eserciti avversari. Da qui gli sforzi congiunti di aristocrazia, di magistrati e di popolo che da allora, in materia di acque furono sempre rivolti in tre fondamentali direzioni: contrastare l' interramento lagunare provocato dai fiumi; garantire la regolarita' dei flussi e riflussi delle maree, con l' accurato e continuo dragaggio dei tortuosi canali lagunari e di accesso delle bocche di porto; accrescere e rafforzare costantemente le opere a difesa delle isole abitate e dei litorali a mare. In questo quotidiano e secolare rapporto di "amore" e di "lotta" con le acque sta la fascinosa storia della simbiosi di Venezia col mare. Dei tre obiettivi, quello mirabilmente risolto fin dall' inizio con un' opera pressocche' quotidiana di controlli e di interventi fu l' accurato dragaggio di canali. Che oltre a preservare la vita dell' ecosistema lagunare e quindi le risorse alimentari fondamentali per la popolazione (pesca, caccia, ortaggi, frutta eccetera), garantiva le comunicazioni, i traffici e soprattutto la fondamentale funzione igienica - assolta dal saliscendi ogni sei ore delle maree - dell' asporto e della biodegradazione in mare dei rifiuti organici della citta' . Senza la quale Venezia, priva da sempre di fognature, non avrebbe potuto neppure pensare di esistere. Dragaggio degli interramenti; controllo dei fondali; rinascimento delle erosioni causate dalle correnti di marea; vigilanza costante dell' osservanza generale delle rigide norme vigenti in materia di acque, eccetera, realizzarono fra l' altro a Venezia anche una tale comunione di intenti fra aristocrazia dominante, tecnocrazia dirigente e ceti popolari, da non trovare facile riscontro in alcuna delle tante manifestazioni moderne del "sociale". Valga per tutti l' esempio dei pescatori, chiamati periodicamente da ogni punto della laguna a riferire ai Magistrati preposti alla vigilanza delle acque, sui livelli raggiunti dalle maree, sulle profondita' dei fondali, le velocita' dei flussi, le erosioni eccetera. Piu' complessi invece, pesanti e inenarrabili nei dettagli, gli sforzi spesi dai veneziani contro gli interramenti alluvionali dei fiumi e le alterne, furiose aggressioni del mare. Furono sforzi ciclopici per i quali Venezia spese nei secoli energie e risorse immense, che in certi periodi dissanguarono letteralmente l' erario della Repubblica. La gravita' dei problemi raggiunse, fra il XII e il XIII secolo, livelli e dimensioni tanto allarmanti da suggerire nel 1282 la creazione di un' istituzione permanente, il Magistrato del Piovego, cui affidare tutto il coordinamento degli studi, dei lavori e della vigilanza in materia di acque. I ricchi bottini derivati dalle Crociate e le notevoli somme ricavate dalle costruzioni navali, dai noli delle flotte da guerra, eccetera, consentirono inoltre di avviare in parallelo le prime opere di notevole mole a difesa della laguna.

La tecnica inizialmente adottata per evitare gli interramenti che il Brenta, il Bottenigo e il Maerne andavano minacciosamente creando proprio alle spalle della citta' , fu quella di erigere degli argini a fronte delle loro foci, che ne deviassero le sabbie e i detriti verso il sud della laguna. Fu il periodo delle "intestadure" (1330-1450), che sulle prime sembro' arrestare il fenomeno, ma col tempo fini' con l' aggravarlo.

Era quasi una dannazione: ogni intervento giovava alla cita' per qualche anno o decennio, ma poi le difficolta' idrauliche riemergevano piu' complesse e piu' gravi di prima. Si comincio' allora a deviare a monte il Brenta per farlo sfociare verso il sud della laguna. Ma dopo le prime deviazioni si comprese che la soluzione ottimale sarebbe stata solo la sua estromissione definitiva dalla laguna. Era la conclusione logica cui pervenne a meta' del ' 400 il massimo conoscitore di problemi lagunari dell' epoca, Mario Corsaro (1412-1474). Fu cosi' che egli elaboro' alla fine le direttrici fondamentali di quel piano generale e organico di sistemazione deifiumi, che successivamente la nuova Magistratura alle Acque creata nel 1501 avvio' ad esecuzione. Ed al cui completamento occorsero quasi tre secoli nei quali, con lavori ciclopici paragonabili solo a quelli dell' apertura del canale di Panama nel nostro secolo, il Brenta, il Sile e il Piave vennero portati a sfociare in Adriatico: il primo a sud di Chioggia e gli altri due a Jesolo e a Cortellazzo.

Allontanata la minaccia degli interramenti restava quella delle "acque alte". Non piu' frequenti come agli inizi perche' l' intera citta' si era sviluppata, salvo il primo nucleo urbano ad un' altezza media di un metro sul livello medio del mare, a fronte dei 50-70 cm. delle normali alte maree quotidiane. Ed anche quando il combinarsi di fattori meteorologici avversi (basse pressioni atmosferiche, forti precipitazioni, venti di sud-ovest) provocavano le "acque alte", solo raramente queste superavano il metro, inondando la citta' . Quando pero' avveniva erano danni enormi. C' era poi il problema della difesa a mare dei lidi, erosi e in piu' punti resi pericolosamente esili dalle mareggiate.

Il complesso problema delle "acque alte" e dell' equilibrio idraulico della laguna ebbe una svolta decisiva nel ' 500 grazie a Cristoforo Sabbadino, grande matematico e proto alle Acque della Repubblica, che intui' finalmente la legge fondamentale regolante i livelli di marea in laguna: quella cioe' del rapporto esistente fra la sezione liquida delle bocche di porto e la superficie lagunare aperta alle escursioni di marea. Che conseguentemente, per limitare al massimo il fenomeno delle "acque alte", suggeriva da un lato di non approfondire i tortuosi canali di transito delle bocche di porto piu' di quanto strettamente richiesto dal pescaggio delle navi, onde evitare l' entrata di maggiori masse d' acqua in laguna, mantenendo altresi' a pochi centimetri il restante dei fondali naturali delle bocche perche' frenassero l' onda di marea; e dall' altro di ampliare al massimo la superficie lagunare aperta alla escursione delle maree, per dare loro quello sfocio che gli avversi fattori atmosferici (soprattutto i forti venti) impedivano alle bocche di porto nella fase di marea calante, provocando cosi' le "acque alte" e l' inondazione della citta' .

Le decisioni che seguirono, concordi del resto con l' estromissione dei fiumi dalla laguna, furono drastiche e immediate, nonostante le forti opposizioni dei "terrafermieri" (fra il ' 400 e il ' 500 Venezia cominciava infatti ad orientare la sua espansione in terraferma) che possedevano opifici, segherie, terreni agricoli, ecc. sulle aree lagunari interrate dai fiumi e dalle arginature. "Questi - dissero i Savi delle acque - promettono piccoli aiuti alla citta' , ma fanno un grandissimo danno alla laguna sua". Cosi' fu deciso di abbattere tutte le "intestadure" e qualsiasi argine che sottraesse spazi lagunari all' escursione di marea e si favori' lo sfocio delle "acque alte" verso le aree lagunari prossime alla terraferma. Sulla scorta poi di accurati calcoli matematici, la grande scuola d' idraulica veneziana individuo' in circa 4 metri i limiti massimi di profondita' dei canali di transito delle bocche di porto, e in una superficie lagunare di 550-600 kmq aperta all' escursione di marea, le condizioni ottimali dell' equilibrio idraulico in laguna, atte a garantire la migliore difesa della citta' dalle "acque alte". Nel ' 700 infine si provvide, con la ciclopica posa dei "murazzi" in pietra d' Istria sul fronte mare dei lidi piu' sottili, alla difesa dei litorali lagunari dalle furie dei marosi. Cosi' furono mantenute, fino ai primi decenni del nostro secolo, le condizioni piu' favorevoli alla convivenza di Venezia col mare.

[Riccardo Romani]