I TEMPLARI

 

 

Ancora sugli ordini cavallereschi militari, e in particolare sui Templari, sulle loro glorie e sulla loro ingloriosa fine, ecco il succo di un famoso libro di  Peter Partner.

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Venerdi 13 ottobre 1307, di primo mattino, le guardie del re di Francia Filippo il Bello arrestarono nel regno, per sospetta eresia, tutti i membri conosciuti dell' Ordine dei Templari. Il papa del tempo, Clemente V, valuto' che l' intera forza dell' Ordine nel paese ammontasse a duemila persone. A distanza di poche settimane dagli arresti, il governo comunico' ai docenti dell' Universita' di Parigi che oltre cinquecento Templari avevano gia' confessato la propria colpevolezza. I principali ufficiali dell' Ordine erano in quel tempo in Francia. Il gran maestro Giacomo di Molay si trovava la' per dei negoziati con il papa e con Filippo il Bello fin dalla primavera del 1307. L' ispettore generale, i precettori di Normandia, Aquitania e Cipro, l' ex tesoriere di Francia furono catturati poco dopo l' ordine del re. Il processo divenne uno dei capitoli piu' oscuri e inquietanti della storia medievale. Condotto con torture, supplizi, asato su un' accusa praticamente inventata, attiro' l' attenzione dei secoli successivi, tanto che quando le truppe napoleonicheraggiusero Roma ebbero tra i primi ordini quello di prelevare dagli archivi segreti vaticani i rotoli del processo ai Templari e di spedirli immediatamente a Parigi. E il plenipotenziario papale, dopo la sconfitta di Napoleone, correva a Parigi con l' ordine di recuperare "subitissimamente" quei documenti. Perche' ? Alla domanda risponde Peter Partner, storico e giornalista inglese, Docente al Winchester College di Londra, di cui è stato pubblicato presso Einaudi il saggio "I Templari" (1993, ed. tascabile, pagg.218) Ecco uno stralcio dalle pagine riguardanti il processo: ...

 

Il solo testo completo che possediamo, con il campionario ufficiale delle accuse contro i Templari, e' quello del decreto papale dell'state del 1300, che e' assai ricco, anche se differisce nei particolari rispetto a certe accuse avanzate in altri interrogatori. E' comunque possibile, mettendo insieme una varieta' di fonti, ricostruire le principali accuse. Presumibilmente, le piu' importanti imputazioni erano quelle che quasi tutti i Templari in Francia furono costretti ad addossarsi, mentre si puo' dedurre che fossero considerate meno essenziali quelle che si era lasciata liberta' di negare. I punti vitali erano il ripudio di Cristo, gli sputi sulla croce, il bacio rituale sul didietro e sull' ombelico del fratello che accoglieva il novizio, la promessa di commettere sodomia coi fratelli o altrimenti di cercare la soddisfazione sessuale solo attraverso tali pratiche contronatura, e l' adorazione di un idolo. Molti negarono le ultime tre accuse. Innumerevoli furono poi le varianti individuali, per esempio l' orinare sulla croce, il bacio rituale sull' ano o sul pene, il bacio sull' ano dell' idolo. Un foglio d' accusa faceva riferimento all' adorazione di donne soprannaturali o demoni femmina che apparivano vicino all' idolo. A parte questa storia delle misteriose creature femminili, la piu' inverosimile fra le accuse principali era quella concernente l'adorazione dell' idolo; il processo, oltretutto, non riusci' mai a individuare un solo esempio di presunto idolo. Ma l' accusa, per quanto folle, era necessaria per poter dimostrare che i Templari non erano colpevoli solo di blasfemia, ma anche di apostasia. Molti Templari rinnegarono l' idolo, ma quelli che non lo fecero tesero a dare libero sfogo alla propria fantasia nel descriverlo: lo descrissero come un teschio, come un reliquario, come un gatto, come due o tre gatti, come pittura su una trave o sul muro, come una testa d' uomo dalla lunga barba. Una corda doveva essere passata attorno all' idolo e poi il Templare lo avrebbe dovuto portare a contatto con la pelle. Il nome dato all' idolo, Bafometto (una o due volte alcuni testimoni usarono effettivamente, nel processo, la forma Maometto), e' una delle prove piu' convincenti del fatto che le accuse fossero state inventate al solo scopo di diffamare i Templari. Era impossibile che i Templari avessero desunto dall' Oriente la pratica di adorare un idolo che aveva nome del profeta Muhammed, dal momento che non esisteva alcun idolo con tale nome in tutto l' Estremoriente, nemmeno fra sette separatiste quali quelle degli Ismaeliti o dei Drusi. L' idea stessa che i musulmani fossero idolatri rientrava a sua volta in un altro sistema di denigrazioni da parte dei cristiani occidentali, mirante a una rappresentazione dispregiativa del mondo orientale. Nei processi templari, come in molti processi per eresia e  tregoneria, le fantasie prodotte da alcuni sospettati allo scopo di soddisfare gli inquisitori che li tenevano sotto tortura o pressione mentale furono poi prese in mano dall' accusa e rielaborate in forma di nuove accuse contro altri sospetti, che a loro volta produssero nuove fantasie e cosi' via. Alcune delle accuse elaborate riguardavano in modo piu' scoperto le pratiche di magia delle accuse principali; si asseri' , per esempio, che i Templari ritenessero il loro idolo capace non solo di arricchirli come Ordine, ma anche di provocare la fioritura degli alberi e la crescita delle piante. L' ottenere delle ricchezze con la magia era una delle piu' antiche imputazioni a carico dei maghi, ed ebbe un' importanza preminente nei processi contro i Templari. Essi furono accusati di omessa carita' (il che fu negato dal Gran Maestro e da molti altri) e anche di non ritenere peccaminoso l' incremento degli averi e delle proprieta' dell' Ordine con qualunque mezzo, lecito o illecito. Vi furono alcuni tentativi da parte dei Templari piu' dialettici di razionalizzare le accuse, soprattutto quella di ripudio della croce e della sua profanazione. E' possibile che gli inquisitori abbiano perseguito la politica di usare ogni mezzo per spingere all' ammissione delle accuse ritenute piu' rilevanti per mostrarsi, semmai, leggermente piu' permissivi rispetto ad altre. Disonorare la croce apparteneva alla prima categoria. Geoffroi de Gonneville, il precettore di Poitou e Aquitania, azzardo' la supposizione che questa particolare pratica fosse stata introdotta nell' Ordine o da un Gran Maestro che i Saraceni non avevano rilasciato di prigione a nessun' altra condizione, o da un Maestro mascalzone chiamato Roncelin (non vi fu mai un Gran Maestro chiamato cosi' , anche se un Roncelin de Fos fu Maestro di Provenza e poi d' Inghilterra), o dalle perverse dottrine introdotte nell' Ordine dal Gran Maestro Thomas Be' rard. Infine, de Gonneville produsse una quarta ipotesi, secondo cui tale usanza si sarebbe basata sul precedente delle Sacre Scritture in cui san Pietro ricusa per tre volte Cristo.

Tuttavia un fratello servitore forni' un' ulteriore teoria secondo un certo sacerdote cui aveva confessato l' illecita modalita' della propria iniziazione all' Ordine e che lo aveva assolto dal proprio peccato, l' usanza era stata probabilmente adottata allo scopo di mettere in guardia i fratelli dalla tentazione di rinunciare a Dio nell' eventualita' di una loro caduta nelle mani dei Saraceni. Per penitenza il suddetto sacerdote aveva imposto al fratello in proposito di nutrirsi di solo pane e acqua per tre venerdi' , penitenza che appare alquanto leggera per un' imputazione di blasfemia Ma e' difficile spiegare simili razionalizzazioni, se si prescinde dall' assunto che i Templari che le produssero erano effettivamente convinti che altri Templari avessero praticato tali illecite cerimonie d' iniziazione, anche se personalmente erano stati costretti ad ammettere di averlo fatto senza che in realta' fosse cosi' . Dalle espressioni adoperate dal de Gonneville _ "certi dicono che...", "altri dicono che..." _ appare chiaro che egli doveva aver discusso di tali presunte usanze illecite con vari fratelli templari.

 

Erano state la segretezza, la segregazione, il riserbo, la grande debolezza dei Templari. L' effetto piu' pernicioso che ne era derivato era stata la difficolta' di smentire, durante i processi, sia che i capitoli templari si fossero tenuti segretamente, sia che ai singoli Templari non fosse stato permesso di tenere copie della regola, o di poterla mostrare a estranei. Entrambe le asserzioni erano vere, ne' si potevano negare: ma avrebbero potuto comprovare comportamenti apostati solo a patto che si fosse potuto anche dimostrare che nei capitoli si erano tenuti comportamenti illeciti, o che gli statuti stessi imponessero tali comportamenti. Il solo comportamento illecito che i Templari francesi, sotto pressione o tortura, generalmente ammisero di avere tenuto nei capitoli, riguardo' l' illecita cerimonia dell' iniziazione, anche se alcuni, un numero assai minore, confessarono che nei capitoli, in alcune occasioni, si era adorato l' "idolo". Quanto alla regola, si puo' dire che l' accusa non pote' mai chiedere chiarimenti in proposito perche' , anche se le cerimonie illecite di ammissione nell' Ordine erano frequentemente definite "il momento essenziale" ossia la stipulazione della regola dell' Ordine, nessun accusatore riusci' mai a localizzare o a produrre una sola regola che prescrivesse degli atti illeciti, i "Templaristi" del secolo XIX forgiarono una falsa regola segreta del Tempio, ma nulla di simile venne mai scoperto in Francia al tempo dei processi, anche se almeno meta' degli agenti del governo francese dovettero averli sicuramente cercati.

 

Gli interrogatori dei Templari in Paesi diversi dalla Francia produssero solo una debolissima e inconsistente conferma della veridicita' delle accuse. Soltanto in zone fortemente influenzate della Corona francese, come il regno di Napoli e la Lombardia, si ottenne qualcosa che potesse vagamente assomigliare al tipo di confessioni estorte ai Templari in Francia. In Germania l' accusa non approdo' assolutamente a nulla, e uno o due arcivescovi conclusero addirittura che i Templari erano innocenti, con irritazione e dispiacere del Papa. Papa Clemente V continuo' a esortare i Paesi che di norma non impiegavano la tortura nelle loro procedure giudiziarie, come l' Aragona e l' Inghilterra, a farvi comunque ricorso contro i Templari; tali esortazioni dimostrano che il Papa sapeva perfettamente in che modo erano state ottenute le confessioni. Ma anche in Aragona, dove i Templari opposero di fatto resistenza armata ai tentativi regi di arrestarli, gli interrogatori provocarono ben scarsi esempi di autoincriminazione sul modello francese. In Inghilterra si riusci' in qualche modo a trovare qualche testimone fuori dell' Ordine disposto a testimoniare contro di essi, ma si tratto' di ben poca cosa. Tre Templari inglesi, uno dei quali ricatturato dopo essere sfuggito alla custodia, fornirono confessioni circa la profanazione della croce secondo il modello francese, ma considerando gli stretti legami tra il ramo francese e quello inglese dell' Ordine, la prova appare di estrema esilita' . Il Maestro inglese continuo' a negare ogni accusa; alla fine mori' in prigione prima che contro di lui potesse essere pronunciato il giudizio papale. A Cipro, dove doveva trovarsi la piu' grande concentrazione di cavalieri templari fuori dalla Francia, alcune udienze assai confuse terminarono senza venisse rinvenuta alcuna prova certa in merito alle accuse piu' serie contro di essi; vennero indette nuove udienze, ma se effettivamente ebbero luogo, non lasciarono comunque alcuna traccia documentata.

 

Nel 1311 la lunga agonia dell' Ordine dei Templari stava avviandosi a compimento. Anche se fuori dalla Francia la colpevolezza dell' Ordine non era stata dimostrata con chiarezza, per gli uomini del Medioevo le diffamazioni e le maldicenze accumulate in alcuni processi criminali rappresentavano una sorta di prova irrefutabile. In Inghilterra, per esempio, si penso' che i Templari fossero ormai "ricoperti d' infamia al punto da non potersene piu' purificare". Una volta che il capo della cristianita' si era espresso con tanta veemenza contro i Templari, e che gli inquisitori avevano loro chiesto di dar conto di come il Gran Maestro e gli alti ufficiali dell' Ordine avessero reso pubblica confessione di colpevolezza, alcuni addirittura davanti al papa e ai cardinali stessi, non vi era piu' stata nessuna concreta speranza di dimostrare la propria innocenza. Mentre per l' accusa non vi era alcun obbligo di dimostrare la colpevolezza, la difesa era invece tenuta a farsi carico delle prove per stabilire l' innocenza. E dato che questo non poteva essere fatto, lo scioglimento dell' Ordine divenne praticamente inevitabile.

Ma le modalita' dello scioglimento, e forse anche le possibilita' di un tentativo in extremis di difesa dei Templari, rimasero questioni politiche aperte e spinose. Per l' autunno del 1311 Clemente V indisse un Concilio ecclesiastico generale a Vienne, nel Delfinato (tecnicamente fuori dai confini del regno francese); la questione dei Templari figurava come uno dei tre principali punti all' ordine del giorno, insieme con quello della ripresa della crociata e della riforma della Chiesa. Al Concilio i padri della Chiesa ivi riuniti si dimostrarono inaspettatamente favorevoli ai Templari, appoggiando l' idea che dovesse essere concessa una difesa dell' Ordine nel suo complesso, con grande frustrazione e irritazione di papa Clemente e di re Filippo. Senza il consenso dei vescovi riuniti a Vienne, nemmeno il Papa aveva il potere legale per pronunciare un giudizio definitivo sui Templari. E visto che i vescovi si mostravano tanto ricalcitranti, il Papa si persuase ad agire da solo. Non fosse stato per l' apparizione a Vienne di Filippo in persona, accompagnato dal fratello e dai suoi tre figli, oltre che da un piccolo esercito, probabilmente il Papa non sarebbe arrivato a tale decisione. La questione dei Templari non era la sola in cui Clemente V avesse mancato di dare a Filippo soddisfazione. La Corona francese era anche estremamente dispiaciuta con Clemente per l' equivoco comportamento da lui tenuto in merito alla questione degli interessi francesi in Italia. Ma Filippo e i principi francesi erano venuti a Vienne proprio per consegnare a papa Clemente un ultimatum relativo a entrambe queste questioni. Erano arrivati a Vienne il 20 marzo 1312 e due giorni dopo Clemente tenne un concistoro in cui annuncio' la propria decisione di sopprimere l'Ordine nella "pienezza dei suoi poteri". Appena una settimana dopo, capitolo' in modo altrettanto abietto alla politica francese anche sulla questione italiana; che in questo periodo il papato fosse ridotto, nella migliore delle ipotesi, a mero strumento della politica papale francese e' attestato anche da altre clamorose dimostrazioni.

 

I padri della Chiesa riuniti a Vienne, a cui non era stato concesso di dire ne' si' ne' no, accolsero con disappunto la notizia della soppressione dell' Ordine templare. Come il resto delle questioni, a Vienne tutto era stato arrangiato esclusivamente per compiacere la Corona francese; e' significativo che la sola concessione fatta a Vienne in merito alla prosecuzione della crociata fosse stata quella di un' ennesima sovvenzione con cui la Chiesa aveva dovuto accettare di rimpinguare le finanze di Filippo il Bello. Nemmeno una lacrima di coccodrillo venne versata sullo scioglimento di un Ordine militare che aveva servito la cristianita' contro gli Infedeli per quasi due secoli. Al contrario, i re dimostrarono un considerevole interesse verso la prospettiva di poter mettere le mani sulle proprieta' dei Templari, molte delle quali restarono attaccate alle dita dei re in varie parti della cristianita', senza mai passare in eredita' agli Ospitalieri cui avrebbero dovuto essere trasferite, fuori dalla penisola iberica. Laddove il processo contro di loro non era ancora finito, i Templari rimasti continuarono a essere inquisiti per eresia. E' probabile che la maggioranza fosse alla fine messa tacitamente a riposo per condurre come ognuno pote' un' esistenza piu' o meno dignitosa. Nella penisola spagnola ad alcuni fu concesso di entrare in altri Ordini militari.

 

L' atto finale del dramma, a cui non puo' essere negato un certo significato rispetto alla questione dell' innocenza o della colpevolezza dei Templari, ebbe luogo nel 1314. I quattro principali ufficiali dell' Ordine, il Gran Maestro, l' Ispettore e i Precettori di Normandia e Aquitania furono portati per la sentenza definitiva davanti a una piccola commissione di cardinali e di ecclesiastici francesi, comprendente anche l' arcivescovo di Sens, che nel maggio del 1310 si era mostrato tanto tempestivo nel bruciare i cinquantaquattro Templari. Nel procedere alla condanna dei quattro uomini al carcere a vita, il Concilio ecclesiastico ivi convenuto affermo' che quella sarebbe stata la conclusione di tutta la vicenda. Ma, proprio mentre veniva pronunciata la condanna, finalmente il Gran Maestro e il Precettore di Normandia protestarono entrambi a gran voce la propria innocenza, negando ogni confessione di colpevolezza mai resa e asserendo la veridicita' e la santita' dell' Ordine templare. Gli ecclesiastici restarono notevolmente interdetti di fronte a tali contrattempi, ma non fecero altro che consegnare entrambi gli imputati alle autorita' regie francesi. Filippo il Bello, agendo arbitrariamente e con dubbia legalita' , come aveva atto fin dall' inizio, li fece immediatamente bruciare sul rogo su una piccola isola della Senna di fronte ai Giardini reali; l' esecuzione ebbe luogo lo stesso giorno del giudizio (18 marzo 1314). Per quanto riguardava la monarchia francese, la questione dei Templari era stata finalmente sistemata.

 

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Piero F.