Amando
leggere, ma soprattutto raccontare la Storia, come testimoniano le mie
biografie di Marozia e di Matilda, rilevo sempre una certa difficoltà a rendere
ben identificabili i personaggi, in quanto i casi di omonimia sono fin troppo
frequenti per essere casuali. C'è una ragione per cui tanti personaggi di una
data epoca portavano tutti lo stesso nome? Quali motivazioni si avevano, nel
medioevo, per imporre un nome piuttosto che un altro (e a volte per cambiarlo,
come si è visto spesso)?
Non credo
di essere l'unico ad avere interesse per questa tematica. Per mia esperienza,
la gente è curiosa dei nomi e del loro significato, e soprattutto della loro
origine. Io ho trovato molte risposte in un saggio del grande linguista Emidio
de Felice, "I nomi degli italiani" (Roma-Venezia, 1983), che
ripercorre le tappe storiche dell'onomastica italiana, per concludere che
l'attuale sistema di nomi deriva dall'elaborazione medievale di fattori
culturali e linguistici connessi col declino della civiltà romana, la diffusione
del cristianesimo, e le invasioni di genti germaniche. Dalla fine del medioevo
non vi furono più esperienze significative, atte a modificare l'onomastica
(fino all'avvento della TV e delle telenovelas, magari ;-) )
Propongo
qui l'excursus storico del De Felice (da me editato per renderlo meno tecnico e
più fruibile, e con una suddivisione arbitraria in più parti) nella convinzione
che l'argomento sia di comune interesse, sia per gli studiosi della civiltà
medievale, sia per i semplici curiosi dell'onomastica :-)
====================================
L'onomastica personale: 1- Il tardo impero
INSORGENZA E PROCESSO DI FORMAZIONE DELL'ONOMASTICA PERSONALE ITALIANA
Cercherò, in questa ricerca, di chiarire la semantica linguistica dei nomi personali italiani nelle fasi storiche della loro insorgenza e formazione - in una prospettiva dunque diacronica, " etimologica ". Perché la trattazione dell'insorgenza e del processo di formazione del sistema dei nomi personali italiani abbia un fondamento e un riferimento, soprattutto problematico e metodologico, sicuro, è necessario partire da tre premesse, da tre constatazioni preliminari:
- nel sistema onomastico italiano originario, fino a tutto l'alto medioevo, il nome individuale è stato " nome unico " (seguito al più, quando si rendesse necessaria un'ulteriore definizione e distinzione, da un determinativo: il patronimico, cioè l'indicazione del nome del padre; l'etnico, cioè il nome della località di residenza, o di origine e provenienza; il soprannome);
- l'insorgenza del sistema dei nomi individuali italiano deve essere quindi riferita a quella fase del sistema precedente, quello latino dell'età imperiale, in cui il nome individuale si era normalizzato come " nome unico ";
- la fase d'insorgenza del sistema italiano, in quanto lenta transizione dalla precedente onomastica personale latina sempre più in crisi, alla nuova onomastica italiana (o più esattamente "protoitaliana"). non può certo identificarsi in un preciso momento o in un breve periodo di anni o decenni, ma si protrae per un ampio arco di tempo, di due o tre secoli o almeno di molte generazioni.
Nel quadro di queste premesse, l'insorgenza dell'onomastica personale italiana (o "protoitaliana") puo essere riferita cronologicamente all'arco di tempo compreso tra l'inizio del IV e il V secolo, a quella fase della tarda e ultima età irnperiale che coincide con l'affermazione del cristianesimo - anche ufficiale, l'editto di tolleranza di Costantino è del 313 - in Italia e in gran parte del mondo romano. In questa fase la tradizionale formula onomastica romana a tre elementi ("formula trinomia "), costituita dal praenomen o nome individuale, dal nomen o gentilizio e dal cognomen o soprannome (e in alcuni casi, come quarto elemento, da un ulteriore supernomen), del tipo cioè Cnaeus Cornelius Scipio (Africanus) "Gneo Cornelio Scipione (Africano)", si avvia a una crisi irreversibile e alla definitiva scomparsa.
La formula trinomia si era affermata in Roma - nella sola classe sociale dei liberi, dei cittadini con pieni diritti - alla fine del VII secolo a.C., come sviluppo di quella binomia (praenomen e nomen) che era stata recepita dai Romani, nella primissima età monarchica, dal preesistente modello onomastico sabino (o, secondo altre ipotesi, etrusco o falisco); nella prima età romana, e in una protostorica età preromulea o albana, il tipo onomastico romano era il nomen unicum (come documentano i nomi unici dei protagonisti della storia-leggenda della fondazione di Roma: Numitore, re di Alba Longa e padre di Rea, madre di Romolo e Remo; Amulio, fratello di Numitore e usurpatore del regno; Faustolo, il pastore che salvò e allevò Romolo e Remo: Celere., il luogotenente di Romolo che avrebbe ucciso Remo); la formula binomia è attestata per la prima volta per il re sabino Tito Tazio, e poi per i re successivi Numa Pompilio ecc.
La caratteristica forma trinomia venne dunque sostituita sempre più ampiamente - prima, già dal III secolo, negli ambienti popolari e nell'uso corrente, poi anche negli ambienti medi e più elevati e nell'uso ufficiale - da formule a due elementi ("formula binomia ") nelle quali è scomparso il praenomen, e infine dal nomen unicum, che può rappresentare sia il nomen, sia il cognomen, sia e più spesso un supernomen originario. Il praenomen già nell'età repubblicana aveva perso la sua funzione di nome individuale, funzione che in età imperiale viene assunta dal nomen e poi dal cogno-men o dal supernomen: anche per questa perdita di funzionalità, collegata all'esilissi-mo numero (una ventina circa, in età repubblicana, tra cui i più comuni erano Aulus, Appius, Caius, Cnaeus, Marcus, Marius, Quintus, Sextus, Spurius, Titus) e quindi alla scarsa capacità distintiva, i praenomina sono i primi a scomparire (e non sono di norma a base dei nuovi nomi unici), seguiti dai nomina, anch'essi diventati di numero limitato e quindi banalizzatisi per la loro equivocità.
E appunto il nomen unicum costituisce, nella transizione dal sistema latino a quello italiano - determinatasi, come quasi tutti i grandi mutamenti storici, senza soluzione di continuità -, l'anello di congiunzione, la zona di saldatura tra l'ultimo sistema onomastico latino e il nuovo sistema italiano dei nome individuale, che resta nome unico per tutto l'alto medio evo. Le cause che determinarono nel mondo romano la crisi del sistema onomastico a formula trinomia prima e poi binomia, e la conseguente generalizzazione del nomen unicum -con differenziazioni tuttavia non rilevanti di tempo, ambiente e forma, nelle varie regioni dell'immenso Impero -, sono di vario ordine, e tre sono le principali:
- la causa fondamentale, primaria, è di ordine religioso (e insieme sociale), è la diffusione del cristianesimo con la sua nuova ideologia equalitaria e il nuovo spirito di umiltà, che comportano la rinuncia del cristiano, soprattutto delle classi meno elevate, a ogni distinzione che non sia quella individuale all'interno della propria comunità cristiana, distinzione per cui era sufficiente un semplice nome unico individuale;
- la seconda causa è di ordine sociale, ed è l'estensione - elargita da Caracalla con la Constitutio Antoniniana del 212 - del diritto di cittadinanza romana a tutti i liberi dell'Impero: la cittadinanza non è più un privilegio di una minoranza, e la formula trinomia, che era stata la prerogativa di una limitata categoria di cives Romani di antica tradizione familiare e gentilizia, perde il suo valore di "simbolo di classe" e il suo prestigio;
- la terza causa, strettamente interdipendente con la seconda, è di ordine onomastico e insieme funzionale: con l'estensione a tutti i liberi della cittadinanza romana e con la sua ulteriore frequente concessione a schiavi affrancati e a soldati o comunque immigrati stranieri, i nomina o gentilizi (come già i praenomina), assunti riprendendoli dal vecchio e limitato fondo preesistente da una nuova massa di cittadini, si erano banalizzati per la stessa altissima concentrazione e frequenza, e avevano perso la loro capacità e funzione identificativa e distintiva, che veniva così trasferita ai soli cognomina o supernomina, diventati sempre più numerosi e quindi distintivi.
L'onomastica
personale: 2 - Il primo cristianesimo
Tra il IV e il V secolo si va dunque progressivamente generalizzando e affermando, nella nuova Struttura della società romana, l'uso del nomen unicum, mentre la formula trinomia o binomia si restringe sempre più alle classi più elevate e all'uso ufficiale, fino a esaurirsi nel primo altomedioevo. Il nome unico, in questa ultima latinità, può essere costituito da elementi nominali diversi: da un cognomen o soprannome (raramente da un nomen), che a sua volta può continuare un cognomen originario, oppure, per ex-schiavi o stranieri, il gentilizio del padrone o dell'imperatore che li ha manomessi o affrancati. Questo spiega perché il cognomen e poi il nome unico di ex schiavi o stranieri più frequente nel medio e ultimo impero fosse Aurelius (seguito da Flavius, Iulius e Aelius), che era il gentilizio degli imperatori romani che avevano manomesso e affrancato imponenti quantità di servi o peregrini (in particolare, in ordine cronologico, Marcus Aurelius Antoninus, Marcus Aurelius Commodus Antoninus, Marcus Aurelius Antoninus Caracalla). Ma il nome unico poteva essere costituito, più spesso, da un supernomen o secondo soprannome o ulteriore determinativo, articolato in due tipi già di età repubblicana, agnomen e signum; inoltre, sempre per ex-schiavi e stranieri, dal loro nome individuale originario (quando non fosse già diventato, con il diritto di cittadinanza, un cognomen); infine, per i convertiti al cristianesimo, il nuovo nome cristiano assunto, in sostituzione del precedente, ai momento della conversione e del battesimo.
I nuovi nomi cristiani sono più frequentemente assunti da donne che non da uomini. Questo fenomeno non è forse del tutto indipendente dal fatto che nella società romana, sin dall'età monarchica e romulea, la donna era sempre stata esclusa dalla formula trinomia e spesso anche da quella binomia: il praenomen è riservato, segreto, interdetto per tabù all'uso ufficiale e pubblico: normale è il solo nomen, il gentilizio della propria gens se nubile (al più preceduto, se necessario, da un cognomen distintivo, come Prima, Secunda, Tertia o Maior, Minor) e del marito se coniugata (a volte tutti e due, il gentilizio paterno e quello del marito: Tullia Sextia); in alcuni casi, nelle classi più elevate e in particolari situazioni ufficiali, al gentilizio o ai due gentilizi potevano seguire il patronimico o/e il gamonimico, cioè il nome del marito (Tullia Sextia fìlia Corneli o/e Cai uxor): ma il nome della donna normalmente, cioè nell'uso comune e nella più ampia sfera sociale, era già unico.
Ora, poiché la causa primaria di questa nuova situazione onomastica latina è, come prima ho affermato, la diffusione e l'affermazione del cristianesimo, e poiché la nuova situazione del "nome unico" è caratterizzata soprattutto dall'onomastica della comunità cristiana – via via sempre più rilevante fino a diventare maggioritaria nella società romana dell'ultimo Impero -, ritengo opportuno delineare un quadro pur schematico dell'onomastica personale cristiana tra il III e il V secolo.
La constatazione fondamentale è che l'onomastica dei cristiani è sostanzialmente precristiana: la norma è costituita dai nomi tradizionali romani e latini, o dai molti nomi greci penetrati e affermatisi già nella tarda età repubblicana e nella società latina, insieme a vari altri nomi esotici - asiatici, ebraici, punici, berberi o iberici, celtici, germanici, venetici, illirici, traci ecc. -, di schiavi e liberti, militari e provinciali o stranieri vari, stanziati o immigrati in Italia e nell'Impero. I nomi più frequenti negli ambienti cristiani – come documentano le iscrizioni funebri - sono insomma i più tradizionali nomina o cognomina o supernomina "pagani", come Aelius, Aemilius, Amonius,Aurelius, Flavius, Iulius, Marinianus, Maurus, Sabinus, Septimius,Sextius, Severus, Valerius, e quelli di origine greca Alexius, Cyprianus, Hippolytus ecc. (quasi tutti con i rispettivi femminili) e, tra gli agnomina e i signa, Iunior e Senior, Minor e Maior e Maximus, Nepos e Priscus, e Asellus, Leo, Ursus: e tutti restano vitali anche nell'onomastica non cristiana. E, caso limite, anche i nomi formati o derivati da divinità pagane, ancora vive nel culto e nella coscienza religiosa del tardo Impero, sono molto frequenti anche nei membri delle comunità cristiane: così Apollus, Dionysius, Hercules, Mars e il derivato Martinus, Mercurius o Hermes, Venus e il derivato Venerius o Aphrodite.
Nella più antica onomastica dei cristiani hanno particolare rilevanza quantitativa due tipi di nomi, quelli augurali o/e gratulatòri, che esprimono ossia un augurio per il denominato o il ringraziamento a Dio per il figlio che ha concesso, e quelli dedicatòri, che dedicano, affidano e raccomandano, il figlio a Dio: molti di questi nomi contengono il nome stesso di Dio (e per questo sono distinti con il termine tecnico teofòri "portatori di Dio". Ora, sarebbe giustificato presumere che questi due tipi di nomi fossero di stampo prettamente cristiano, ossia creazione originale e peculiare della nuova comunità, e ideologia, dei cristiani: e invece anche questi, per la quasi totalità, sono di lunga tradizione già precristiana. Cosi, nomi augurali o/e gratulatòri e dedicatòri molto frequenti tra i cristiani come Abundius, Donatus, Felix e Felicitas, Florentius, Fortunatus, Fulgentius, Gaudentius, Renatus, Reparatus, Renovatus, Sperantius, Victor e Vittoria, Viventius, o quelli di tradizione greca Agape e Agapitus, Anastasius, Eugenius, e in particolare i teofori, tutti greci, Cyriacus "di Dio", Dorotheus "dono di Dio", quelli della serie in Theo- come Theodorus, Theodosius, Theodotus, Theodulus, Theophilus, o Timotheus, "dono, servo, timorato.., di Dio" (quasi tutti con i corrispondenti femminili), sono di lunga tradizione precristiana e sono frequenti anche in ambienti non cristiani. Certo questi nomi sono nuovi come semantica extralinguistica, in quanto i cristiani vedono nella divinità il Dio cristiano, interpretano la pace (per es., in Ireneo e Irene), la felicità (in Felix e Felicitas), la fortuna, la gioia, la speranza (in Fortunatus, Gaudiosus, Sperantius) e la vittoria, la vita (in Victor, Viventius), in riferimento non all'esistenza terrena ma alla salvezza dell'anima e alla vita eterna, e per questi beni esprimono, con quei nomi, al bambino l'augurio, il ringraziamento e la raccomandazione a Dio: ma, nei nomi stessi, non c'è frattura con la tradizione pagana.
I nomi esclusivamente cristiani, formatisi e affermatisi solo all'interno della nuova comunità cristiana, sono pochi: per la città di Roma nel tardo Impero, una cifra esigua, il 10%. Sono alcuni nomi augurali o/e gratulatòri e dedicatòri, quasi tutti teofori, come Adeodatus, Deogratias, Dominicus, Sperindeo, Servusdei, calchi spesso di nomi pagani greci; sono pochi nomi ripresi dal Nuovo Testamemo, come Anna e Maria e poi di apostoli, Andreas, Iacobus, Iohannes, Matthaeus, Paulus e Petrus (che diventano anche nomi di non cristiani); nomi di martiri, come Laurentius e soprattutto Stephanus, il protomartire (tutti e due già pagani), e Martyrius, dichiarazione e professione dell'aspirazione del cristiano al martirio come certezza della vita eterna in Dio; nomi che ricordano e celebrano solennità cristiane, come Epiphanius, Paschasius e Sabbatius; nomi di umiltà e mortificazione cristiana - ma forse o a volte affettivi e apotropaici -, come Foedula, Praeiectus, Stercorius. L'esempio più tipico di creazione onomastica cristiana è quello, segnalato da Henri-Irenée Marrou, di una madre dal nome tradizionale greco, Sophia, che denomina le sue tre figlie con la triade di nomi di devozione Fides, Spes e Caritas,le tre virtù teologali infuse da Dio e intese a Dio come oggetto finale.
L'onomastica dei cristiani, anche se spesso nuova e originale nell'ideologia sottesa alla scelta di un nome per la sua semantica linguistica, ancora evidente, è tuttavia sostanzialmente tradizionale. In questo periodo, in questa situazione dell'onomastica personale latina del tardo e ultimo Impero, si forma e si sviluppa l'embrione del sistema onomastico del nome individuale unico che si affermerà in Italia – come del resto nelle altre aree o nazioni della Romània - all'inizio dell'alto medio evo: da questo momento si apre quindi il processo storico che conduce alla formazione del sistema attuale dei nomi individuali in Italia.
Il fattore fondamentale che, già dall'inizio dell'alto medio evo, determina la crisi dell'onomastica tradizionale latina e la prima rilevante differenziazione e caratterizzazione rispetto a questa della insorgente onomastica personale italiana, o protoitaliana, è costituito dalla sempre più imponente penetrazione e affermazione dei nomi individuali germanici, conseguente allo stanziamento e al predominio in Italia di popolazioni germaniche.
Se già
prima dei 476, la data della fine formale dell'Impero Romano d'Occidente,
popolazioni e gruppi etnici di Germani sono presenti in Italia - come i
Visigoti di Alarico che nei 410 occuparono Roma, o i Tàifali che si stanziarono
pacificamente nell'alta Emilia, o i vari gruppi dei quali, penetrati in armi in
Italia, viene legittimata la presenza inserendoli più o meno organicamente
nell'apparato militare romano -, essi, data la transitorietà della loro
presenza o l'esiguità numerica, non hanno lasciato tracce onomastiche di
rilievo. E neppure la breve occupazione militare di Odoacre, che con truppe di
Germani orientali di etnia diversa - Eruli, Sciri, Rugii e Turcilingi -, nel
476 sopraffà agevolmente la debole resistenza dell'ultimo imperatore Romolo
Augustolo, lo depone, e detiene di fatto il potere, manu militari, fino al 488,
lascia tracce rilevabili.
La prima
presenza rilevante anche onomasticamente è quella degli Ostrogoti, popolazione
anch'essa germanica orientale: guidati dai re Teodorico, che aveva avuto
dall'imperatore d'Oriente Zenone il mandato di restaurare il potere bizantino
in Italia, penetrano nel 488 in Italia, e vinta tra il 488 e il 493 la
resistenza di Odoacre, vi si insediano stabiimente. È un intero popolo, ora,
che si stanzia in Italia, di una consistenza numerica non ingente ma sempre
rilevante (da 100.000 a 200.000 individui), con una buona organizzazione
militare e anche con un livello discreto di civiltà acquisito con la permanenza
nella Dacia romana e con i contatti con la cultura bizantina. Gli Ostrogoti,
nel breve periodo della loro dominazione in Italia, costituiscono una minoranza
egemone separata dalla massa della popolazione ex-romana a essi militarmente e
economicamente soggetta: eppure questa popolazione di soggetti accoglie, e
spontaneamente, un primo quantitativo di nomi dei dominatori, assumendo così
una prima impronta germanica.
Nel 535 ha
inizio lo scontro aperto tra Bizantini e Ostrogoti, una delle più atroci e
disastrose guerre che dimezza la popolazione italiana e che si conclude nel 553
con la vittoria dell'imperatore Giustiniano, la fine della potenza e del
popolo, dell'etnia e della lingua stessa dei Goti, e la riduzione dell'Italia
devastata e immiserita a provincia – praticamente colonia - dell'Impero
Bizantino. Dopo 15 anni di dominazione dei Bizantini, cui mancò ogni consenso
da parte degli ex-Romani e dei pochi e dispersi Goti superstiti - anche per
l'inettitudine e la fiscalità della loro amministrazione -, e dopo una
penetrazione di brevissima durata di alcune decine di migliaia di Alamanni che
non lasciò alcuna traccia, si determina in Italia la seconda e più rilevante
presenza germanica.
Nel 568 i
Longobardi, popolazione germanica occidentale forse originaria dell'Elba
inferiore ma storicamente stanziata nella Pannonia, penetrano dal nord-est in
Italia guidati dal re Alboino e, occupata nel 569 Cividale del Friuli estendono
di qui la loro dominazione prima a quasi tutto il Nord e alla Tu-scia, poi a
due ampie aree del Centro e del Sud peninsulare con epicentro a Spoleto e a
Benevento. I Longobardi hanno una consistenza numerica esigua in assoluto,
circa 100.000 - 130.000 individui di cui i combattenti non sono più di un
quinto, ma abbastanza rilevante in relazione all'ormai decimata e dispersa
popolazione ex-romana e gotica, che non doveva superare il milione e mezzo di
abitanti: e neppure formano un gruppo etnicamente e linguisticamente compatto,
perché a essi sono aggregati nuclei diversi, sia germanici come Gepidi,
Burgundi" Sassoni, Alamanni e Bavaresi, sia non germanici. Eppure,
nonostante la netta inferiorità tecnica dell'armamento e dell'organizzazione
militare e ancora più politica, hanno rapidamente ragione della debole
resistenza dei Bizantini che solo in base all'assoluta egemonia sul mare
riescono a conservare l'Esarcato di Ravenna e la Pentapoli, il Ducato Romano, i
Ducati di Napoli, di Puglia e della Calabria, la Sicilia, la Sardegna e la
Corsica.La presenza e la dominazione longobardica in Italia si protrae per più
di due secoli (ma fino alla conquista normanna nel Ducato di Benevento,
disarticolato in età franca nei tre principati di Benevento, Capua e Salerno).
Per tutto il regno di Alboino, e nel periodo di tragica anarchia che segui alla
sua uccisione, i Longobardi restano del tutto staccati, avulsi dalla
popolazione duramente assoggettata: per la loro ferocia e rozzezza, per la
diversità di lingua, di religione e di istituzioni, per l'organizzazione
militare e la presenza limitata ai maggiori centri e a presidi strategici
isolati. Soltanto dopo la loro conversione dall'arianesimo al cattolicesimo e
con la politica di distensione promosse dal papa Gregorio Magno e dalla regina
Teodolinda, e cioè dai primi decenni del VII secolo, si determina rinizio di un
processo di avvicinamento tra dominatori e dominati. Nel quadro di questa
situazione l'onomastica personale delle popolazioni ex-latine dell'Italia
longobardica assume una seconda e ben più rilevante impronta germanica.
La terza
presenza germanica in Italia è quella franca. Nel 774 Carlo Magno penetra in
Italia per la valle di Susa, sconfigge l'ultimo re longobardo Desiderio (e nel
776 anche i duchi ribelli), estende rapidamente l'occupazione a quasi tutto il
Nord e il Centro: per più di un secolo, fino alla deposizione dell'ultimo
imperatore Carlo il Grosso nell'887, l'Italia centro-settentrionale è un regno
integrato nell'Impero carolingio. La presenza dei Franchi non si identifica
più, come quella gotica e longobardica, con uno stanziamento etnico: è limitata
a reparti militari e soprattutto a quadri, a funzionari e amministratori
imperiali con i loro dipendenti, e con l'affermarsi dell'organizzazione feudale
a rappresentanti di una nobiltà laica e religiosa che, con il loro esiguo
seguito, appartengono anche a etnie e lingue diverse da quelle propriamente
franche, soprattutto burgunde, alamanniche e bavaresi, sassoni. Se la presenza
franca ha impresso nell'onomastica italiana la più profonda e ampia impronta
germanica, ciò non è dovuto dunque tanto alla consistenza dell'elemento etnico
franco e neppure al ruolo di egemonia politica e economica dei Franchi, quanto
al prestigio e all'influsso culturale da essi esercitato.
La quarta
e ultima impronta germanica impressa nell'onomastica medioevale italiana non è
più unitaria, né è più rilevante come le due precedenti: si articola negli
influssi onomastici esercitati tra il X e il XIII secolo dagli imperatori o dai
re, o dai marchesi, principi, duchi e conti, e dai loro seguiti, di origine e
di tradizione etnica e linguistica germanica, che hanno detenuto il potere
nelle diverse unità statuali d'Italia in questo periodo. Nel Nord e in parte
del Centro (dove a Roma e nel Lazio sussiste, ormai statualizzato, il
Patrimonio di San Pietro), il potere degli imperatori tedeschi, come re del
Regnum ltalicum, delle case dinastiche prima di Sassonia, poi di Franconia,
infine di Svevia, accentrato con l'ultimo imperatore svevo Federico II nel Sud,
e conclusosi con la sconfitta e la morte di Manfredi e Corradino.
Nel Sud
peninsulare il ducato e poi i principati longobardi di Benevento, e dopo il
Mille i Normanni - di origine germanica settentrionale, ma ormai francesi per
lingua e cultura -, che nel 1139 unificano sotto il loro potere tutta l'Italia
meridionale, ponendo fine alla dominazione longobarda nel Beneventano, a quella
bizantina nei due temi di Longobardia e di Calabria, e a quella araba in
Sicilia.
La
penetrazione e l'affermazione nel tradizionale repertorio onomastico latino di
nuovi nomi individuali germanici, in-dotta da queste presenze e soprattutto da
quelle longobarda e franca, è così imponente da determinare una crisi e una
mutazione profonda2': in Italia, verso la fine dell'alto medio evo, nelle aree
già Iongobardiche i nomi di origine germanica quasi prevalgono numericamente su
quelli di tradizione latina. E ancora nel 1260, quando già l'onomastica
personale si era arricchita di nomi religiosi di tradizione latina o
greco-latina, e di nuovi nomi augurali, gratulatòri e affettivi di formazione
"volgare", a Firenze, in un registro dei Guelfi fiorentini che il 4
settembre di quell'anno furono duramente sconfitti dai Ghibellini senesi nella
battaglia di Montaperti presso Siena, i nomi di origine germanica, di
tradizione diretta o indiretta, sono i più frequenti : pochissimi gotici, come
Amerigolus; pochi longobardi, come Alipertus o Alpertus, Anselmus, Arnolfus,
Atiolus, Audo o Odo, Lampertus, Paldoin, Prandus, Rachinaldus; molti franconi
(o franchizzati), come Albertus, Aldobrandinus, Baldovinus, Berardus, Bernardus,
Brandus, Francus, Gerardus, Gualterius, Guarnerius, Guido, Guillelmus,
Lambertus, Lotterius, Mainerius, Rinieri, Rogerius; alcuni tedeschi, e cioè
alamannici, bavaresi, sassoni, svevi ecc., come Arrigus, Fredericus, Gherardus,
Maghinardus, Otto, Ubaldus, Ubertus, Ugo; alcuni, isolati, normanni, di
tradizione storico-letteraria, come Guicciardus e Tancredus.
Ma più
sorprendente è constatare come ancora nell'attuale onomastica personale
italiana i nomi di origine germanica che risalgono al medio evo, di tradizione
sia diretta sia indiretta (mediata cioè da un'altra tradizione onomastica, in
particolare quella francese antica), hanno una rilevanza considerevole,
soprattutto nel sottoinsieme dei nomi individuali maschili.
Cosi,
scegliendo un campione minimo come numero di nomi personali ma altamente
rappresentativo per numero di residenti in Italia con essi denominati, tra le
150 forme nominali di più alta diffusione ben 30 tra quelle maschili (il 20%),
e 11 tra le femminili (il 7,33%), sono di antica origine germanica.
Le elenco
suddividendole in due categorie, la prima dei nomi di tradizione germanica
diretta e la seconda di quelli di tradizione indiretta; all'interno di ciascuna
categoria i nomi sono raggruppati in rapporto allo strato linguistico-onomastico
cui appartengono, e gli strati si susseguono dal più antico al più recente,
sempre nei limiti cronologici del medio evo: ricordo che l'appartenenza all'uno
o all'altro strato germanico, e all'una o all'altra tradizione solo raramente
si può individuare e definire con sicurezza, più spesso è problematica, incerta
o complessa (due o più strati possono essere coesistenti, compenetrati o
sovrapposti), e che perciò alcune dichiarazioni non superano il livello di
un'alta probabilità.
Di
tradizione diretta ostrogota sono probabilmente, tra i nomi maschili, Adolfo e
forse Rocco (che può essere anche, o in parte, penetrato già precedentemente in
latino dall'alamanno); longobardica Aldo, Ermanno (ridiffusosi tuttavia sul
modello tedesco), Rodolfo; francone Alberto, Arnaldo, Carlo, Francesco (solo
nei suo valore etnico originario di "Francese"), Franco, Guglielmo,
Guido, lvo, Leonardo, Roberto, Umberto; tedesca Corrado (forse in parte già
Iongobardica e francone), Enzo, Ernesto, Federico, Osvaldo, Ugo, e inoltre
Enrico e Riccardo, che poterono avere una prima diffusione l'uno ostrogotica e
l'altro longobardica; di tradizione indiretta sono Gerardo, francone ma di
tramite francese, Guerrino, Orlando e Rinaldo, franconi ma diffusi in Italia
dal francese antico come nomi di eroi e protagonisti delle Chansons de geste;
di tradizione complessa più che indiretta sono Bruno, che può essere già latino
tardo (l'aggettivo germanico brun "bruno" doveva già essere accolto
come prestito nel latino imperiale Brunus) ma ridiffuso poi dai Longobardi, e
Vito, in cui alla forma già latina Vitus (da vita?) si dové sovrapporre quella
germanica Wito.
Tra i nomi
femminili Alda, Bruna, Carla e Carolina, Enrica, Ernesta, Franca e Francesca,
hanno la stessa tradizione dei rispettivi maschili (ma Alda, più che
longobardico, sarà francone-francese antico, diffuso per il prestigio
storico-letterario del nome: Alda è la promessa sposa di Rolando, l'eroe di
Roncisvalle); Adele è di tradizione francone, Irma tedesca e Amalia già ostrogotica
e poi tedesca.
Le cause
della cosi profonda e intensa penetrazione e affermazione dei nomi di origine
germanica nel sistema onomastico d'Italia nell'alto medioevo sono molteplici,
complesse e interagenti: e proprio per questa complessità e interazione è qui
più opportuno non distinguere ed esporre separatamente le varie categorie di
cause, socioeconomiche, socioculturali, religiose, psicologiche, onomastiche
(ossia dipendenti dal sistema onomastico stesso), ma delineare in modo globale
e sintetico le varie motivazioni.
Agli inizi
del medio evo, nel quadro di un gravissimo decadimento demografico, economico e
sociale, della dispersione e del liveilamento culturale della popolazione
superstite, il patrimonio tradizionale dei nomi latini o greco-latini si
depaupera fortemente, e la scelta viene a essere limitata a pochi nomi che, per
il loro accentramento stesso, perdono sempre più la capacità non solo di
distinguere l'individuo ma anche di connotarne lo status sociale e familiare.
Così la popolazione ex-latina, quando dopo due o tre generazioni si attenua il
distacco e l'odio nei confronti dei successivi gruppi germanici egemoni, per
fini di mimetizzazione e soprattutto per l'adesione a modelli di prestigio e
poi a correnti di moda, adotta i nomi germanici, anch'essi unici, dei
dominatori. Si innesta intanto, a partire dal VII secolo, un fattore religioso
determinante per l'eccezionale affermazione e fortuna dei nomi germanici.
La
popolazione dominata, nella situazione di distacco e di difesa dallagestione statuale
e amministrativa - spesso per di più inefficiente – dei dominatori germanici,
si riconosce sempre più nell'organizzazione della Chiesa cattolica, e ha il suo
punto fondamentale di riferimento e di appoggio nelle diocesi e nelle
parrocchie. Una più estesa e sentita religiosità promuove la scelta di nomi che
dedicano, raccomandano e affidano, il bambino a santi, beati e patroni locali:
e poiché molti santi e patroni, anche di grande prestigio, d'Italia e fuori
d'Italia, hanno ormai nomi germanici - indipendentemente dalla loro origine e
appartenenza etnico-linguistica -, questi nomi, scelti per sola devozione
cristiana e senza più alcuna coscienza della loro germanicità, si diffondono
rapidamente e si affermano nell'onomastica italiana dell'ultimo alto medio evo.
L'onomastica
personale: 4 - Gli influssi Arabi e Bizantini
La
fisionomia del sistema onomastico dell'Italia "longobardica" – come
determinazione geografica dell'area su cui si estese il dominio dei Longobardi
tra la fine del VI e quella dell'VIII secolo - è dunque caratterizzata,
nell'alto medio evo, da due soli tratti o strati linguistico-onomastici, quello
tradizionale latino e quello germanico. Nella restante Italia "non
longobardica", sempre nello stesso arco di tempo, la componente essenziale
è invece soltanto una, il fondo tradizionale latino (o greco-latino): i tratti
o strati onomastico-linguistici diversi non sono, almeno risultativamente,
molto rilevanti, e per questo mi limito qui a un rapido accenno.
L'Italia
"non longobardica" è, nell'alto medio evo, bizantina (con la sola
situazione particolare della Sicilia, che verrà delineata a parte, qui di
seguito): il dominio dei Bizantini si estende dal Centro-Nord, con l'Esarcato
di Ravenna e la Pentapoli - Rimini, Pesaro, Farlo, Senigallia, Ancona -, al Sud
peninsulare, con i Ducati di Napoli, di Puglia e della Calabria (questi due
ultimi poi trasformati in Tema di Longobardia e Tema di Calabria), alla Sicilia
e alla Sardegna. In tutta quest'area la lunga durata della dominazione e dell'amministrazione
di Bisanzio, e il rilevante influsso culturale e, soprattutto nel Sud, anche
religioso esercitato, dové imprimere certamente una rilevante impronta anche
nell'onomastica personale: ma questa impronta, per i diversi periodi di tempo
per cui perdurò nelle varie zone la presenza bizantina, non è facilmente
accertabile -e infatti non è stata accertata se non per alcune zone molto
limitate. Uno dei pochi studi esistenti è una descrizione e interpretazione
dell'onomastica personale di Rimini, di S. Lazard, Événements historique et
anthroponymie à Rimini de latìn du VII au milieu du X siècle, in
"Names", XXIIl, 1978, pp. 1-15, fondato sui nomi che appaiono negli
atti di donazioni e concessioni fondiarie relative al Riminese del "Codex
traditionum Ecclesiae Ravennatis" (il Riminese fu abbandonato dai
Bizantini nel 751 e, dopo una non rilevante presenza di Longobardi e Franchi,
nel 928 circa passò a far parte, con tutta la Pentapoli, del Patrimoionio di
San Pietro). I nomi greci, che con molta probabilità ma senza assoluta certezza
dovrebbero qui essere importati e comunque diffusi dai Bizantini, sono una
minoranza rispetto a quelli latini e germanici, e diventano sempre più rari a
partire dalla metà del IX secolo: i più caratteristici e frequenti sono Basilius,
Cristodula, Leoncio, Theodorus, Theodosius.
Una serie
di condizioni e situazioni onomastiche rendono difficoltosa, se non
impossibile, una sicura identificazione dei nomi personali appartenenti allo
specifico strato onomastico bizantino: innanzi tutto la difficoltà di
distinguere i nomi specificamente bizantini da quelli di più antica tradizione
greca, penetrati e diffusi prima, nell'Italia del sud peninsulare e in Sicilia,
con le colonie greche italiote e siceliote, poi, in età repubblicana e soprattutto
imperiale, per influssi culturali, per la presenza sempre più ampia di Greci o
di Asianici, Africani ecc., di lingua (e di onomastica) greca, e per la forte
connotazione greca dell'onomastica cristiana più antica. Inoltre la difficoltà
di distinguere, all'interno dell'apporto onomastico bizantino (che avrà avuto
pur sempre un ruolo di "'esaltazione'" del patrimonio onomastico
greco preesistente), quello dell'alto medio evo da quello posteriore
continuatosi, soprattutto nel Sud, anche dopo il 1000, in particolare per gli
agionimi (i nomi di santi e beati di tradizione greca, ortodossa).
Risultativamente,
ossia nell'attuale sistema onomastico d'Italia – sul quale si fonda questa
ricerca -, le tracce di nomi bizantini, sia d'età alto-medioevale sia di epoca
più tarda, sono molto scarse e per di più incerte e labili. Mi limito qui a
segnalare, come prima motivazione di quanto ho ora dichiarato, un solo elemento
probativo. Tra le forme nominali che raggiungono almeno 50 occorrenze (cioè
persone denominate) a livello nazionale, circa il 15% è di origine greca.
La quasi totalità di queste forme è però penetrata e si è affermata
nell'onomastica latina, a volte già nell'età repubblicana e più spesso in
quella imperiale, e qui soprattutto nelle classi sociali meno elevate e nei
nuovi ambienti cristiani: sono quindi nomi, rispetto al medio evo, di
tradizione latina, adottati senza più alcun condizionamento etnico-linguistico
e senza più nemmeno consapevolezza della loro originaria,
"etimologica", grecità.
Solo per
una ventina di questi nomi - una quarantina se si considerano anche le varianti
e le forme femminili parallele a quelle maschili e viceversa - è legittimo
ipotizzare, in base a una serie di indizi di varia natura, un modello e insieme
un momento e un epicentro di diffusione prevalentemente bizantino:
prevalentemente e non in modo esclusivo e neppure certo, perché tutti questi
nomi sono documentati anche in Roma e nell'Italia romana del medio e tardo
Impero, anche se con bassa frequenza e per individui di origine greca (e più in
generale asianica, nord-africana o di altre aree di lingua e di onomastica
greca), e per le altre considerazioni su esposte. Gli indizi più pertinenti per
dichiarare la probabile bizantinità dei nomi di origine greca sono essenzialmente
di ordine geografico e cronologico: l'accentramento, ancora nella situazione
attuale, nelle aree che in Italia hanno fatto parte dell'Impero di Bisanzio, e
una documentazione alto-medioevale.
Nel quadro
di queste premesse, e con queste limitazioni e riserve, si può fondatamente
attribuire allo strato e al momento bizantino la penetrazione e la diffusione,
e comunque, l"'esaltazione", di nomi come Cosma, Leonzio, Nicola,
Oronzo, Pantaleo, Teodoro, concentrati soprattutto in Puglia (e Cosma anche nel
Molise, Leonzio anche nel Veneto dove pure è esistita una modesta impronta
bizantina, Oronzo e Pantaleo più frequenti nel Leccese); Agazio e Demetrio
concentrati in Calabria; Agata, Calogero e Filadelfìo prevalentemente
accentrati in Sicilia: Antioco specifico della Sardegna occidentale; Apollonio
e Basilio diffusi nel Sud peninsulare e nelle isole, ma anche nel Veneto.
L'Italia
non "longobardica'" dell'alto medio evo è stata, oltre che bizantina,
anche araba, limitatamente alla Sicilia (in altre aree, infatti, se pure vi fu
presenza araba o saracena, questa fu momentanea e ostile, a livello di
scorreria e di saccheggio, e non poté dunque avere alcuna conseguenza
nell'onomastica personale). L'occupazione araba della Sicilia, iniziata dopo
una serie di incursioni nell'827, con la conquista di Mazara (e nell'831 con
quella di Palermo), ultimata nell'878 e nel 902 con l'espugnazione di Siracusa
e Taormina, e protrattasi per circa due secoli, fino alla riconquista normanna
attuata tra il 1061 e il 1091 (espugnazione di Noto, l'ultima roccaforte
araba), così come ha inciso profondamente sulle strutture economiche e sociali,
artistiche e culturali, religiose e in parte anche linguistico-dialettali e
persino toponomastiche dell'isola, ha certo influito anche sullonomastica
personale, soprattutto nell'area più intensamente arabizzata
centro-occidentale. A parte la penetrazione dei vari gruppi etnici, soprattutto
arabi e berberi, degli invasori prima, e poi di funzionari, commercianti e
coloni islamici, e quindi la massiccia inserzione di nomi arabi sul
tradizionale fondo greco-bizantino, neolatino e in parte minore ebraico, i nomi
personali arabi si saranno certo affermati anche in ampi strati della
popolazione dominata sia per fini di mimetizzazione o per ricerca di prestigio,
sia per le non infrequenti conversioni all'Islam di elementi e nuclei familiari
e sociali cristiani o anche israelitici. Ora, nomi, o soprannomi o epiteti
vari, arabi sono attestati sia direttamente, in fonti e documenti dell'epoca,
sia indirettamente, attraverso i non numerosi ma pur sempre significativi
cognomi siciliani, ancora esistenti, derivati appunto da quei nomi e soprannomi
arabi.
Come, tra
i più diffusi e di più trasparente derivazione araba, Algozzino, Arabito o
Rabito, forse Badalà o Vadalà, Cabibbo, Càfàro, Califfì, Cassar, Cattano, la
serie in -èmi di Cangemi o Cancemi, Chillemi, Chindemi, Condemi, Mignemi e
Scimeni; e poi Farace, Fragalà, Garufì, Giammusso, Macaluso, Maimone, Mogàvero,
Moràbito, Mossuto, Mulè o Molè, Pittalà, Saccaro, Scarlata, Tafùri, Taibbi o
Taibi, Zarcone (vedi i miei saggi "Dizionario dei cognomi italiani" e
"I cognomi italiani", nei quali quasi tutti questi cognomi sono
compresi e studiati).
Ma
nell'attuale repertorio dei nomi individuali della Sicilia non resta la minima
traccia o sopravvivenza di nomi di origine araba (così come non resta traccia
alcuna dell'onomastica germanica che, pur in misura molto minore, dové pur
penetrare nei centri maggiori dell'isola durante i quasi 100 anni in cui fu
sotto il dominio prima vandalico, dal 440 al 476, poi di Odoacre, fino al 493,
e infine ostrogotico, fino al 535). Il motivo principale di questa assoluta
assenza di tradizione e di continuità dei nomi personali arabi in Sicilia
consiste nel fatto che, dopo la riconquista normanna, molti Arabi, o convertiti
all'Islam, abbandonarono l'isola rifugiandosi nei paesi islamici del
Mediterraneo, e che di coloro che restarono una parte si convertì o riconvertì
al cristianesimo assumendo un nuovo nome non arabo, e l'altra parte,
maggioritaria, rimasta fedele all'Islam, fu decimata prima nei frequenti
massacri attuati dai Normanni durante il regno di Guglielmo I e di
Guglielmo II, poi durante le rivolte antisveve duramente represse da Federico
II, che deportò i ribelli superstiti, in varie ondate susseguitesi tra il 1224
e il 1246, a Lucera in Puglia: e i pochi musulmani che restarono in Sicilia o
si convertirono al cristianesimo o cercarono di mimetizzarsi, abbandonando il
nome arabo.
L'onomastica
personale: 5 - Le classi borghesi e mercantili
Il secondo
momento di crisi e di profonda trasformazione del sistema dell'onomastica
personale in Italia insorge e si conclude nel basso medio evo, in un nuovo
quadro, molto più articolato e complesso, di situazioni - e quindi di motivazioni
- politiche, economiche, demografiche, culturali e psicologiche, religiose, e
infine linguistiche e anche onomastiche. Sul piano politico l'Italia è
formalmente ripartita in tre grandi aree: il Regnum Italiae nel Nord,
proiezione marginale del lontano Impero tedesco delle dinastie di Sassonia, di
Franconia e infine di Svevia; il Patrimonio di San Pietro nel Centro; il regno
normanno-svevo e poi angioino nel Sud. Ma questa organizzazione statuale, mai
stabile e neppure compatta per il costituirsi di centri di potere autonomo di
feudatari, laici e religiosi, si dissolve, soprattutto ma non esclusivamente
nel Nord, con la formazione dei nuovi stati locali: i grandi e i piccoli comuni
accentrati originariamente nella Padana; le repubbliche marinare dell'Adriatico
e del Tirreno e in particolare Venezia, Genova e Pisa, Gaeta e Amalfi; i feudi
baronali del Sud e i Giudicati di Sardegna.
Si forma
cosi una nuova società e una nuova economia, emergono categorie o classi nuove,
"borghesi" e anche popolari - mercanti e banchieri, piccoli
imprenditori e artigiani, coloni ormai liberi -, aumenta la ricchezza ed è più
ampiamente ripartita, tende a aumentare la popolazione. Si afferma una nuova e
più diffusa cultura laica, e, nel quadro dell'intenso processo riformatore, una
nuova religiosità. E sul piano linguistico fondamentale è
l'istituzionalizzazione dell'uso, anche scritto, dei "volgari" locali
e regionali, accanto e poi sempre più in sostituzione dell'oligopolio del
latino medioevale (e, in situazioni particolari, del tedesco, del
greco-bizantino, del normanno-francese e del francese stesso). In questo quadro
si determina e si motiva il processo di profonda trasformazione del sistema
onomastico italiano.
Tra il X e
l'XI secolo il repertorio di nomi individuali si era progressivamente
impoverito: decadono molti nomi del vecchio fondo latino che, se non sono
diventati nomi di santi e patroni, non hanno più alcun prestigio sociale e
culturale e quindi alcun effetto psicologico; decadono vari nomi germanici, con
l'esaurirsi del modello politico e sociale e delle occasioni di ricambio, e
comunque per la loro usura e banalizzazione; decadono anche alcuni nomi
religiosi affermatisi nelle fasi dei cristianesimo antico e del primo alto
medio evo. Un repertorio così ridotto, una scelta cosi limitata, non possono
più soddisfare alle esigenze di individuazione e distinzione dei soggetti di
questa nuova società più "democratica", più ampiamente aperta ai
ruoli di protagonista nel settore sia politico e amministrativo sia economico e
culturale, più ricca di occasioni pubbliche e ufficiali (atti amministrativi e
giudiziari, e in particolare notarili per comprevendite e per servizi vari, per
donazioni e successioni ecc.): esigenze tanto forti e urgenti che
determineranno, proprio in questo stesso arco di tempo, l'insorgenza e quindi
la diffusione e infine l'istituzionalizzazione del cognome.
Promosso
da queste spinte, socioeconomiche ma anche culturali, religiose e linguistiche,
si determina, tra la fine del XII secolo e l'inizio del XIV, un rapido e
intenso incremento del repertorio, conseguito con molteplici e spesso dei tutto
nuovi procedimenti di creazione onomastica. Questi procedimenti - che qui mi
limito a accennare e esemplificare sommariamente perché la loro problematica si
riflette nella tipologia onomastica e nella stratigrafia linguistica del
sistema attuale italiano che verranno affrontate in altra sede - si possono
distinguere in 5 tipi fondamentali, che però spesso si implicano e si
sovrappongono tra loro. Li elenco definendoli in modo generico e concretandoli
con qualche esempio, scelto tra i nomi che, all'interno di ciascun tipo, hanno
avuto più larga diffusione già nel tardo medio evo, e *ancora sono vivi*
nell'attuale sistema italiano e spesso con alto rango di frequenza.
- nuovi
nomi " volgari " augurali o/e gratulatòri, affettivi, o anche
soprannomi, come Benvenuto e Benvenuta, Bonaventura, Bonifacio o Bonifazio,
Graziadio, Ristoro e Amabile; Eletta, Grazia; Bello e Bella, Nero e Nera, Rosso
e Rossa, o Onesto e Onesta;
- nuovi
nomi " volgari " formati da determinativi etnici, professionali, di
condizione sociale, come Alamanno o Alemanno, Francesco e Francesca - soltanto
nel ruolo di etnici, cioè "francese", che ebbero fino ai XIII secolo
-, Franco e Franca - anche questi solo nel ruolo parziale di etnici -,
Longobardo, Romano e Romana; Romeo - sempre nel solo valore di etnico, "di
Roma, dell'Impero romano", o anche "di Costantinopoli o
Bisanzio", non nel valore più tardo di "pellegrino in Terra Santa o a
Roma" -, Tedesco; Nobile e Vassallo; e, con riferimento alla condizione di
"figlio di ignoti, trovatello", Innocente e Innocenta - solo in parte
-, Trovato, Venturino e Venturina - ancora solo in parte -;
- nuovi
nomi formati da forme ipocoristiche, alterate e derivate, di nomi base,
"pieni", già esistenti, come Gianni e Gianna, Ianni o Janni e Ianna
(5), Janna (12), Nanni e Nanna, Vanni e Vanna, Zani; Dino e Dina,
Duccio, Maso, Nello e Nella; Agostino e Agostina, Antonello e Antonella, Antonietta,
Antonino e Antonina, Michelino e Michelina, Natalino e Natalina;
- nuovi
nomi stranieri di prestigio politico, sociale e letterario, o comunque di moda,
come quelli degli imperatori tedeschi delle dinastie di Sassonia, di Franconia
e di Svevia, soprattutto Ottone, Enrico e Enrica o Arrigo e Arriga, Corrado e
Corrada, Federico e Federica o Federigo e Federiga; o di re, principi e
cavalieri normanni, tra cui Guglielmo e Guglielma, Raimondo e Raimonda, Ruggero
e Ruggera, Tancredi; o di eroi delle " Chansons de geste " francesi
come Orlando o Rolando, Rinaldo, Oliviero;
- agionimi
che si diffondono, o si ridiffondono, per ii culto di nuovi grandi santi
dell'XI-XIV secolo, come Anselmo e Anselma per Sant'Anselmo d'Aosta, Antonio e
Antonia per Sant'Antonio da Padova (oltre che per Sant'Antonio abate di culto
molto più antico), Bernardo e Bernarda per San Bernardo di Chiaravalle,
Domenico e Domenica per San Domenico di Guzman, Francesco e Francesca per San
Francesco d'Assisi, e Caterina per Santa Caterina da Siena (oltre che per Santa
Caterina d'Alessandria, di culto antichissimo).
Con il
concludersi, alla fine del Trecento, di questo secondo e ultimo grande processo
di profonda crisi e trasformazione e di intenso arricchimento dell'onomastica
personale in Italia, è ormai sostanzialmente formato il sistema attuale
italiano: lo sviluppo e le modificazioni ulteriori che si determinano tra
l'ultimo Trecento e l'ultimo Novecento - un arco di tempo pur ampio e denso di
momenti rivoluzionari in tutti i settori - sono sì rilevanti, e portano a
rilevanti innovazioni, ma non trasformano né sconvolgono più la fisionomia, la
struttura tipologica di fondo, del sistema emerso dalle due crisi dell'alto e
del basso medio evo.
Così - per
delineare i momenti e i fattori d'innovazione più incisivi di questi ultimi sei
secoli - l'Umanesimo e il Rinascimento promuovono il recupero e la diffusione
di nomi "classici" greco-latini - che tuttavia in parte già
preesistevano anche se con scarsissima frequenza -, ma questi non superano, tra
maschili e femminili, i 200 (sempre in relazione al sottoinsieme delle
forme nominali che raggiungono a livello nazionale almeno 50 occorrenze): in
breve esemplificazione, e in ordine decrescente di rango, tra i maschili Mario,
Alessandro, Cesare, Claudio, Attilio, Marcello, Elio, Adriano, Ettore, Augusto,
Remo, Massimo, Ezio, Fausto, Ennio, Livio, Oreste, Aurelio, Tullio, Lucio,
Ottavio, Orazio, Achille, Camillo, Fabio, Fulvio; e tra i femminili Adriana,
Lidia, Marcella, Virginia, Patrizia, Alba, Alessandra, Valeria, Flora, Augusta,
Clelia, Livia.
Così
ancora i nomi penetrati e affermatisi durante le dominazioni straniere in
Italia, diverse nei vari momenti storici e nelle varie zone, sia per presenza
diretta e per prestigio politico e sia anche per solo prestigio e influsso
culturale, sono limitati a qualche decina (eccettuate, naturalmente, le aree
alloglotte francesi e franco-provenzali, tedesche, slovene e croate): più
numerosi e diffusi quelli di origine iberica, come Alfonso, Dolores, Ferdinando
e Fernando, Mercedes, Porfirio, Rodrigo; più rari quelli di origine tedesca
come Sigfrido, Volfango, Walter, Wanda, o slava come Boris, Mirko, Tatiana,
Vladimiro.
Così pure
i nomi affermatisi soprattutto nell'Ottocento e nel primo Novecento per la
popolarità di personaggi di opere letterarie e più ancora teatrali, drammatiche
e specialmente liriche, come Aida, Alfredo, Amleto, Amneris, Carmen, Desdemona,
Elvira, Fedora, Fosca, Iago, Isotta, Manrico, Norma, Ofelia, Otello, Radamès,
Tosca, Tristano, oppure Aramis, Athos e Porthos, Diego, Loredana, Oscar,
Ramiro.
Così
infine i nomi diffusi o ridiffusi per consenso patriottico e politico,
collegati con dinastie, personaggi, imprese e fatti militari, ideologie, come
Aimone, Emanuele, Filiberto, Umberto e Vittorio Emanuele tradizionali dei
Savoia, o Garibaldi, Menotti e Ricciotti, Anita, o Benito, Edda, o Adua,
Gorizia, Trento, Trieste, o Libertà; oppure rispondenti a mode più o meno
effimere, prevalentemente formali (attrazione della forma fonica del nome),
come Barbara, Luana, Mara, Monica, Simona, Stefania.
[Insorgenza
e processo di formazione dell'onomastica personale italiana
di Emidio
De Felice:]
Piero F.