Questo articolo non è copiato da
qualche libro. E' il frutto di una ricerca collettiva che feci due anni fa con
l'aiuto degli utenti di soc.history.medieval, integrata con svariate fonti
(libri, siti web) che si occupano marginalmente di questo personaggio storico,
così misconosciuto in Italia.
Spero di fare cosa gradita nel
proporlo all'attenzione degli appassionati del medioevo, perché l'alternativa è
reperire pubblicazioni in lingua inglese (rare anche quelle, d'altronde).
1.
INGHILTERRA E NORMANDIA
Giusto nell'anno 1100, Enrico
"Beauclerc", figlio del normanno Guglielmo "il
conquistatore", cinse la corona del Regno d'Inghilterra. Ma non era
destinato a ciò, avendo due fratelli maschi maggiori di lui. Il vecchio e
glorioso Conquistatore, morto nel 1087, aveva assegnato al figlio maggiore,
Roberto detto Curthose ("cortacoscia") il ducato di Normandia, e al
secondogenito Guglielmo, detto Rufus ("il rosso") il regno
d'Inghilterra. Non deve stupire tale scelta, in quanto la fertile Normandia era
considerata dai Normanni più importante e redditizia della nebbiosa Inghilterra
delle brughiere. Anzi, i Signori normanni preferivano di gran lunga risiedere
nei loro dominii in terra di Francia, trascorrendo solo brevi periodi oltre
Manica. Per questo motivo Rufus tentò inutilmente, per tutti i 13 anni del suo
regno, di spodestare il fratello e unificare i dominii normanni: e quando
Roberto lasciò la Normandia per seguire la prima Crociata, Guglielmo assunse la
reggenza del Ducato con l'intenzione di non cederla più. Al ritorno del
fratello, ingaggiò l'ennesima guerra fratricida ma dovette rinunciare al trono
ducale e tornare in Inghilterra, dove trovò la morte per causa di una freccia,
durante una partita di caccia. Non è escluso che nell'incidente ci fosse lo
zampino di Enrico, il terzogenito cui non era spettata eredità adeguata. Poiché
Rufus non aveva eredi, l'assemblea dei Baroni normanni (cui partecipavano anche
nobili anglosassoni) elesse Enrico nuovo Re d'Inghilterra, ma Roberto Cortacoscia
tentò immediatamente di far riconoscere i suoi diritti di primogenitura,
desiderando anch'egli unificare i dominii sulle due sponde della Manica. Ma era
un bravaccio violento e arrogante, inetto come amministratore, e in Normandia
nessuno lo sopportava: men che mai in Inghilterra ad averlo come Re. Fra Enrico
e Roberto era quindi scoppiata una guerra per la successione, e godendo di
maggiori appoggi, alla fine l'aveva spuntata Enrico, che nel 1106 assunse anche
il titolo di Duca di Normandia.
Nello stesso anno 1100 in cui
divenne Re d'Inghilterra aveva sposato Edith, (che gli inglesi chiamarono però
Matilda), la figlia di quel Re di Scozia, Malcom III, sconfitto e ucciso da
Guglielmo "Rufus" nel 1093, e sorella dell'attuale sovrano scozzese,
Edgardo. Questo fortunato matrimonio assicurò la pace per diversi anni sui
turbolenti confini dei due regni, e da esso nacquero nel 1102 la protagonista
della nostra storia, Adelaide detta poi Matilda, e un anno più tardi Guglielmo,
l'erede al trono (nacquero poi almeno altri due figli, che morirono ancora
infanti).
Enrico I Beauclerc aveva una
grande fiducia nella politica matrimoniale, quanta ne avevano gli altri
regnanti dell'epoca e anche qualcosa di più. Cercò dunque di usarla per
risolvere i suoi problemi di "politica internazionale". I nemici più
pericolosi dei Normanni erano il Re di Francia (di cui il Duca di Normandia era
formalmente vassallo), e il potente Conte d'Angiò, che proseguiva la
tradizionale politica espansionistica della sua casata ai danni della
Normandia.
Luigi VI divenne Re nel 1108, alla
morte di Filippo I, ma in realtà erano già diversi anni che reggeva il trono in
luogo del padre, talmente obeso da essere inabile alle sue funzioni (ma anche
Luigi VI non scherzava quanto a stazza, ed è conosciuto come "Luigi il
grosso": per gli inglesi "The Fat"). Energico e volitivo, il Re
di Francia mirava a prendere il controllo politico del suo regno, nel quale i
suoi feudatari era quasi tutti più ricchi e potenti di lui. Con adeguate
politiche matrimoniali, nel sud del paese si erano formati infatti grandi stati
feudali, dall'Aquitania a Tolosa e alla Languedoc, mentre al nord, confinante
coi domini personali della monarchia, c'era non solo il potentissimo ducato di
Normandia, ma anche la rampante contea d' Angiò.
La fortuna di questa casata era
iniziata oltre un secolo prima, ed era in quel momento al suo apice. Folco IV
"lo scontroso" contese lungamente ai normanni la contea del Maine che
divideva i rispettivi dominii, e il figlio Folco V "il giovane" se
l'assicurò poi attraverso il matrimonio con Ermengarda, unica erede di quella
contea, mossa che gli permise di subentrare legalmente alla morte del suocero,
nonostante le rivendicazioni dei normanni. La Normandia era così stretta come
in una morsa tra l'ambizione dei Capetingi di Francia, a oriente, e la brama di
grandezza dei conti d'Angiò ad occidente. L'alleanza tra i due nemici dei
normanni era dunque nella logica delle cose, ed Enrico cercava il modo di
spezzarla. Egli pensò quindi di imparentarsi con i conti d'Angiò attraverso il
matrimonio del proprio erede Guglielmo "the Aetheling" (titolo
onorifico tipicamente anglosassone al di fuori della tradizione
franco-normanna) con Isabella, la figlia del conte Folco V, che nel 1106 era
successo al padre.
Quanto a Matilda, ne voleva fare
il pegno per un'alleanza con l'Imperatore del Sacro Romano Impero germanico,
Enrico V: un matrimonio di grande prestigio, che avrebbe conferito
all'Inghilterra un alleato assai potente. Stavolta sarebbe stato Enrico a minacciare
l'ambizioso Re di Francia stringendolo tra est ed ovest con dei potenti
alleati, se il progetto fosse andato in porto. Per sua fortuna, le due
controparti accettarono, benché i figli di Enrico d'Inghilterra fossero ancora
bambini. Com'era consuetudine, si sarebbe aspettata la pubertà per celebrare i
matrimoni.
Così, Matilda venne promessa da
suo padre all'Imperatore Enrico V quando aveva solo 7 anni, e fu mandata in
Germania per essere allevata alla Corte imperiale.
2.
GLI ANNI DELLA GERMANIA.
Nemmeno Enrico V era destinato a regnare, proprio come il futuro suocero Enrico Beauclerc.
Ma suo fratello maggiore Corrado si era rivoltato contro il padre, il collerico imperatore Enrico IV, e si era schierato coi duchi ribelli, venendo per questo diseredato. Nominato nuovo erede al trono, Enrico V dovette a malincuore ammettere che il padre era troppo vendicativo e ingombrante per la pace della Germania, e alla fine anch'egli si era ribellato costringendo l'imperatore ad abdicare. Era il 1105, e il vecchio Enrico IV, forse stroncato dall' ennesimo tradimento dei suoi figli, morì l'anno dopo in un convento, senza concedere il perdono nemmeno in articulo mortis.
Il ventiquattrenne nuovo sovrano, quarto della dinastia salica o di Franconia, per quietare i rimorsi venerava la memoria paterna e cercava di completarne l'opera di accentramento statale.
L'Impero viveva un momento decisivo della sua storia. Si componeva del Regno di Germania, del Regno di Borgogna (o Arelat) e del Regno d'Italia (fino a circa metà della penisola, essendo al sud subentrati i Normanni ai precedenti dominatori bizantini), ed Enrico III, nonno dell'attuale sovrano, era riuscito non solo ad estendere il dominio dell'Impero sullo Stato della Chiesa, ma anche a ridurre alla ragione i riottosi feudatari germanici, imponendo un potere centralizzato inusitato per l'epoca. Il suo successore, Enrico IV, salito al trono nel 1056 all'età di sei anni, aveva visto sbriciolarsi la costruzione paterna durante la reggenza della madre Agnese di Poitou, e quando fu finalmente in grado di agire in prima persona, trovò sulla propria strada un papa come Gregorio VII, altrettanto risoluto ad affermare il primato della Chiesa sull'Impero. Dapprima per il privilegio delle investiture dei vescovi, e poi per questioni geopolitiche sempre più complesse, iniziava così una guerra che doveva durare quasi due secoli e avere effetti profondi sulla storia d' Europa.
Enrico IV non cessò mai di combattere, contro Gregorio VII e i suoi successori, ma anche contro i duchi germanici che appoggiavano strumentalmente il papato al fine di sottrarsi sempre più alle mire centralistiche degli imperatori salii. Ma soprattutto combatté senza sosta contro la cugina Matilde, contessa di Canossa, marchesa di Toscana, duchessa di Lorena e moglie del duca di Baviera. Era la donna più potente che si fosse mai vista nell'Europa occidentale, punto terminale di una catena di eredità avite e matrimoniali, che si alleò col papa per devozione religiosa, ma ancor più per i propri interessi anti imperiali.
L'umiliazione di Canossa, nel 1077, non fu che un episodio, per l'indomito Enrico IV: in seguito depose il papa, ne fece eleggere uno più accomodante che lo incoronò imperatore, ma la resistenza degli eserciti matildini gli impedì di trarne profitto. Il suo antipapa Clemente III non fu riconosciuto, Gregorio e i suoi successori lo scomunicarono ancora più volte, ed inoltre fu costretto a fare la spola tra l'Italia e la Germania, giacché in sua assenza i feudatari ribelli minacciavano di eleggere un nuovo imperatore.
Il giovane Enrico V era senz'altro più diplomatico e paziente del padre, ma non intendeva rinunciare ad imporre il potere imperiale su quello clericale. Nel momento in cui depose il padre, l'assemblea dei grandi feudatari tedeschi lo elesse Re di Germania, e ciò automaticamente lo rendeva, per eredità legata alla Corona, anche Re d'Italia e di Borgogna. Per ottenere il titolo di Imperatore doveva farselo riconoscere, come voleva la tradizione, dal Papa, e recarsi a Roma per farsi incoronare. Ciò voleva dire fare concessioni alla Chiesa e ai suoi sostenitori, e inoltre occorreva avere le spalle coperte in Germania, dove l'assenza del Re era sempre occasione di pericolosi colpi di mano dei duchi. Enrico V seppe lavorare bene su questo versante, e nel 1110 partì tranquillo per l' Italia, con l'intenzione di chiudere in modo indolore tutte le pendenze col papato.
Per prima cosa andò a trovare l'anziana Matilde, che stava vivendo i suoi ultimi anni, nel suo castello di Bianello, e si riappacificò con lei anche a nome del defunto Enrico IV. Matilde ne fu conquistata, e restituì al cugino i beni feudali di cui era investita, dichiarando che dopo la propria morte avrebbe lasciato i suoi beni personali (allodiali) alla Chiesa. Pur essendo stata sposata due volte, col repellente Goffredo il Gobbo e con l'impotente Guelfo di Baviera, non aveva avuto figli. Il suo vastissimo dominio sarebbe stato comunque dilaniato da pretendenti di varie linee dinastiche, e dunque Matilde, con l'approvazione di Enrico, si accingeva a trasferire la proprietà delle sue terre al patrimonio di Pietro. Senonché dopo la sua morte, avvenuta nel 1115, Enrico scoprì che nel legato ereditario Matilde aveva incluso, oltre alle terre di proprietà della famiglia, anche i beni derivanti da investitura feudale di suo padre Bonifacio III di Toscana. E di questi beni, secondo il diritto feudale, non avrebbe potuto disporre liberamente: Enrico dunque iniziò un lungo contenzioso col papato per riavere quella parte di eredità matildina che considerava di spettanza del supremo signore feudale, e cioè l'imperatore.
Ma nel frattempo il suo impegno pacificatore sembrava dare buoni frutti, e nel 1111 si incontrò con Pasquale II a Sutri, dove fu finalmente firmato un accordo che stabiliva le competenza del Papa e quelle del'Imperatore. Ma poco dopo scoppiò nuovamente un dissidio, e la politica conciliatoria di Enrico terminò di colpo con un atto di forza. L'infuriato re germanico arrivò a imprigionare per due mesi il papa, liberandolo solo quando questi promise di incoronarlo imperatore e di concedergli il diritto all'investitura del vescovo. Tornato in Germania con la corona imperiale, Enrico si vide poi annullare l'accordo dallo stesso Pasquale II (che, per averlo concesso, era stato accusato dai vescovi di essere eretico!), e nel 1116 fu addirittura scomunicato con una formula ambigua che non lo nominava direttamente.
Mentre accadeva tutto ciò, quella bambina arrivata alla corte imperiale dalla remota e periferica isola britannica, riceveva dagli abili precettori di corte un'educazione di prim'ordine, impregnata di cultura romano-germanica. Matilda prese atto che i Normanni apparivano rozzi e barbari ai colti studiosi dell'Impero, quantunque la civilizzazione in terra di Francia li avesse resi assai meno selvaggi dei loro antenati. L' intera sua vita sembra dimostrare che quegli anni formativi le abbiano inculcato un senso di superiorità nei confronti dei propri connazionali: è certo comunque che alla corte di Enrico apprese le arti e le lettere, ma anche e soprattutto taluni concetti fondamentali di politica (in particolar modo la visione "statalista" degli Enrichi della casa di Franconia). L'esperienza germanica sarà poi alla base dei suoi frequenti scontri con i riottosi baroni Normanni, tendenzialmente anarchici e insofferenti di qualsiasi potere superiore.
Nel 1114, compiuti i 12 anni ed entratà nella pubertà, Matilda divenne dunque imperatrice sposando Enrico V, che di anni ne aveva 29, quasi 17 più di lei. L'unione non fu molto felice, ma a quei tempi non ci si aspettava molto dai matrimoni d'interesse. L'importante era che nascessero eredi. Invece niente, Matilda non ebbe nemmeno una gravidanza in 11 anni di matrimonio.
Enrico intanto aveva avuto una figlia da una concubina, e a corte si iniziava a sospettare che Matilda fosse sterile. In questi casi non era infrequente che i regnanti ottenessero l'annullamento del matrimonio, e forse questo sarebbe accaduto se intanto Enrico non si fosse ammalato gravemente (probabilmente un tumore). Nel 1122 appariva già arrendevole e rassegnato, in occasione del concordato di Worms che rappresentava per lui la rinuncia all'egemonia dell'Impero nei confronti della Chiesa. Quando apparve chiaro che non era più in grado di reagire con determinazione alle spinte autonomiste dei grandi feudatari, il suo regno iniziò a sfasciarsi tra continue ribellioni e guerre civili, mentre Enrico si spegneva lentamente. Nel 1125 la morte lo colse infine a Utrecht, a 40 anni non ancora compiuti.
Poco prima di morire senza lasciare eredi alla dinastia salica, aveva designato come successore il fedele alleato Federico "il guercio", duca di Svevia (suo nipote, essendo figlio di sua sorella), che tante volte aveva mantenuto l'ordine in Germania, in assenza dell'imperatore. Ma forse proprio per questo i principi tedeschi non lo accettarono e gli contrapposero il loro candidato Lotario di Supplimburgo, inasprendo un conflitto di potere che divenne poi una guerra civile destinata a durare ancora molti anni.
Questi avvenimenti tolsero a Matilda ogni possibilità di rimanere imperatrice. Infatti accadeva spesso che la vedova di un regnante si risposasse, dando così legittimità a un nuovo sovrano: era considerata una successione al trono come un'altra. Ma le cose andarono diversamente, anche a causa della sospetta sterilità di Matilda, che fu così tagliata fuori dal gioco della successione. La vicenda la segnò profondamente: perfettamente calata nella mentalità e nei problemi dell'impero germanico, sperava di dar prova di ottime capacità di governo. Nonostante la richesta di rimanere a corte come ospite gradita, Matilda preferì ritornare da suo padre, in Inghilterra. Aveva solo 23 anni, ed era una donna frustrata e delusa.
3.
ALLA CORTE D'INGHILTERRA
Anche Enrico I d'Inghilterra era un uomo disperato. Era pure lui vedovo, e cinque anni prima, durante la permanenza di Matilda in Germania, il suo erede e figlio prediletto Guglielmo era morto annegato nel naufragio della White Ship, la nave reale, fracassatasi sulle scogliere mentre tornava dalla Francia, poco dopo il suo matrimonio con Isabella d'Angiò. Oltre al dolore, la cosa aveva una conseguenza politica deleteria, in quanto il consuocero Folco V aveva spedito la figlia Isabella in convento a fare l'abbadessa, ed era tornato a sostenere gli interessi del Re di Francia, in opposizione al Re d'Inghilterra.
Con la morte prematura di figlio e genero, la politica dinastica di Enrico si era rivelata un fallimento totale, e ora i grandi nobili aspettavano la sua morte per eleggere un Re di proprio comodo. In Francia si faceva insistentemente il nome di Guglielmo "Clitone", figlio illegittimo di Roberto Cortacoscia, che Luigi VI sosteneva con tutto il suo peso politico: l'aveva fatto sposare con la sorellastra di sua moglie e l'aveva infeudato nel Vexin, una regione tradizionalmente devota alla Corona. Ma per sfortuna del re francese, il suo candidato morì nel 1128 e un ulteriore tentativo di candidare il conte di Fiandra non fu mai preso sul serio.
Ma Enrico non era disposto a rinunciare alla perpetuazione della sua dinastia. Aveva avuto un numero enorme di figli, fra legittimi e illegittimi (oltre 20, però quasi tutti morti durante l'infanzia), fra i quali il maggiore era Roberto, che all'epoca aveva 35 anni.
Poiché gli illegittimi non hanno diritto alla successione, il massimo che poteva fare per lui era concedergli la grande e importante contea di Gloucester, ma nessuno dei baroni inglesi avrebbe accettato una successione illegittima. Sperando di avere ancora un legittimo erede, Enrico I si risposò con una donna molto più giovane, ma inutilmente: il sospirato maschio non sarebbe arrivato mai.
Matilda intanto iniziava ad occuparsi degli affari del regno, e presto mostrò un'insopprimibile insofferenza per l'arrogante insubordinazione dei Lords, i quali avevano la stessa tradizione germanica di non riconoscere al Re un'autorità suprema, che ritenendolo meramente "primus inter pares". In breve tempo la giovane donna si creò la fama di donna invadente e dispotica, invisa a tutta la corte. I beffardi avventurieri normanni si rivolgevano a lei in pubblico chiamandola familiarmente "Maud" e palesando così il proprio rifiuto a riconoscerle una qualsiasi autorità; così Matilda pretese di contro di essere chiamata col titolo di Imperatrice ("the Empress") da nobili e vescovi, finendo per inimicarsi anche il clero. D'altra parte ella vedeva giustamente nel potere autonomo dei Baroni, dei Vescovi e dei Liberi Comuni, una minaccia per la sicurezza stessa del trono, come aveva potuto constatare durante la permanenza nel Sacro Romano Impero.
Re Enrico rimase così impressionato dalla grinta di questa sua figlia, normanna di temperamento e germanica di educazione, che iniziò a pensare di nominarla sua erede. Era un passo molto azzardato: nessuna donna aveva mai avuto finora responsabilità dirette di governo, il termine "regina" designando semplicemente la moglie del re. Al massimo, una regina poteva essere reggente per un figlio minore, non di più. Però la decisione e la visione politica di Matilda sembravano a Enrico, e ai più diretti sostenitori della sua casata, le qualità giuste per una prima importante eccezione. Senonché, dopo la morte del figlio Guglielmo, e non prevedendo un'imminente vedovanza di Matilda, né tantomeno il suo ritorno in Inghilterra, Enrico aveva allevato come un possibile erede il nipote Stefano, figlio di sua sorella (e dunque anch'egli nipote di Guglielmo il Conquistatore), rimasto orfano fin da bambino. Suo padre, il conte di Blois, era stimato in vita e venerato in morte come un eroe, essendo caduto in combattimento durante la Crociata, al seguito di Roberto Cortacoscia.
Inoltre Stefano era un trentenne di un buon carattere, aveva molti amici tra i nobili coetanei ed era attaccatissimo allo zio, che lo trattava davvero come un figlio. Ora gli si chiedeva di diventare il difensore e il braccio armato di sua cugina Matilda, in quanto era prevedibile una forte opposizione dei nobili all'investitura di una donna, per giunta così altezzosa e scostante.
Stefano non sembrò restarci male. Pur avendo accarezzato l'idea di succedere allo zio, quando gli fu richiesto di giurare lo fece addirittura due volte: dapprima in privato, davanti allo zio e alla cugina, e poi pubblicamente insieme a tutti i Lord del regno riuniti in assemblea (anche se un po' recalcitranti). Conoscendo la lealtà e la devozione del nipote, il giuramento di Stefano era per Enrico un'importante polizza di assicurazione. Frattanto il sovrano meditava di assicurare un erede maschio alla sua stirpe, condizione che riteneva indispensabile per far accettare temporaneamente una donna sul trono. Nei suoi piani, Matilda avrebbe dovuto risposarsi, fare dei figli, e regnare sull'Inghilterra finché il suo primo rampollo maschio fosse in età di governare direttamente, per poi magari abdicare. Matilda avrebbe voluto un altro matrimonio di grande prestigio, ma il padre mirava a riportare dalla sua parte Folco V d'Angiò, e la propria figlia vedova sembrava servire allo scopo: Folco aveva un figlio maschio, Goffredo, che però era solo quattordicenne. Sordo alle proteste della figlia, Enrico la sacrificava ancora una volta alla ragion di Stato: dopo averle dato uno sposo più anziano di 17 anni, ora gliene dava un altro, più giovane di 11. Non si pensi che all'epoca già si desiderasse un matrimonio d'amore (figurarsi, occorrerà attendere il romanticismo perché quest'idea prendesse piede), ma dopo essere andata sposa all'imperatore germanico, Matilda riteneva un declassamento il suo matrimonio con un semplice conte, fosse pure della potente casata d'Angiò. Eppure il piano di Enrico era ben congegnato: il temibile Folco nel 1120 era andato in pellegrinaggio in Terrasanta, e si era convinto che là, tra quei regni sorti sulle armi dei Crociati, c'era la possibilità di dare maggior lustro alla sua casata che non in Francia. Rimasto vedovo, e titolare della contea del Maine dopo la morte del suocero, pensava di riuscire a subentrare tramite matrimonio nel Regno di Gerusalemme, travagliato da problemi dinastici. In tal caso, avrebbe lasciato i suoi titoli e i suoi possedimenti in Francia al figlio Goffredo. Enrico I era a conoscenza di questo progetto, e contava sul matrimonio tra Matilda e l'erede d'Angiò, per riunire sotto un comune discendente l'Inghilterra, la Normandia, l'Angiò e il Maine. Ciò avrebbe mantenuto il Re di Francia in condizioni di debolezza nei confronti del dominio normanno, il che era appunto l'obiettivo che Enrico si proponeva. Il prossimo passo della nuova dinastia poteva essere addirittura l'unificazione delle corone di Francia e Inghilterra sotto la dinastia normanna, se tutto fosse andato secondo previsioni.
Ma Enrico preferiva per il momento celare le proprie ambizioni, che avrebbero potuto suscitare invidie e gelosie. Riunita l'assemblea dei Lord, espose dunque la sua volontà di far incoronare Matilda dopo la propria morte, e chiese a tutti i presenti un solenne giuramento. I grandi del regno non erano entusiasti, e replicavano che una donna al governo avrebbe comportato dei pericoli per l'Inghilterra: non tanto per la determinazione dimostrata da Matilda (che, forse, pensavano presto o tardi di domare), ma perché avrebbe potuto avere in futuro un marito ficcanaso e piantagrane, magari uno straniero forte e temibile. Posero perciò come condizione per il loro giuramento, che un eventuale matrimonio di Matilda fosse sottoposto alla loro approvazione. Naturalmente Enrico sospettò che questo fosse un pretesto per rifiutare qualsiasi matrimonio, immaginando facilmente che qualsiasi sposo di Matilda sarebbe risultato sgradito a qualcuno dei baroni: ma se sua figlia non avesse avuto figli si sarebbe ripresentato prima o poi il problema della successione. Si risolse dunque ad accettare questa condizione senza far cenno ai propri progetti, nonostante la figlia lo supplicasse di farlo, sperando appunto in una opposizione dei nobili alle nozze col mocciosetto d'Angiò.
Ma Enrico fu irremovibile, prese segretamente contatto con Folco, e i due combinarono per la seconda volta le nozze tra i rispettivi figli.
4.
IL TRADIMENTO DI STEFANO
Nel 1128 una riluttante Matilda raggiunse l'Angiò, e venne portata all'altare dal quindicenne Goffredo con una cerimonia affrettata e senza sfarzo, cosa che irritò ancora di più la giovane donna. Goffredo era un ragazzo, ma pieno di ardimento, anche se rozzo e poco istruito: la sua ambizione principale era, manco a dirlo, guadagnare gloria e territori con epiche gesta guerresche. Matilda ne era disgustata,e poiché ancora per diversi anni non ebbe figli, si mormorava non solo che fosse sterile, ma perfino che si sottraesse ai suoi doveri coniugali. D'altra parte l'adolescente Goffredo, in attesa di portare i suoi ardori sui campi di battaglia, li sbolliva nel talamo dell'amante Adelaide, la quale gli diede almeno due figli (uno dei quali diverrà in seguito Conte del Surrey), e detestava talmente la sua riluttante sposa da minacciare più volte il ripudio. Ci volle tutta l'abilità diplomatica del suocero Enrico per convincerlo a convivere con Matilda, e salvare un progetto dinastico così importante politicamente, Due o tre anni dopo la celebrazione di questo tormentato matrimonio, il conte Folco (che a seguito di esso aveva nel frattempo cambiato campo un'altra volta, aiutando in più occasioni belliche il consuocero Enrico d'Inghilterra) partì per la Terrasanta. Ci andava, col consenso di Luigi VI, per impalmare la regina Melesenda e assumere quindi, come da tempo desiderava, il titolo di Re di Gerusalemme. Come convenuto, il giovane Goffredo divenne così il nuovo Conte di Angiò, e adottò come stemma una pianta di ginestra (in latino Planta Genistae, da cui il nome Plantageneti che assumeranno i suoi discendenti). Pur rimanendo sempre in soggezione nei confronti della moglie, che lo riteneva una specie di selvaggio, Goffredo iniziò a interessarsi alla cultura e all'arte di governo, e con gli anni divenne un uomo non solo forte e valoroso, ma anche giusto e saggio (i normanni, da lui sconfitti, lo chiameranno poi "The Fair Count", il Conte leale). Non si sa se e quando Matilda finì di rifiutare i suoi doveri di sposa, fatto sta che nel 1132 rimase incinta per la prima volta. Una primipara di trent'anni era allora un fatto inusitato, ma non rimase isolato. Matilda si dimostrò ben feconda, alla faccia delle malelingue: in quattro anni partorì tre figli, tutti maschi. La dinastia era salva, e la successione al trono d'Inghilterra pareva ormai assicurata: Matilda affidava ormai tutte le sue speranze al futuro ruolo di Regina, insofferente com'era alla vita in Angiò, dove sentiva sacrificato il suo talento politico.
Nel 1135 attendeva il terzo figlio, quando le giunse la ferale notizia: il Re d'Inghilterra era morto durante una partita di caccia in Normandia, all'età di 67 anni, lasciandola erede al trono come stabilito da tempo. Ma, mentre si preparava a recarsi in Inghilterra per essere incoronata, le giunse un'altra notizia, che la lasciò sgomenta: i Lord del regno, riuniti in assemblea, avevano eletto Re suo cugino Stefano! I nobili, mal digerendo la scorrettezza di Re Enrico, che aveva maritato la figlia a un Angiò senza il loro consenso, si erano dichiarati svincolati dal giuramento a suo tempo prestato, e si erano rivolti al bravo Stefano, che non diceva mai di no a nessuno.
Il cugino di Matilda aveva 6 anni più di lei, amava la caccia e la compagnia, e non aveva mai avuto eccessive ambizioni. Era l'incarnazione dell'ideale cavalleresco medievale. Ma suo fratello Enrico, il potentissimo arcivescovo di Worcester, lo convinse che il giuramento non era più valido, e che Dio non permetterebbe mai a una donna di regnare sugli uomini. In fin dei conti, a regnare davvero sarebbe stato suo marito Goffredo, un detestabile Angiò che avrebbe goduto ad umiliare i Signori Normanni.
Dopo qualche esitazione, Stefano accettò l'investitura. A sua cugina fu attribuito solo il titolo onorifico di "Lady of the English". Ma alcuni Lord gli opposero Tibaldo, suo fratello maggiore, che avrebbe colto l'occasione per disgiungere il Ducato dalla corona d'Inghilterra, secondo il desiderio dei baroni di Normandia. Stefano mostrò allora audacia e decisione, e bruciò sul tempo il fratello, facendosi incoronare a Londra prima che Tibaldo fosse pronto a fare altrettanto.
Matilda sulle prime non voleva crederci, proprio il leale e servizievole cugino Stefano tradiva la parola data! Bloccata in Angiò dall'avanzata gravidanza, incaricò il suo vescovo di portare la questione davanti al Papa: un giuramento davanti a Dio varrà pure qualcosa!Il Papa, Innocenzo II, si prese un paio d'anni per emettere il suo giudizio, e per istigazione del potente arcivescovo di Worcester, nel 1137 finì per rigettare il ricorso. Il giuramento non era dunque valido, era viziato da una "riserva mentale", una condizione che il vecchio Re Enrico non aveva rispettato, in aperta malafede. Nello stesso anno, Luigi VI colse un 'occasione irripetibile per accrescere la potenza della Corona di Francia e fronteggiare il pericolo che l'alleanza tra le casate di Angiò e di Normandia costituiva per i ridotti dominii dei Capetingi. In punto di morte, il suo feudatario Guglielmo, duca d'Aquitania, di Poitou e di Guascogna, aveva affidato a Re Luigi la tutela della propria figlia Eleonora, unica erede di quel vastissimo comprensorio di terre (il triplo di quelle possedute dal re!) giacché la ragazza, appena quindicenne, era il miglior "partito" d'Europa e avventurieri di ogni specie erano già in procinto di rapirla e costringerla a nozze forzate. Luigi VI fece di più che tutelare l'ereditiera: la fece sposare a suo figlio, dando a lei un futuro da regina, e alla propria dinastia un enorme incremento dei dominii diretti. Pochi giorni dopo la cerimonia, il Re di Francia morì, il figlio Luigi VII gli subentrò, ed Eleonora divenne regina, mantenendo però il titolo di duchessa d'Aquitania e il proprio dominio personale sulle terre paterne. Ora erano gli Angiò-Normanni a essere minacciati dall'accerchiamento dei loro possedimenti da parte della Corona francese, soprattutto se dall' unione tra Luigi VII ed Eleonora fosse nato un figlio maschio, erede delle terre di entrambi i genitori. Però i problemi dinastici inglesi erano in quel momento più pressanti, sia per Matilda che per l'usurpatore Stefano. La tenace Empress non aveva nessuna intenzione di accettare il fatto compiuto, e attendeva il momento giusto per rivendicare i suoi diritti al trono. Trascorsi ormai tre anni dall'insediamento di Stefano sul trono d'Inghilterra, il suo carattere bonario e accomodante sembrava proprio assecondare i prepotenti Baroni normanni. Era frequente che i più turbolenti invadessero le terre di vicini, soprattutto se appartenenti alla piccola nobiltà terriera anglosassone, e le annettessero ai propri dominii. Spesso toccava ai monasteri di essere spogliati dei loro beni, e i vescovi protestavano indignati. Ma inutilmente. Avvenne perfino che un paio di nobili, allegri compagni di bisboccia del nuovo Re, si appropriarono di terre e castelli appartenenti alla Casa Reale, tanto per vedere cosa succedeva: ma Stefano non fece proprio niente, pareva non avere il coraggio di fare la voce grossa. La sua debolezza poteva costare cara alla Corona, i cui beni Matilda considerava tuttora "suoi", e d'altra parte tanta carenza di determinazione da parte del cugino la incoraggiava a prendere l'iniziativa: era venuto dunque il momento di agire, e prendersi con la forza quanto le spettava di diritto. 5.LA GUERRA CIVILE Stefano regnava tanto sull'Inghilterra quanto sulla Normandia, e proprio quest'ultima era la preda più esposta. Matilda, presentendo che lo sbarco di un Angiò in Inghilterra avrebbe alienato simpatie verso la sua causa, incaricò Goffredo di condurre la campagna di conquista della Normandia, e nel 1139 sbarcò in Gran Bretagna con un buon numero di armati, con l' intenzione di formare una coalizione tra i feudatari disposti a deporre l'usurpatore. Alcuni Lord infatti non avevano un buon rapporto con Stefano, non tanto per ragioni personali, quanto perché temevano di soccombere alla prepotenza dei suoi amici, che a quanto pare godevano della più assoluta impunità. Oltre a questi, si schierarono dalla parte di Matilda i parenti più stretti, e gli amici più fidati di suo padre. Lo zio, il Re di Scozia Davide I, (terzo dei fratelli di sua madre a salire al trono scozzese), promise di attaccare Stefano in cambio di certi territori di confine. Altri ancora vennero allettati dalla promessa di futuri benefici, ma l'acquisto più prezioso fu quello del fratellastro Roberto di Gloucester, il maggiore dei figli illegittimi di Enrico I, che poteva disporre di una discreta armata e si rivelò un ottimo condottiero. Grosso modo, i partigiani di Matilda avevano il controllo della metà occidentale dell'Inghilterra, ma i confini erano mutevoli perché i Lord presero a cambiare bandiera frequentemente, fiutando l'occasione di ottenere grossi benefici.L'armata di Matilda ottenne alcuni successi parziali, grazie al talento militare di Roberto di Gloucester, ma l'intrigante Enrico di Blois, l'arcivescovo fratello di Stefano, riusciva per contro a portare dalla propria parte parecchi sostenitori di Matilda, promettendo loro benefici maggiori e larga impunità. Il vescovo godeva inoltre dell'appoggio papale, aveva una forte influenza sull'intero clero inglese, e lo faceva valere nei confronti dei più indecisi. Un caso esemplare di quello che più tardi fu chiamato "il periodo dell'anarchia inglese", era rappresentato da Goffredo di Mandeville, che divenne l'uomo più temuto e potente dell'Inghilterra orientale. Alzando costantemente il prezzo della propria fedeltà ora all'uno ora all'altra si fece nominare da Matilda sceriffo ereditario (era una carica elettiva!), e Stefano per contro lo dichiarò giudice supremo dell'Essex. Ottenne poi altre cariche remunerative, come la riscossione delle tasse e altri diritti regi su vaste contee. I suoi uomini razziavano le campagne, depredavano i borghi e le chiese, ma Goffredo godeva della più completa immunità.Fu certo il più disonesto e ribaldo dei signori dell'anarchia, ma non l'unico. Si era ormai scatenata una gara a chi offriva di più per i servigi di simili figuri, e Matilda ne fu talmente disgustata che fu più volte sul punto di abbandonare la contesa. Ma era una donna dura e volitiva, così promise tutto a tutti, ma in cuor suo attendeva solo il momento in cui avrebbe cinto la corona regale e avrebbe fatto pagare caro l'atteggiamento mercenario e sleale della nobiltà normanna. Nel 1141, terzo anno di guerra, gli eserciti di Matilda e di Stefano si scontrarono finalmente a Lincoln in una battaglia decisiva: con un'abile e audace manovra l'esercito condotto da Roberto di Gloucester riuscì ad accerchiare gli avversari e a catturare nientemeno che l'usurpatore del trono. Condotto davanti a Matilda, Stefano si inginocchiò e le chiese perdono per il suo tradimento, promettendole inoltre di riconoscerla pubblicamente Regina, e di tornare in esilio in Francia, nei suoi possedimenti di Blois. Matilda, gonfia di orgoglio e di soddisfazione, si concesse il lusso di essere magnanima e gli assicurò salva la vita, facendogli firmare l'atto di resa e un proclama di rinuncia al trono. Quindi rinchiuse il cugino in un castello e pianificò coi suoi alleati gli avvenimenti futuri. La situazione era in quel momento favorevolissima: il marito Goffredo aveva quasi terminato la conquista della Normandia, che unita all'Angiò e al Maine costituiva un complesso bastione contro la strategia accerchiatrice del re di Francia. Ma soprattutto Goffredo aveva conquistato la fiducia dei Normanni, pronti a riconoscere come loro Duca quell'uomo clemente e giusto. "The Fair Count", appunto. Davide I di Scozia, in qualità di alleato della nipote, era intanto sceso fino alle pianure inglesi strappando vasti territori al regno di Stefano, mentre la metà occidentale dell'Inghilterra era saldamente in mano ai sostenitori di Matilda. Stefano, vinto e abdicante, era prigioniero e alla sua mercè: chi poteva ancora frapporsi fra lei e il trono? Apparentemente nessuno, eppure il trionfo di Matilda ebbe brevissima durata, come si vedrà.
I sostenitori di Stefano avevano capito di aver perso la partita, e si erano rassegnati a riconoscere Matilda come erede legittima al trono. Alcuni si presentarono personalmente, altri, per prudenza, mandarono i loro dignitari a rendere omaggio alla vincitrice. Tutti comunque chiesero clemenza all'Imperatrice e Signora degli Inglesi, la quale pare rispondesse evasivamente, facendo tremare i polsi a più di un Lord voltagabbana. Forse era il momento di mostrarsi conciliante, però Matilda temeva probabilmente di apparire debole, e voleva che i rudi guerrieri normanni la temessero anche in futuro. E a quel punto, pensava, non aveva più bisogno di ingraziarsi nessuno, il regno era finalmente SUO. Mancava solo una formalità, la cerimonia dell'incoronazione. 6.DAL TRIONFO ALLA POLVERE In una splendida giornata estiva, la trentanovenne Matilda si avviava con una scorta d'onore verso Londra, dove l'arcivescovo e arcinemico cugino Enrico di Blois doveva porle la corona sul capo e ungerle la fronte col sacro crisma.La cerimonia doveva avvenire, secondo tradizione, nell'abbazia di Westminster, appena fuori le porte di Londra, perciò Matilda e il suo seguito si accamparono nei pressi della maestosa chiesa, anziché entrare nella già congestionata città. La quale era presidiata dalle truppe dello sceriffo, una persona infida e scaltra, da sempre sostenitore di Stefano ma passato dalla parte di Matilda all'ultimo momento. L'incoronanda regina non si fidava di lui, e faceva bene a non rinchiudersi entro le mura di Londra con una scorta esigua. Ma nonostante la sua prudenza, quel giorno commise un errore gravissimo che avrebbe rimpianto per tutta la vita.Al suo accampamento si presentò una delegazione dei maggiorenti della città, e benché non si sappia con precisione cosa accadde in quel frangente, il cronista Guglielmo di Malmesbury consegnò alla storia queste sibilline parole: "Matilda si mostrò arrogante e offese il popolo di Londra".Si può ipotizzare che il Comune di Londra, un'entità politica che non rientrava nella concezione statale di Matilda, cercasse di ottenere la conferma di privilegi inerenti legislazione locale e fiscalità ridotta. Ed è allora probabile che Matilda rispondesse picche, magari un po' troppo bruscamente, alienandosi ogni simpatia dei londinesi. Fatto sta che a Londra scoppiò una sommossa, e lo sceriffo colse al volo l'occasione per distribuire le armi ai cittadini, cambiando partito una volta di più. Le porte della città si aprirono e una folla inferocita si diresse vociando verso l'accampamento di Matilda. Roberto di Gloucester, da esperto uomo d'armi, capì immediatamente che non ci sarebbe stato scampo se avesse affrontato il combattimento con la sola scorta d'onore, e senza indugio esortò la sorella a mettersi in salvo con la fuga.Matilda e i suoi dignitari spronarono i cavalli e corsero verso il più vicino castello amico, mentre Roberto si attardava in retroguardia con i suoi pochi armati per ritardare gli inseguitori. Ma soccombette rapidamente, e fu fatto prigioniero dagli uomini dello sceriffo di Londra. Il potente Conte di Gloucester, fratellastro di Matilda, era un ostaggio troppo prezioso per ucciderlo, anche se aveva molti nemici che ne avrebbero voluto volentieri vedere la testa rotolare sul patibolo. I partigiani di Stefano, ricompattati dal successo, recarono a Matilda una proposta di scambio: per riavere il fratello, doveva liberare Stefano e reintegrarlo nelle sue funzioni regali. E' facile immaginare lo stato d'animo di Matilda: il sogno di tutta la sua vita si era dissolto proprio nel momento in cui si stava avverando. E tuttavia non c'era spazio per i sentimenti, doveva prendere una decisione politica, prima ancora che personale e privata. Roberto era un formidabile alleato, un abile comandante, un fratello devoto e premuroso. Qualche malalingua diceva addirittura "troppo" devoto e premuroso, alludendo a rapporti incestuosi. Ma in qualsiasi caso, gli affetti non erano cose che i regnanti potevano mettere davanti alla ragion di stato. Perché allora avrebbe dovuto rinunciare al trono per salvare la vita di un uomo, per cara che le fosse? Perché sarebbe stato un disonore imperdonabile, per l'etica feudale, non riscattare un prigioniero di alto lignaggio caduto in mano al nemico. Il patto di reciproca lealtà fra il sovrano e il suo vassallo era impegnativo, anche in un'epoca di ferocia e di cinismo come quella.Se Matilda non avesse riscattato Roberto, avrebbe perduto tutti gli alleati e ritenuta indegna della corona. Al contrario, liberando Stefano in cambio di Roberto, la lotta sarebbe ripresa, e la maggior forza militare di Matilda avrebbe ricreato le condizioni per battere il cugino una seconda volta. E quella volta, errori e leggerezze non ne avrebbe più commessi.La decisione è presa, lo scambio si farà. Appena Stefano tornò a Londra, venne acclamato Re un'altra volta, i suoi sostenitori rinnegarono l'atto di sottomissione e il riconoscimento di Matilda (per effetto del quale alcuni storici la considerano "regina d' Inghilterra" per quei pochi mesi del 1141), e si prepararono a una lunga guerra di logoramento, evitando accuratamente una nuova battaglia campale contro l'esercito di Roberto.Quanto poteva durare ancora questa guerra civile, che stava portando alla rovina il regno d'Inghilterra? In cerca di un potente alleato, la moglie di Stefano, Matilda di Boulogne, si recò alla Corte di Francia e combinò il matrimonio del proprio figlio Eustachio con Costanza, la sorella di Luigi VII. Eustachio era stato investito del titolo di conte di Boulogne alla morte del nonno materno, essendo la più importante contea di Blois andata a Tibaldo II, il maggiore dei fratelli di Stefano, il quale aveva dei propri eredi. Non era un titolo adeguato per la sorella di un re, ma la prospettiva di subentrare nel regno d'Inghilterra lo faceva considerare un "investimento" per il futuro. Comunque, sia Costanza che Eustachio erano meno che adolescenti, e le nozze erano ancora lontane (si sarebbero poi celebrate nel 1151), però era una mossa che doveva impensierire Goffredo. Ormai padrone della Normandia, il Plantageneto non avrebbe potuto lasciare la Francia per accorrere in aiuto di Matilda senza esporre il ducato normanno a rischio d'invasione delle forze congiunte di Luigi VII, di Eleonora, e di Tibaldo II di Blois. D'altra parte Matilda, il cui acume politico non fu mai messo in discussione nemmeno dai suoi denigratori, si guardò bene dal chiedere aiuto al marito, anche perché i suoi sostenitori in Inghilterra era tuttora contrari a immischiare un Angiò negli affari dell'isola britannica. Intanto Roberto, il cui prestigio era stato scosso dall'umiliazione della prigionia, non riuscì mai più ad agganciare l'esercito di Stefano in una battaglia campale. La guerra divenne uno stillicidio di agguati, sortite improvvise, e pronti ripiegamenti. Ma nemmeno per Stefano le cose andavano lisce. Suo fratello Enrico, diventato intanto arcivescovo di Winchester, legato papale e primate della Chiesa inglese, perseguiva una politica a favore del clero, che entrò ben presto in collisione con gli interessi del regno. Andò a finire che Stefano perse il suo appoggio, e quello di numerosi Lord. Però l'alternativa Matilda era per loro inaccettabile, e si ventilava la soluzione di un'abdicazione di Stefano a favore del figlio Eustachio, non appena questi avesse raggiunto l'età adatta. La guerra civile si trascinava stancamente da anni, senza eventi degni di nota, quando infine nel 1147 Roberto morì, all'età di 57 anni, lasciando Matilda senza un comandante militare all'altezza della situazione. La donna, che di anni ne aveva ormai 45, era diventata più che mai collerica e insofferente, prendendo ad accusare di inettitudine e di slealtà tutti coloro che le stavano intorno. Il fronte dei suoi alleati iniziò quindi a sfaldarsi: nessuno vedeva una soluzione imminente alla crisi, e le condizioni di Matilda iniziavano a far dubitare dell'opportunità di metterla sul trono d'Inghilterra. Così l'anno successivo Matilda annunciò la rinuncia ai suoi diritti a favore del primogenito Enrico, e abbandonò l'Inghilterra per recarsi in Normandia, ricongiungendosi col marito e coi figli. Non lo sapeva ancora, ma non avrebbe mai più rivisto la sua patria. 7.LA CANDIDATURA DI ENRICO Il primogenito di Matilda e Goffredo si chiamava Enrico come il nonno materno, ed era cresciuto nella convinzione di essere un Normanno piuttosto che un Angioino. La causa della madre era la SUA causa. Era un giovane molto colto e intelligente, affidato da Matilda alle cure di prestigiosi precettori , tra i quali Abelardo di Bath e Goffredo di Monmouth.Quando sua madre rinunciò al trono d'Inghilterra cedendogli i suoi diritti dinastici, Enrico aveva solo 16 anni, ma si recò prontamente nell'isola britannica, con uno scarno esercito, per rivendicare il trono. Come spedizione militare era ridicolmente inadeguata, e infatti finì circondata dai sostenitori di Stefano, il quale, con uno dei suoi gesti cavallereschi, consentì al giovane cugino di ritirarsi, a condizione che sciogliesse il suo esercito.Così fu fatto, ma Enrico non ritornò sul continente. Più che altro la sua era una mossa suggerita da Matilda per presentarsi ai nobili inglesi che avevano sostenuta lealmente la sua causa durante la guerra civile, e infatti il giovane, ben presto conosciuto come FitzEmpress, fece un' impressione molto positiva. Anche su molti sostenitori di Stefano, che gli riconobbero il carisma di un vero capo. Soprattutto su quelli che non gradivano il carattere di Eustachio, descritto dai cronisti dell'epoca come un giovinastro (aveva all'epoca 19 anni) violento e maleducato. Nel 1149, al termine di questo "giro elettorale", durante il quale ricevette a Carlisle l'investitura di cavaliere dal prozio Davide, Re di Scozia, Enrico tornò in Normandia, dove lo aspettava il titolo di Duca di Normandia. Infatti, mentre Matilda si trovava in Inghilterra impegnata nella guerra contro Stefano, Goffredo d'Angiò aveva portato a termine già dal 1144 la conquista della Normandia, facendosi riconoscere Duca dall' assemblea dei feudatari e porgendo l'omaggio feudale al Re di Francia, che ne ratificò la nomina. Il comportamento di Luigi VII non fu mai molto lineare; non si decideva ad entrare nella disputa dinastica inglese in quanto, nell'ottica della Corona, era auspicabile che la Normandia rimanesse separata dal regno d' Inghilterra, meglio ancora se sotto un duca francese piuttosto che normanno. Le rivalità tra l'Angiò e la Normandia, e poi tra questa e il Blois (la casata di Stefano), permettevano a Luigi di esercitare il suo potere regale di arbitro e dispensatore di diritti feudali, senza ricorrere a estreme misure. In ogni caso, la strategia di accerchiamento perseguita attraverso il matrimonio con Eleonora era una minaccia sempre incombente per le ambizioni normanne. Investendo Goffredo d'Angiò del titolo di duca di Normandia, si era illuso di aver risolto il problema della turbolenta dinastia normanna, e si era disinteressato delle dispute d'oltre Manica. Tra il 1147 e il 1149 si dedicò dunque a un'impresa che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto procurargli gloria imperitura: la Seconda Crociata. Ciò che avvenne in quella disgraziata spedizione (alla quale partecipava anche l'imperatore Corrado III , succeduto a Lotario di Supplimburgo) non è facilmente riassumibile. Eleonora volle seguire il marito, e già questo fatto provocò scandalo in tutta Europa. In Terrasanta prese delle decisioni militari in contrasto con quelle di Luigi; stipulò alleanze a lui sgradite; e si diceva perfino che lo tradisse con il fascinoso principe Raimondo di Antiochia. La crociata fu un disastro sotto tutti gli aspetti, politici e militari, ma per la Corona di Francia ebbe effetti ancora più deleteri. Eleonora voleva sciogliere il vincolo matrimoniale, accampando la consanguineità entro il quarto grado con Luigi; circostanza, diceva, a lei ignota al momento del matrimonio. Nonostante molti suoi consiglieri lo esortassero a liberarsi di quella donna scandalosa e ingovernabile lasciandola in Terrasanta, Luigi diede ascolto al vecchio abate Sugerio, già consigliere di suo padre Luigi il Grosso, e la riportò in Francia, intenzionato ad avere da lei almeno un erede maschio (finora era nata una femmina, Maria) per consolidare il dominio della Corona sull'Aquitania e le contee ad essa subordinate. I coniugi reali erano da poco tornati a Parigi, quando all'inizio del 1150 Enrico "FitzEmpress" divenne il nuovo duca di Normandia, a seguito dell' abdicazione di suo padre Goffredo, che tenne per sè il titolo di conte d' Angiò, del Maine e di Turenne. Con questo atto, suggerito da Matilda, le linee dinastiche di Normandia e Inghilterra si riunificavano, ed Enrico acquisiva maggiori diritti di rivendicazione al trono. Un'ipotesi che naturalmente era in contrasto con gli interessi di Luigi VII, e a ciò si aggiunse il rifiuto del nuovo Duca di porgere l'omaggio feudale al Re di Francia. I rapporti divennero tesi, e nel 1151 la Casa di Blois ne approfittò per concludere le nozze tra Eustachio e la sorella di Luigi, Costanza. Truppe della Corona, miste a quelle di Blois e di Boulogne si avviarono minacciose verso il confine con la Normandia, dove ad attenderle c'erano Enrico e Goffredo alla testa del loro esercito. A questo punto, quando una sanguinosa guerra sembrava ormai inevitabile, Enrico parve tutt'a un tratto volonteroso di sottomettersi al Re. Apparentemente, tramite l' intercessione del venerando abate Bernardo di Chiaravalle, desideroso di evitare uno spargimento di sangue. In realtà le ragioni di questo riappacificamento paiono ben diverse, e più sottili. L'anno precedente, 1150, Eleonora aveva dato alla luce un'altra bambina, Adele, e aveva convinto ormai tutta la corte che Dio rifiutava un erede maschio alla coppia reale perché illecitamente sposata. L'abate Sugerio, il più influente oppositore del "divorzio" reale, morì poco dopo, e Bernardo di Chiaravalle inoltrò personalmente al Papa la domanda di annullamento del matrimonio. Non v'era dubbio che essa sarebbe stata accolta, stante la pessima reputazione di Eleonora, la donna più chiacchierata e scandalosa della cristianità, e stante la fama di santità dell'abate Bernardo, la persona che più di ogni altra aveva influenza sui Papi. Il vescovo di Rouen informò Matilda del fatto, e l'eccezionale fiuto politico della donna intuì l'imperdibile occasione. Enrico e Goffredo si recarono dunque a Parigi per rendere omaggio a Luigi VII, fecero atto di sottomissione, restituirono il Vexin che Goffredo aveva annesso al ducato, ricevettero il "bacio della pace" e si videro confermare l'investitura di Enrico a duca di Normandia. Ma Enrico approfittò della visita a corte per contattare segretamente Eleonora, avvertita per tempo dal vescovo di Rouen inviatole da Matilda, e le propose di sposarlo non appena avesse ottenuto l'annullamento del precedente matrimonio. Eleonora accettò di buon grado. Anche se di queste trame non vi sono prove evidenti (il che potrebbe significare che, dato l'alto rischio, il segreto fu mantenuto perfettamente) esistono numerosi indizi accennati dai biografi, sia contemporanei che posteriori, dei principali protagonisti. Ciò accadeva nell' agosto del 1151. Appena ritornato in Normandia, Goffredo si ammalò gravemente e in settembre morì. Aveva solo 38 anni. Sul letto di morte il suo orgoglio angioino gli diede la forza di far giurare a Enrico che non avrebbe mai introdotto i costumi normanni nell'Angiò, e anzi nominò suoi eredi, per il Maine e l'Angiò, i fratelli minori di Enrico. Questi non rispettò però la volontà paterna, concesse ai suoi fratelli la proprietà allodiale di vasti e ricchi possedimenti nelle due contee, ma non volle rinunciare alla sovranità e fregiò il suo blasone di tutti i titoli appartenuti a suo padre.Nel mese di marzo del 1152 si riunì nei pressi di Orleans un sinodo, cui parteciparono i quattro principali arcivescovi di Francia, che prese atto del parere favorevole del compiacente papa Eugenio III e dichiarò nullo il matrimonio tra Luigi ed Eleonora per consaguineità. Incongruamente, le due bimbe nate da quel matrimonio "inesistente" furono dichiarate legittime (anche perché erano già state promesse in sposa a importanti feudatari.) e affidate al padre. Eleonora conservava i suoi titoli ducali e comitali, mantenendo ovviamente i doveri feudali verso il suo Re, e tornava ad essere nubile. Era ancora l'ereditiera più appetibile d'Europa, ad onta dell'infamante reputazione che si era creata. Due mesi dopo, in maggio, Enrico ed Eleonora convolarono prontamente a nozze a Poitiers, senza clamore e con una cerimonia frettolosa. Enrico aveva 19 anni e sua moglie 30, era un altro matrimonio "impossibile" come quello di Matilda e Goffredo, ma per una ventina d'anni sembrò funzionare abbastanza bene. Al di là degli aspetti caratteriali, si trattava di una fusione tra due ingenti capitali, che faceva del giovane Enrico il più potente signore di Francia. Bisogna riconoscere al genio politico di Matilda questa mossa rapida e risolutiva. Suo figlio non faceva mai nulla senza consultarsi con lei, e anzi avrebbe continuato a richiedere il suo consiglio fino alla fine dei suoi giorni. Luigi VII andò su tutte le furie, accusò Enrico di avergli "rubato" la moglie approfittando della benevolenza da lui accordatagli, e tentò maldestramente di invadere la Normandia. Enrico si dimostrò abile e valoroso come suo padre, e in men che non si dica sconfisse e disperse l'esercito di Luigi, il quale si affrettò a riappacificarsi col suo riottoso feudatario. Ma l'odio per il rivale, troppo più forte di lui, durò per tutta la sua vita, e il Re di Francia non lasciò nulla di intentato per provocare la rovina di Enrico. Intanto, mentre Eleonora era in attesa di un figlio (sarà il primo dei sette che darà al suo secondo marito), Enrico non potè più rimandare la progettata invasione dell'Inghilterra, già sollecitata più volte dai suoi sostenitori d'oltre Manica. Fece prima un giro di reclutamento nelle sue nuove terre di Aquitania e Guascogna, mise insieme un poderoso esericto, e all'inizio del 1153 sbarcò sull'isola, deciso a ottenerne la corona.La vecchia tattica di Stefano, consistente nell'evitare pericolosi scontri decisivi, non fece perdere entusiasmo a Enrico, che metodicamente espugnava castelli, occupava città e avanzava inesorabile da ovest verso est. Stefano capì che doveva rischiare il tutto per tutto, e ricevuti rinforzi dal Blois, da Boulogne, dai dominii reali e da altre contee fedeli a Luigi, si apprestò ad affrontare il rivale in una battaglia campale. Matilda compì allora il suo ultimo atto politico. Spedì una delegazione a Londra per proporre a Stefano un patto d'onore: Enrico avrebbe lasciato l'Inghilterra senza più battersi, se Stefano avesse rinunciato alla successione a favore di Eustachio e avesse riconosciuto Enrico come proprio successore. Gli eserciti, che già si fronteggiavano a Wallingford, accolsero la proposta come un'alternativa ragionevole al prevedibile massacro che li attendeva. Spinto dai suoi sostenitori, Stefano acconsentì a trattare con Enrico, e nel mese di luglio, a Wallingford, firmò un armistizio nel quale accettava le condizioni proposte da Matilde. Eustachio però non ne volle sapere, strepitava di non aver paura di affrontare Enrico, e percorse come una furia l'Anglia orientale mettendola a ferro e fuoco, e sfidando il cugino a venire ad affrontarlo. Durante questo raid aggredì anche un'abbazia e ne depredò i beni, suscitando lo sdegno del clero. Il principale accusatore di Eustachio, il vescovo di Salisbury, venne messo a tacere da Stefano, ma qualcuno (o forse fu il fato) si incaricò di togliere di mezzo l'ingombrante Eustachio. Meno di un mese dopo, il 17 agosto, Esutachio fu trovato morto, mentre stava pranzando. Ufficialmente morì soffocato da un boccone di cibo, ma non c'era nessuno disposto a escludere che fosse stato avvelenato. La sua morte infatti semplificava le cose: Stefano aveva un altro figlio maschio, Guglielmo, però era un inetto malaticcio che non avrebbe mai potuto regnare, e a lui fu destinata la contea di Boulogne, in sostituzione di Eustachio.Stefano era ormai un uomo distrutto, privo di volontà e di speranza nel futuro. In novenbre si ritrovò con Enrico a Winchester, come concordato, per discutere i dettagli dell'accordo di Wallingford. Si dichiarò disposto ad adottare Enrico, a cedergli il trono dopo la sua morte, e ad impegnare tutti i baroni del regno a riconoscere il nuovo Re. Il giorno di Natale del 1153 il trattato fu solennemente ratificato a Westminster, in presenza del clero e della nobiltà.Enrico rientrò in Normandia nei pimi mesi del 1154 e vide per la prima volta il suo primogenito Guglielmo, ma trovò anche la moglie e la madre ai ferri corti. Matilda aveva trovato pane per i suoi denti, con quella nuora ribelle e irriverente. Da parte sua, Eleonora era gelosa della suocera, il cui ascendente su Enrico era, a suo parere, morboso. Per due personalità così volitive, Rouen era una città troppo piccola, ma per fortuna del giovane Duca la convivenza non si protrasse a lungo. Il 25 ottobre dello stesso anno, Stefano morì, concludendo un regno durato 19 anni, tra i più bui e tormentati della storia d'Inghilterra.Un paio di mesi dopo, traslocata la sua corte da Rouen a Londra (compresa la moglie di nuovo incinta) Enrico II il Plantageneto si insediò finalmente sul trono d'Inghilterra, vendicando così i diritti vilipesi di Matilda, la regina che non poté regnare. EPILOGO Enrico II è passato alla storia come uno dei più grandi Re d'Inghilterra. Applicò quasi alla lettera la politica accentratrice di sua madre, portando legge e ordine nel regno, che da lui ebbe l'ordinamento giuridico più avanzato d'Europa. Caratterialmente fu più incline agli accessi d'ira materni che allo studiato autocontrollo di suo padre, e arrivò al punto, nel 1170, di far uccidere il suo migliore amico, Thomas Beckett, che egli stesso aveva creato vescovo, perché aveva preso a sostenere gli interessi della Chiesa anziché quelli del suo Re. Enrico lo fece assassinare platealmente mentre diceva messa nella Cattedrale di Canterbury.I rapporti con Eleonora divennero tempestosi, nonostante gli avesse dato 7 figli, e la donna non smentì mai la sua reputazione (per la quale viene oggi adorata dai movimenti femministi.) Arriverà a sobillare i figli per far deporre il marito dal trono, alleandosi perfino col suo ex-marito Luigi VII, che non cessò mai di odiare Enrico fino al suo ultimo respiro (1180). Enrico morì a sua volta nel 1189, ed Eleonora assunse la reggenza, cavandosela egregiamente. Due dei figli della coppia ebbero poi la corona d'Inghilterra: l'amatissimo dal popolo Riccardo "Cuor di leone", e il subdolo e disprezzato Giovanni "Senza terra" (sarà proprio da questo Re così indegno che discenderanno i successivi Plantageneti). Luigi VII si risposò due volte, la prima nel 1153 con Costanza di Castiglia (che gli diede altre due femmine e morì di parto nel 1160) e la seconda, pochi giorni dopo essere rimasto vedovo, con Alice di Champagne, che gli darà il sospirato erede maschio. Il figlio di Luigi, Filippo II "Augusto", portò poi a termine la vendetta paterna, strappando a Giovanni Senza Terra praticamente tutti i possedimenti della Corona inglese in Francia. Ma la disputa sarebbe continuata ancora per due secoli e mezzo.L'inimicizia tra Luigi ed Enrico, per l'affronto del "ratto di Eleonora", è stata alla base, secondo gli storici, delle complesse rivendicazioni dinastiche anglo-francesi, che finirono solo al termine della guerra dei cent'anni. Ma i più pragmatici addebitano a Luigi VII la responsabilità di aver lasciato che Eleonora vivesse, e tornasse signora delle sue terre. L'infedeltà coniugale di una regina era, a quei tempi, normalmente punita col patibolo. Se pur non vi è certezza storica della tresca tra Eleonora e Raimondo di Antiochia, non si può dubitare che compiacenti testimoni si sarebbero trovati facilmente. E Matilda, the Empress? Apparentemente si ritenne paga di aver vinto almeno la battaglia per la successione, ma non dovette digerire facilmente la dissoluzione del suo sogno di regnare personalmente sull'Inghilterra. Dopo la partenza di Enrico per l'incoronazione, si ritirò nell'abbazia di Rouen e lì vi rimase fino alla morte, avvenuta nel 1167, all'età di 65 anni. I cronisti non smisero di essere impietosi con lei, raccontarono che in vecchiaia apparisse a tutti gli ospiti dell'Abbazia (dalla quale usciva raramente) come una donna biliosa e insopportabile. L'abbadessa pare dicesse che non smetteva mai di pretendere il titolo di Imperatrice, e che si infuriasse con gli ospiti se si rivolgevano a lei in altro modo. Enrico veniva a trovarla quando aveva dei problemi politici, e almeno lui le dimostrò devozione e rispetto per le sue opinioni. Non a caso fu dopo la morte di Matilda che avvennero i fatti più sconcertanti del regno di Enrico (l'assassinio di Beckett, o l'imprigionamento di Eleonora per congiura contro di lui), il che potrebbe essere una prova dell'insicurezza del Re, una volta perduta la guida materna. NOTE CRITICHE E BIBLIOGRAFICHE Nonostante le considerazioni sull'influenza esercitata sulla brillante carriera del figlio, la figura storica di Matilda non fu mai gradita agli Inglesi, probabilmente a causa dell'accanimento dei cronisti dell'epoca, che la dipingevano come una donna arrogante e mascolina, che non sapeva stare al proprio posto. Per capire il perché di tanto accanimento, basta considerare che le fonti principali della vicenda si intitolano "Gesta Stephani, Regis Anglorum", "Historia de Gestis Regis Stephani" e così via. I cronisti, da Guglielmo di Malmesbury a Riccardo di Hexham, erano al servizio di Stefano e dovevano ovviamente sostenere la sua legittimità, e trattare per contro Matilda come un elemento di disturbo, fonte di perniciosa anarchia. D'altra parte non si capisce di quali "gesta" potesse vantarsi Stefano, che per la moderna critica fu un brav'uomo, a suo modo leale e cavalleresco, ma un Re indeciso e succubo dei suoi feudatari. Il suo regno è considerato uno dei peggiori di tutta la storia inglese, dalla conquista normanna in poi. Da qualche tempo, la critica storica sta rivalutando la memoria di Matilda, che, sia pur in chiave minore rispetto alla burrascosa nuora d'Aquitania, rappresenta pur sempre un simbolo dell'emancipazione femminile in un'epoca assai difficile per le donne. Il suo "peccato originale" sarebbe dunque stata esclusivamente la pretesa di ambire a un ruolo, quello di regnante, che si pensava riservato esclusivamente al sesso maschile. In realtà, benché in Inghilterra bisognasse attendere oltre 400 anni per vedere una donna sul trono, a Bisanzio si erano viste già molte imperatrici, all'epoca dell' "anarchia inglese". Ma la legge salica, fondamento giuridico della civiltà occidentale, riservava alle regine il ruolo di "fattrici" di regnanti, escludendo un loro ruolo politico attivo. Uno dei libri più recenti e completi sulla storia di Matilda (purtroppo inedito in Italia) è stato scritto appunto da una donna, che individua nella nostra eroina una sorta di "protofemminista": «The Empress Matilda: Queen Consort, Queen Mother and Lady of the English», di Marjorie Chibnall. Il libro è in vendita sul sito di Amazon, e sono consultabili online anche le prime pagine del testo (basta cliccare sui triangoli a fianco della copertina). http://www.amazon.com/gp/reader/0631190287/ref=sib_rdr_fc/102-4780567-3979365?%5Fencoding=UTF8&p=S001#reader-linkPer inciso, la discussione avvenuta nel newsgroup soc.history.medieval, dalla quale è nato il presente articolo, attingeva a piene mani da questo ottimo e ben documentato libro, oltre che da fonti storiche tradizionali inglesi del tutto sconosciute in Italia. Per integrare i dati raccolti in quel newsgroup, mi sono avvalso ovviamente di fonti enciclopediche, generali o specialistiche sul medioevo, ma su Matilda ho trovato un'insolita abbondanza di particolari (a volte in contrasto tra loro) nei seguenti libri: Jack Linday, «I normanni», Rizzoli 1984 (ed. economica BUR: 1995)Alison Weir, «Eleonora d'Aquitania», Rizzoli 2002.Il testo di Lindsay sembra seguire il solco della tradizione storiografica inglese, in quanto Matilda vi è descritta come un'insopportabile arrogante, collerica e testarda. La Weir invece le riconosce eccellenti qualità, ma insiste sul suo carattere scontroso (del resto il suo intento è quello di incensare la nuora, piuttosto che la suocera.) Il cinema si è occupato pochissimo (quasi per niente) di Matilda. Il personaggio appare, ormai in età avanzata, nel film di Peter Glenville "Beckett e il suo Re" (1964), a sua volta tratto da un lavoro teatrale di Jean Anouilh. Matilda è impersonata dall'attrice Martita Hunt, Richard Burton è il vescovo Beckett, e Peter O'Toole è Enrico II. Lo stesso O'Toole interpreterà in seguito lo stesso personaggio in "Il leone d'inverno", dedicato alle baruffe familiari di Enrico con la moglie Eleonora (una Katharine Hepburn in gran forma).Gli inglesi hanno però potuto vedere Matilda sul piccolo schermo nella fiction prodotta dalla BBC nel 1978, "The Devil's Crown". L'interprete era l'attrice Brenda Bruce. Per chi fosse interessato a ricostruire l'intricata genealogia dei personaggi (per via degli stessi nomi continuamente ricorrenti), consiglio, tra i tanti, un sito che si distingue per chiarezza grafica e precisione di informazioni:http://www.royalist.info/execute/biog?person=121 Infine, la consultazione di un atlante storico è altamente raccomandata per seguire le vicende narrate, poiché le regioni storiche della Francia cambiarono spesso di estensione (e a volte anche di denominazione). Per una maggior comprensione delle strategie territoriali occorrerebbe una mappa della Francia del XII secolo. Ve ne sono di ottime nel libro di Alison Weir, ma se ne dovrebbero trovare anche online. Anche se poco soddisfacente (però finora non ho trovato di meglio) segnalo questa: http://www.euratlas.com/big/big1200.htm --Piero F.