LA CASA D'IVREA E I RE STRANIERI
Dopo la sua incoronazione, avvenuta del dicembre 915, Berengario si
soffermò in Toscana, ospite del suo figlioccio Guido. Non sappiamo quanto
ciò facesse piacere a Berta, ma il nuovo marchese di Toscana pareva
intenzionato a essere leale verso l'imperatore, e a non ripercorrere le
orme del padre, l'infido e maneggione Adalberto II.
Il fratello minore Lamberto sembrava della stessa pasta, un ragazzo buono
e leale, perciò le trame di Berta si rivolsero verso Ivrea, dove la figlia
Ermengarda aveva un forte ascendente sul marito, il marchese Adalberto.
Oltre ai tre figli di secondo letto, Berta aveva avuto da Teobaldo,
fratello del re di Provenza, i due maschi Ugo e Bosone. Si narra che
Ermengarda avesse rapporti incestuosi con tutti i fratelli, tranne
Lamberto. Esagerazioni dei cronisti, probabilmente, ma giustificate
dall'uso assai spregiudicato dei suoi favori sessuali, favorita com'era da
un' avvenenza che i contemporanei paragonavano solo a quella di Marozia.
Comunque dovette attendere lunghi anni prima di avere l'occasione di
spingere il marito verso la corona d'Italia.
Nel 922, finalmente, i marchesi d'Ivrea entrarono in una congiura contro
Berengario, ordita dai conti Olderico e Samson, che avrebbe dovuto portare
sul trono Adalberto. Ma Berengario venne a sapere della congiura e lanciò
le sue orde ungare contro le truppe dei congiurati, che si stavano
radunando nei pressi di Brescia. Olderico fu ucciso, mentre Adalberto e
Samson riuscirono a fuggire. A questo punto i congiurati superstiti
ritennero opportuno rivolgersi al re di
Borgogna, Rodolfo II.
Costui si era distinto come grande condottiero in una lunga disputa contro
il duca di Svevia Burcardo, ed era abbastanza ambizioso per ingolosirsi
del regno d'Italia. Più che la "santa lancia", il simbolo del potere
offertogli dal conte Samson, pare che fosse Ermengarda ad avere argomenti
decisivi per convincerlo all'impresa.
Rodolfo II non aveva sangue carolingio, aveva ereditato la Borgogna dal
padre Rodolfo I, e come lui aveva dovuto difenderla dalle mire di tedeschi
e francesi. Ora che il regno era saldamente attestato nell'Europa
post-carolingia, accarezzava un progetto ambizioso, e cioè quello di
riunificare la Lotaringia. Quello stato effimero, creato da Ludovico il
Pio per le esigenze dinastiche dei suoi figli, esistette sulla carta
geografica per pochi anni, ma nella mente dei sovrani continuò a esistere
per secoli.
Il primo passo, logicamente, avrebbe dovuto essere quello di riunire le
due Borgogne (quella inferiore era diventata regno di Provenza), ma
l'occasione che ora si presentava era di impadronirsi dell'Italia, che gli
veniva offerta su un piatto d'argento dai feudatari ribelli di Berengario,
tra i quali Adalberto d'Ivrea, il cui padre Anscario, borgognone, aveva
forse dei legami con la famiglia di Rodolfo.
Assumendo il titolo di Re d'Italia (che era l'anticamera di quello
d'imperatore) per il sovrano gli altri passi sarebbero divenuti più
facili. Appariva comunque chiaro che Rodolfo avrebbe voluto dominare la
futura Lotaringia dai suoi possedimenti borgognoni, in quanto in Italia
non aveva terre proprie e nessun parente stretto cui appoggiarsi. Ai
grandi d'Italia questo andava più che bene, un Re poco presente al quale
riconoscere una formale sottomissione era il candidato ideale.
Rodolfo varcò le Alpi alla fine del 922 con un poderoso esercito,
presumibilmente si fermò a Ivrea qualche settimana (gradito ospite di
Ermengarda) e nel febbraio 923 entrò a Pavia dove l'immancabile assemblea
lo riconobbe re d'Italia. Berengario non riuscì a raccogliere in tempo un
esercito che potesse competere con quello del rivale, e si ritirò a
Verona, preparandosi a scacciare l'usurpatore. I due eserciti si
scontrarono in luglio a Firenzuola d'Arda, e Rodolfo stava per avere la
peggio, quando gli giunsero i rinforzi di suo cognato Bonifazio che
capovolsero le sorti della battaglia. Berengario fu costretto a ritirarsi
e in seguito stipulò un accordo con Rodolfo, secondo il quale il
borgognone avrebbe avuto tutta l'Italia tranne la marca del Fiuli.
Berengario era disposto anche a rinunciare al titolo di imperatore, ma
pare che il papa intendesse ancora riconoscerglielo (in fondo, la corona
gliel'aveva data lui).
Intanto Berta si lamentava con la figlia Ermengarda perché non l'aveva
consultata prima di favorire Rodolfo: l'intrigante marchesa di Toscana
aveva infatti in animo di mettere in corsa per il titolo suo figlio Ugo,
che ormai aveva il controllo dell'intera Provenza.
Pare che questa nuova opportunità di elevare al trono il fratellastro,
inducesse Ermengarda a tramare un rovesciamento di alleanze per liberarsi
della presenza ingombrante di Rodolfo.
Secondo alcuni cronisti, Pavia chiuse le porte in faccia al nuovo sovrano,
che mise l'assedio alla città. Un messaggero portò a Rodolfo un messaggio
di Ermengarda, nel quale lei gli dichiarava il suo amore, e proprio per
questo lo pregava di ritornare in patria, giacché quelli che credeva
alleati erano pronti a pugnalarlo alle spalle. Sempre secondo questa
versione, Rodolfo quella notte entrò nascostamente a Pavia ed ebbe un
incontro appassionato con la maliarda marchesa. La mattina dopo tolse
l'assedio e lascià l'Italia.
Quello che è certo è che Rodolfo nel dicembre 923 era tornato in Borgogna,
e di lì a poco dovette difendersi da una devastante scorreria di ungari.
Inoltre il duca Burcardo di Svevia minacciava continuamente le sue
frontiere, e per terminare quella lunga e sfibrante contesa si impegnò a
sposare la figlia del rivale, che di nome faceva anch'essa Berta.
Ugo di Arles reggeva le sorti della Provenza in nome del suo disgraziato
cugino Ludovico III, detto ormai "il Cieco". Questi aveva un figlio
ormai
maggiorenne, che però non riuscì mai a governare la Provenza,
probabilmente perché Ugo aveva l'appoggio dei feudatari ed era un uomo
pericoloso e politicamente scaltro. Carlo Costantino, il figlio di
Ludovico, era infatti nato fra il 901 e il 903 dall'unione del padre con
Anna di Bisanzio, una principessa della quale non si conosce la partenità
con certezza (si dice dell'imperatore Leone VI, oppure di Costantino VII
Porfirogenito). Di questo matrimonio, la cui importanza storica è
notevole, non si fa invece mai cenno: eppure si tratta del primo tentativo
di un imperatore del Sacro Romano Impero - quale Ludovico era in quel
momento - di imparentarsi con l'imperatore d'Oriente al fine di ottenere
un riconoscimento ufficiale da Bisanzio.
Come già ricordato, i bizantini si sentivano gli unici ed autentici
continuatori dei Cesari, e non erano disposti a riconoscere ai carolingi
lo status di imperatori d'Occidente. Nell'arco di qualche decennio, come
si vedrà, questa corsa alle nozze "bizantine" contagiò tutti i
potenti
d'Europa.
Nei primi mesi del 924 quindi, Ugo era in grado di raccogliere
frettolosamente un esercito provenzale per marciare su Pavia, senza
curarsi del parere di Ludovico o di Carlo Costantino. Il momento era
propizio; con Rodolfo impegnato contro gli Ungari e col duca di Svevia che
già tentava di invadere la Borgogna, Pavia sembrava una facile conquista.
Senonché anche Berengario aveva avuto la stessa idea.
Contravvenendo ai patti stipulati con Rodolfo pochi mesi prima, aveva
lasciato Verona e a sua volta marciava su Pavia. Gli ungari di Berengario
ebbero facile ragione delle truppe raffazzonate da Ugo, che ritornarono
precipitosamente da dove erano venute, subendo forti perdite. Forse per
ordine dei marchesi d'Ivrea, Pavia cercò di resistere al ritorno del re
più spodestato della storia, e ne pagò le
conseguenze con una terribile devastazione da parte degli ungari
scatenati, ai quali Berengario aveva concesso diritto di bottino. Un mese
dopo, quando ormai credeva di aver ripreso saldamente in pugno il suo
travagliatissimo regno, Berengario venne pugnalato a tradimento da un
vassallo mentre pregava in una chiesa di Verona. Con lui spariva la
potenza della marca del Friuli, ora toccava a Ivrea diventare il fulcro
della politica italiana.
Nello stesso anno però moriva Adalberto (nell'assedio di Pavia?),
lasciando il titolo di marchese al figlio avuto da Gisla, Berengario II.
Ermengarda (che dal marito aveva avuto i figli Anscario e Adalberto)
vedeva ridimensionarsi così
il proprio potere, e solo con l'incoronazione del fratellastro Ugo avrebbe
potuto recuperarlo. Nel frattempo, tornato Rodolfo in Italia, Ermengarda
si mostrò leale e premurosa col Re e ne ebbe in cambio un certo potere. Le
cronache narrano di un'Ermengarda attiva alla corte di Pavia, consigliera
apprezzata e attenta agli interessi di Rodolfo durante le sue lunghe
assenze. Rodolfo credeva di essersi ingraziato i feudatari italiani,
distribuendo feudi, cariche e sedi vescovili a destra e a manca. Ma, per
esempio, si inimicò il papa dando Spoleto al cognato Bonifazio (marito di
Waldrada, una sua sorella) che l'aveva aiutato in battaglia. A Spoleto
c'era già Pietro, il fratello del papa, e si trovò un compromesso inedito
nella forma di co-ducato.
Ermengarda in realtà faceva i propri interessi: rimase sempre in contatto
con la madre per un'eventuale intervento di Ugo, e dopo la morte di Berta,
avvenuta nel 925, si tenne in contatto con i fratelli Guido e Lamberto che
ambivano ugualmente a mettere sul trono il loro fratellastro.
Guido si riteneva libero di sostenere qualunque candidato, ora che il suo
padrino Berengario era morto, ed avendo realizzato di non avere carisma a
sufficienza per ambire personalmente al trono, vedeva in Ugo il candidato
ideale. Furono presi contatti col papa, che si dimostrò disposto ad
appoggiare un'eventuale incoronazione del provenzale, fermo restando che
avrebbe dovuto star lontano dagli interessi dello stato pontificio.
Così verso la fine dell'autunno 925 Ermengarda raccolse un buon numero di
congiurati che si ribellarono a Rodolfo, il quale fu costretto a fuggire
da Pavia, riprendendo la via della Borgogna. Ugo venne invitato quindi a
prendere un'iniziativa militare, e nella primavera successiva, mentre il
grosso dell'esercito provenzale varcava le Alpi, si imbarcò con un ridotto
contingente facendo vela verso la Toscana.
Sbarcato a Pisa, venne accolto dai fratellastri e dai Signori ad essi
legati, nonché dai legati papali, che gli confermarono il placet del
pontefice.
Intanto Rodolfo scendeva dal Gran San Bernardo alla testa di un esercito
misto svevo-borgognone, ben deciso a impedire il suo spodestamento. Il
suocero Burcardo, suo ex nemico fino a un paio d'anni prima, lo
accompagnava nell'impresa, e proprio alla sua avventatezza si deve la
riuscita del piano dei marchesi di Ivrea e Toscana.
Mentre Rodolfo dirigeva verso Ivrea per ridurre alla ragione l'infida
marca, causa di tante congiure, Burcardo si dirigeva verso Milano per
intimorire i feudatari più piccoli e farli desistere dalla contesa.
Accolto con tutti gli onori dall'arcivescovo, fu blandito con promesse e
trattative diplomatiche, al solo scopo di dar tempo agli eserciti italiani
e provenzali di accorrere verso Ivrea. Quando infatti Burcardo ruppe gli
indugi e marciò verso Ivrea per ricongiungersi col genero, trovo nei
pressi di Novara un esercito agguerrito ad aspettarlo: nella battaglia
Burcardo fu ucciso, e le sue truppe disperse. Appresa la notizia, Rodolfo
rinunciò all'assedio e tornò precipitosamente in Borgogna. Era la fine di
aprile del 926.
Ugo raggiunse indisturbato Pavia, e nel mese di luglio fu eletto re dalla
solita assemblea, e quindi incoronato nella cattedrale. Il suo regno era
destinato a durare vent'anni, un periodo lunghissimo per quei tempi, ma
travagliato quanto i precedenti.
La sua forza era rappresentata dall'appoggio delle marche di Ivrea e di
Toscana, la sua debolezza dal mancato controllo di Roma. Il papa volle
subito incontrarsi con lui a Mantova, promettendogli la corona imperiale
se Ugo si fosse impegnato a difendere il papato dal controllo delle
fazioni romane, che dopo il ritorno di Marozia ancora condizionavano la
politica dello stato pontificio. Tra gli accordi ci fu anche quello di una
nuova coabitazione a Spoleto e Camerino, dove Bonifazio (il cognato di
Rodolfo) sarebbe stato sostituito da Lamberto, il secondogenito della casa
di Toscana.
Fu a questo punto che al marchese Guido di Toscana, ancora celibe, giunse
una lettera contenente un'allettante proposta di matrimonio: era di
Marozia.
MAROZIA TORNA AL POTERE
Nessuno ha saputo ricostruire le mosse di Marozia fra la morte di Alberico
e l'offerta della propria mano a Guido. E' probabile, e quindi tacitamente
accettato, che fosse sparita da Roma per qualche tempo, ospite di una
corte bizantina dell'Italia meridionale.
Poiché Giovanni X, mentre metteva il fratello Pietro a capo della vita
civile dello stato, con la carica fra l'altro di magister militum e la
disponibilità delle forze spoletine, era ormai convinto di essersi
liberato dalle pressioni dei patrizi romani, e poiché a Mantova aveva
invece manifestato ancora questo genere di preoccupazioni, se ne conclude
che Marozia dovesse essere tornata a Roma e, non sprovvista di mezzi
adeguati, avesse ricostituito una fazione che avversava il
papa. Stando a quel poco che si sa di questo evento, la proposta
matrimoniale di Marozia annullava la strategia di Giovanni X. A lei
serviva un uomo potente, con un esercito ragguardevole, a Guido il
controllo di Roma e del papato avrebbe consentito di tenere a bada
l'invadenza del fratellastro. Quanto a Ugo, mettersi contro il marchese di
Toscana avrebbe significato perdere oltre la metà degli appoggi di cui
godeva in Italia. Una contromossa perfetta, se Guido
avesse accettato. E infatti Guido accettò di sposare Marozia.
Le nozze furono celebrate nello stesso anno 926, e allietate nel 927 dalla
nascita di una bambina. Giovanni X era molto preoccupato, e forse dovette
alla protezione di Teodora la sua incolumità. La madre era forse il solo
ostacolo che si frapponeva fra Marozia e il papa, e benché sull'amore
filiale, in quei tempi, si potesse fare poco affidamento, Teodora era
ancora una figura importante e temuta da tutta Roma.
Nel frattempo Ugo ne approfittava per sistemare i suoi numerosi parenti,
chi con un vescovado, chi con una contea, chi ancora con un'abbazia. Era
stato sposato due volte, e aveva un solo figlio legittimo, Lotario, che
però era ancora un bambino (nato nel 915) e inoltre aveva un figlio e una
figlia bastardi, nati da sue diverse concubine. La possibilità di
sistemare tutta la sua famiglia in Italia
gli fece balenare un'idea allettante. Fece sapere a Rodolfo II che era
disposto a cedergli la Provenza, se il borgognone avesse rinunciato
all'Italia.
Rodolfo soppesò la proposta e decise che era senz'altro conveniente.
L'Italia richiedeva una presenza continua, come aveva imparato a sue
spese, oppure una fitta parentela che avesse a cuore i suoi interessi.
Cosa che Ugo aveva, e lui no. Mentre una Grande Borgogna, che avrebbe
avuto una dimensione ragguardevole, sarebbe stata più facile da
controllare. La futura Lotaringia poteva partire da lì, poi si sarebbe
visto cosa fare per ingrandirla. Così Rodolfo accettò la proposta del
rivale. C'era solo un piccolo dettaglio: il re di Provenza non era Ugo, ma
Ludovico il cieco. Che aveva un erede al trono, Carlo Costantino.
Ugo diede a intendere che dopo la morte del cugino Ludovico si sarebbe
fatto proclamare re al posto del suo debole figlio, e allora della
Provenza ne avrebbe fatto ciò che voleva.
Ludovico morì due anni dopo, nel 928, ma le cose non andarono come Ugo
aveva previsto. Non è chiaro cosa accadde, ma per quel periodo sia Ugo che
Carlo Costantino sono considerati re di Provenza. Fatto sta che Rodolfo
non ebbe la Provenza, e cominciò a minacciare di volersi riprendere il
regno d'Italia. Questa spina nel fianco indusse Ugo alla prudenza, la sua
rete di parenti nei punti chiave non era ancora abbastanza salda e
l'amicizia di Guido e Marozia gli era più che mai necessaria.
Contemporaneamente a Roma moriva Teodora, e la guerra dei due sposi contro
Giovanni X divenne immediatamente effettiva. Guido pose l'assedio a Roma,
e Marozia riuscì a convincere i suoi sostenitori ad aprire di notte una
delle porte della città, da dove un manipolo di armati prese d'assalto il
Laterano. Il papa era barricato nel palazzo, ma Pietro riuscì a fuggire,
incontrandosi a Orte con le sue milizie spoletine. Con esse fece ritorno a
Roma, riuscendo a ricacciare gli
assedianti e a salvare il papa. Ma in sua assenza una banda di ungari
aveva percorso la campagna intorno a Roma, seminando morte e distruzione,
così Marozia fece spargere la voce che li avesse scatenati proprio Pietro,
per vendetta.
Il popolo romano, sobillato dai partigiani di Marozia, si rivoltò contro
il consul e magister militum, riuscendo a sopraffare le sue truppe ed
aprendo le porte della città all'esercito di Guido. Preso prigioniero,
Pietro fu condotto davanti al papa e sgozzato davanti ai suoi occhi.
Quanto a Giovanni X, Guido comandò che venisse imprigionato a Castel
S.Angelo, ma Marozia diede segretamente l'ordine di ucciderlo, e tempo
dopo il papa più grande di quel secolo fu trovato soffocato con un
cuscino.
Finalmente Marozia ritornava padrona di Roma e del papato.
Il nuovo papa, Leone VI, era un fantoccio senza alcun peso politico.
Era figlio del primicerius Cristoforo, ossia del primo ministro di
Giovanni X. Durò pochi mesi e morì nel dicembre di quello stesso 928.
Al suo posto Marozia mise una sua creatura (si dice che ne fosse
l'amante), che assunse il nome di Stefano VII (secondo un'altra lista,
Stefano VIII).
Non è chiaro cosa accadde negli anni seguenti. Alcuni sostengono che Guido
morì nel 929, altri che morì nel 931. Forse ebbero altri figli.
Quello che è certo, è che Marozia era più che mai il cardine sul quale
ruotava la vita politica italiana di quel periodo. Ogni investitura, ogni
atto della Santa Sede doveva essere da lei approvato. Lo stesso re
d'Italia la doveva temere e blandire. E' chiaro che una situazione di
potere così assoluto finiva per alienarle anche le più accese simpatie che
poteva aver avuto precedentemente. Inoltre la sua bellezza sfioriva di
anno in anno, per l'età e per le tante gravidanze, e la sua arma
preferita, il sex appeal, non bastava ormai più. In definitiva, aveva più
nemici che amici, e se ne rendeva perfettamente conto.
IL TRIONFO E LA CADUTA
Nel 931 fu fatto un tentativo di imparentamento con gli imperatori
bizantini. Se c'era riuscito Ludovico il Cieco (benché non gli avesse
recato alcun vantaggio), perché non provare a legare Bisanzio agli
interessi dei tuscolani? La figlia avuta da Alberico, Livia, aveva ormai
13 anni ed era ora di accasarla. Romano Lecapeno, padrone se non titolare
dell'Impero d'Oriente, intendeva elevare il proprio figlio Teofilatto (un
bambino!) a Patriarca di Costantinopoli. Aveva così richiesto al papa
l'approvazione per questa nomina, e naturalmente il benestare del papa era
condizionato da Marozia. La quale fece sapere a Romano che la condizione
era il matrimonio di Livia con un altro figlio del bizantino.
Malauguratamente per lei, la lentezza delle comunicazioni fece sì che la
risposta del Lecapeno arrivasse quando era ormai troppo tardi. Marozia era
uscita di scena e Teofilatto divenne poi Patriarca senza altri ostacoli.
Era ancora vivo Guido all'epoca di queste trattative? Se è vera la
versione della sua morte nel 929, allora certamente no. Ma per tanti
riscontri, parrebbe davvero morto nel 931.
Guido morì, pare, per avvelenamento. Fu un'agonia lunga e dolorosa, ma
secondo alcuni non fu un attentato, bensì un'intossicazione alimentare
(tipo botulino) che lo tolse di circolazione per lunghissimo tempo prima
di finirlo. Ciò potrebbe spiegare l'incertezza sulla data di morte.
Certamente Marozia non aveva nulla da guadagnare dalla morte del marito,
sarebbe rimasta troppo esposta alle vendette dei suoi nemici, perciò si
può immaginare con quanta ostinazione abbia fatto curare Guido dai più
sapienti cerusici del tempo. Quando alfine spirò, Marozia si mise in mente
che i suoi nemici avrebbero potuto indurre il re Ugo a "proteggere"
il
papa, dato che non aveva più vincoli di parentela che glielo impedivano.
In Toscana intanto Lamberto ereditava il titolo di marchese, e Ugo aveva
mandato a Spoleto il cugino Tebaldo. I punti chiave erano sempre ben
coperti, cosa poteva impedire al re di ingerire negli affari romani?
Marozia allora giocò il tutto per tutto: offrì ancora la sua mano, e
stavolta direttamente a Ugo.
Il provenzale era un uomo cinico e senza scrupoli. Era vedovo e faceva
figli a ripetizione con le concubine, dopo la sua ascesa al trono ne aveva
avuti altri tre. Lotario, il primogenito, era appena stato associato al
trono, e la discendenza era quindi al sicuro. Certamente non aveva brame
per la bellezza sfiorita di una quarantenne, quindi se accettò lo fece per
un sottile calcolo politico, qualunque esso fosse.
E' difficile ricostruirlo, in quanto Ugo avrebbe potuto semplicemente
accogliere gli inviti della fazione anti-Marozia per diventare arbitro del
papato. E soprattutto l'affare era complicato dal diritto canonico, che
impediva ai cognati relazioni "incestuose". Tuttavia Ugo fece di
tutto per
sposare Marozia, e Marozia fece di tutto per sposare Ugo.
La Signora di Roma fece un bilancio di famiglia. Il primogenito Giovanni,
già ordinato cardinale all'età di 16 anni, era devoto e ubbidiente.
Alberico, il secondo, era invece ostile e scontroso. Livia era un buon
investimento, ma troppo spostato nel futuro per essere utile. Gli altri
figli di Alberico I, Costantino e Sergio erano ancora troppo piccoli, per
non parlare di Berta, avuta da Guido. Doveva puntare tutto su Giovanni, e
così fece. Nel febbraio 931 morì papa Stefano VII (VIII) e Marozia riuscì
a imporre il figlio come suo successore. Salì al soglio col nome di
Giovanni XI e nel liber pontificalis fu iscritto come "figlio di Sergio
III".
Si dice che papa Stefano fosse stato ucciso perché si opponeva alle nozze
incestuose di Marozia, ma per avvalorare questa tesi bisognerebbe
stabilire la successione degli eventi: Guido era già morto? Marozia si era
già offerta a Ugo?
Ciò che è certo è che durante il 931 il nuovo papa si adoperò per trovare
una soluzione al problema di sua madre. E la trovò, anche se ridicola.
Ugo avrebbe dovuto dichiarare che Guido non gli era fratello, in quanto
Berta non aveva avuto figli dal marchese Adalberto II. Quindi Guido,
Lamberto e Ermengarda era figli bastardi del marchese, che Berta aveva
dovuto riconoscere come propri per ragioni politiche.
Ugo accettò a cuor leggero, per uno come lui uno spergiuro non
rappresentava un tabù. Ma fece i conti senza l'idealismo del giovane
Lamberto, neo-marchese di Toscana. Costui non accettava di essere
considerato figlio bastardo (tra l'altro, ciò gli toglieva quel po' di
sangue carolingio che gli scorreva nelle vene) e riteneva che ne uscisse
infangato l'onore della madre.
Sfidò Ugo a un giudizio di Dio, ossia a un duello al primo sangue, per
dimostrare al mondo la menzogna del fratellastro. Ugo, un soldataccio
sicuramente più avvezzo alle armi del giovane Lamberto, accettò senza
pensarci troppo, convinto di chiudere facilmente l'argomento. Se ci avesse
pensato meglio, avrebbe dovuto chiedere un duello all'ultimo sangue.
Perché alla lunga la sua spada sarebbe affondata nel petto di Lamberto,
facendolo tacere per sempre.
Invece un duello al primo sangue è più aleatorio, basta un graffio e non
c'è più tempo di rimediare. Pare che fosse andata proprio così.
Lamberto toccò per primo il rivale, e il duello fu sospeso. Il giovane
marchese gridò ai quattro venti che Ugo era uno spergiuro, e che l'aveva
dimostrato. Il re schiumava di rabbia, ma non potè impedirlo.
Pare che la soluzione gli fosse suggerita da Marozia: doveva comprare, con
lusinghe e minacce, i testimoni del duello, poi dichiarare di averlo vinto
e accusare Lamberto di millanteria. Quando l'ingenuo marchese si presentò
al rivale per protestare, Ugo lo fece accecare come spergiuro e lo
imprigionò in una segreta. Poi mandò a chiamare il fratello Bosone, che
era sempre rimasto in Provenza, e lo nominò marchese di Toscana. La via
era libera, e le nozze con Marozia furono fissate per il mese di marzo
932.
Marozia regina d'Italia! L'ambizione smisurata di questa donna aveva
travolto tutti gli ostacoli, usando tutti i mezzi leciti e illeciti, e ora
era giunto il momento del trionfo. Moglie del Re, madre del Papa. Chi
poteva fermarla, d'ora in avanti? Solo la serpe che aveva in seno...
Il giovane Alberico aveva solo 16 anni, ma era già scaltro e determinato.
Aveva capito che nei piani della madre era del tutto escluso, e l'avevano
capito anche i nemici di Marozia. Le famiglie patrizie rivali lo
circuivano e facevano crescere la sua rabbia. Con alcuni coetanei della
fazione avversa aveva creato un partito che inutilmente cercò di opporsi
alle nozze con Ugo, lo straniero prepotente e spergiuro. Durante i
festeggiamenti per le nozze, a Roma correva aria di rivolta, e Alberico
era ben deciso a sfruttarla.
Secondo un cronista del tempo, il giovane cercò un incidente col patrigno
per scatenare la sommossa che avrebbe dovuto scacciarlo.
Secondo il cerimoniale, infatti, avrebbe dovuto fungere da coppiere al
pranzo di nozze, e svolse questo compito con tanta malagrazia che Ugo lo
rimproverò pubblicamente. Al che Alberico gli rovesciò addosso il
contenuto della caraffa che reggeva, e il re, inferocito, si alzò e lo
prese a sonori schiaffoni. Era quello che Alberico cercava. Tutti i
convitati che facevano parte della congiura abbandonarono il banchetto
insieme a lui, si sparsero nelle strade e arringarono il popolo,
ammonendolo sulla sorte che gli avrebbe riservato il brutale straniero,
che aveva osato umiliare un patrizio romano così platealmente. Forse
quella stessa notte, o durante una notte successiva, Roma vide agitarsi un
mare di fiaccole, e il castello dove gli sposi si erano richiusi fu
assaltato da una folla urlante. Ugo riuscì a sottrarsi alla cattura
calandosi con una fune dalle mura, per
Marozia invece non ci fu scampo. Tradotta davanti al figlio, fu condannata
da questi a essere murata viva. Le fonti non sono concordi nello stabilire
quanto sopravvisse in quelle condizioni, ma la stima più probabile è di
due anni. Quanto al papa Giovanni XI, fu pure imprigionato, ma in
Laterano. Alberico gli lasciò il titolo e il primato nelle questioni
teologiche, ma lo spogliò di ogni potere temporale, che assunse
interamente per sé. Col consenso di quasi tutte le famiglie romane, si
nominò «princeps atque omnium romanorum » e instaurò una dittatura
illuminata destinata a durare vent'anni.
Qui finisce la storia di Marozia, ma non della sua influenza sulle vicende
di quel secolo. Ugo e Alberico continuarono a combattersi senza sosta, e
la casa d'Ivrea a tramare congiure. La vita continuava, anche se era
sempre più difficile sopravvivere.
Piero F.