L'ASCESA DELLA CASATA DI TUSCOLO

Lo stato della chiesa era sufficientemente grande e ricco per scatenare
gli appetiti dei suoi amministratori (vestararii). I quali venivano scelti
fra gli esponenti del patriziato romano, e mantenevano la loro carica,
normalmente, sotto diversi papi. Anche vescovi, abati e altri prelati
avevano diritto alle prebende, e non solo nello stato pontificio, ma in
qualsiasi parte dell'Europa cristiana. Non c'è da stupirsi dunque che le
investiture, sia laiche che religiose, fossero oggetto di dispute anche
sanguinose. L'annullamento degli atti di papa Formoso, voluto da Lamberto
di Spoleto per il tramite di Stefano VI, scatenò la rivolta di tutti gli
ecclesiasti nominati da Formoso, che si vedevano così ridurre sul
lastrico.
La fazione formosiana, che essendo fedele ad Arnolfo era detta
spregiativamente "tedesca" dagli avversari, era composta proprio da
costoro, che seppero sobillare il popolo approfittando del misterioso
crollo del Laterano.
La fuga da Roma degli "spoletini", tra i quali il neoeletto (ma non
consacrato) papa Sergio, si era resa necessaria anche per i funzionari
civili nominati da Stefano VI. Tra i quali pare ci fosse già, in qualità
di nuovo vestararius, il conte Teofilatto di Tuscolo. Non è chiara questa
attribuzione, si sa per certo che nel 901 Teofilatto ricominciò la
carriera in qualità di judex, carica certamente meno
importante. Per pacificare le fazioni, Giovanni IX aveva convalidato sia
le nomine di Formoso, sia quelle successive di Stefano IV, ove
compatibili. Può darsi che il vestararius di Formoso fosse stato
reintegrato nelle proprie funzioni, e che allora a Teofilatto venisse
offerta quella di judex. Ma il conte di Tuscolo non era tipo da
accontentare con poco. Teofilatto aveva una moglie, Teodora,
considerata ai suoi tempi di rara bellezza. Le malelingue sostenevano che
in gioventù avesse esercitato il meretricio presso il lupanare più
esclusivo di Roma, e che il marito la usasse come arma per conquistare il
potere. Infatti si dava per certo che Teodora fosse l'amante del brillante
vescovo Sergio di Cerveteri (pubblico accusatore nel macabro processo di
Formoso, e già da tempo "papabile"), sul quale Teofilatto puntava per
consolidare la propria posizione, e ora in esilio presso la corte di
Adalberto di Toscana.
Dopo le terribili epurazioni del 897/898 (praticamente una guerra civile),
ci fu un periodo di relativa tranquillità a Roma, con un papa favorevole a
un imperatore straniero: Benedetto IV, successore di Giovanni IX.
Ora che Berengario era rimasto l'unico re (per maggior sicurezza, dopo la
morte di Lamberto si era fatto incoronare a Pavia un'altra volta), il suo
obiettivo era quello di costringere il papa a riconoscerlo imperatore, e
minacciava di marciare su Roma col suo esercito. La potenza spoletina si
era dissolta;  Alberico, che si era impadronito di Camerino assassinando
in un finto duello il reggente della marca, aveva annesso anche il ducato
di Spoleto per il quale Lamberto non
aveva lasciato eredi, ma per i nobili italiani era soltanto un parvenu
senza alcun carisma. Rimaneva Adalberto II di Toscana a frapporsi tra
Berengario e Roma, e non fu difficile convincerlo a tradire il suo
signore. L'anno precedente Adalberto aveva tentato (per l'unica volta
della sua vita) di impadronirsi del regno, ribellandosi a Lamberto e
marciando su Pavia per farsi incoronare. Bloccato dal pronto intervento
dello spoletino, era stato imprigionato e successivamente liberato da
Berengario dopo la morte di Lamberto. Da quel momento, il suo obiettivo fu
più modesto: schierarsi  sempre al fianco di chi
intendesse rovesciare un re troppo potente e mantenere così la propria
autonomia. Ma prima che potesse opporsi con le armi alle pretese imperiali
del re, un'incursione di Ungari (la prima in Italia) tenne in scacco
Berengario, che fu sconfitto al Brenta e dovette allontanare gli invasori
pagando un forte riscatto.
Ciò diminuì il suo prestigio, ma anche e soprattutto il timore dei suoi
feudatari, che iniziarono a tramare congiure contro di lui. La solita
Berta suggerì ai congiurati di chiamare in Italia Ludovico III re di
Provenza, figlio del suo defunto cognato Bosone. Anche Ludovico poteva
vantare diritti di sangue carolingio, in quanto suo nonno materno era
Ludovico II, già Re d'Italia e Imperatore.  Il papa era più che disposto a
mettergli sul capo la corona imperiale, ovviamente, e il giovane re
provenzale fu invitato a Lucca presso la corte dei marchesi di Toscana,
dove concordò la sua futura campagna militare. Pare che in quell'occasione
Adalberto II iniziasse a temere che il futuro imperatore avesse intenzione
di mettere radici in Italia, anziché regnare dalla Provenza, e ciò gli
fece perdere l'entusiasmo iniziale. Infatti, dopo che Ludovico sconfisse
Berengario e fu riconosciuto re dalla solita assemblea di Pavia (ottobre
900), quando si recò a Roma per ricevere l'investitura imperiale (febbraio
901) alle sue spalle ci fu un rovesciamento di alleanze. E' probabile che
negli accordi con Ludovico fosse stata ventilata la possibilità che questi
lasciasse il regno di Provenza al cugino Ugo, che era figlio di primo
letto di Berta, e che non avendo palesata alcuna intenzione di far ciò,
Ludovico avesse perso l'appoggio dei marchesi di Toscana.
Fatto sta che Berengario nel 902 riuscì a battere Ludovico e a farlo
prigioniero. Condotto a Verona, venne rilasciato a condizione di una
solenne promessa di rinunciare al regno d'Italia, alla corona imperiale, e
di non mettere più piede sul suolo italico.
Allorché, istigato da Berta, ci riproverà ugualmente nel 905, verrà ancora
battuto e stavolta accecato (pena riservata agli spergiuri) da Berengario.
Tornato in Provenza, affiderà il governo al cugino Ugo e trascorrerà il
resto della sua vita nei suoi possedimenti di Vienne.
Nel frattempo, a Roma, scoppiava un altro tumulto. Nel 903, alla morte di
Benedetto IV, venne eletto papa Leone V, ma subito dopo venne deposto da
un usurpatore, il prete Cristoforo (che la chiesa non annovera fra i
papi). Le fazioni si scatenarono in omicidi e vendette, e il judex
Teofilatto colse l'occasione per imporre una soluzione di forza. Con
l'aiuto militare di Alberico di Camerino e Spoleto, nel gennaio del 904
agevolò il rientro a Roma del vescovo Sergio, il quale imprigionò sia
Leone V che Cristoforo, e si insediò sul trono di
Pietro col nome di Sergio III. La simbiosi fra questo papa e la famiglia
tuscolana fu completa, ognuno doveva il proprio potere all'altro.
Teofilatto venne subito nominato vestararius, e in seguito senatore,
magister militum e gloriosissimus dux. Il vero padrone di Roma era lui,
col beneplacito del papa, che era più interessato al libertinaggio che
agli affari di stato. Teodora rimase l'amante di
Sergio III finché questi non adocchiò la figlia maggiore, Marozia, che
poteva avere una quindicina d'anni quando fu spinta nel talamo del papa.
Fra il 907 e il 910 Marozia ebbe un figlio, Giovanni, e tutti
l'attribuirono a Sergio. All'età di 18 anni fu nominata senatrice dal suo
amante, ed era, con la madre Teodora, la donna più temuta e influente di
Roma, e forse d'Italia. Alcuni ritengono invece che Sergio fosse stato
ingannato, il figlio avuto da Marozia non era suo, ma di Alberico di
Spoleto, che era il favorito della giovane donna e viveva stabilmente a
Roma.
Pure la sorella minore di Marozia, Teodora II, fu nominata senatrice e
quanto alla madre Teodora, si fece un nuovo amante, Giovanni da
Tossignano, un arciprete che era stato mandato a Roma dall'arcivescovo di
Ravenna come suo uomo di fiducia. Costui divenne un consigliere influente
alla corte di Teofilatto, e Teodora si adoperò perché diventasse papa al
più presto, dacendolo nominare vescovo di Bologna.
Gran parte del dominio dei tuscolani era affidato alle grazie muliebri di
Teodora e Marozia, due donne bellissime e perverse che riuscivano a
ottenere nei talami ciò che a Teofilatto veniva negato in Senato.
Dal canto suo, il vestararius corrompeva e rendeva complici gli avversari,
e se ciò non bastava per i più ostinati, lo stiletto dei sicari era
incaricato di rimuovere l'ostacolo.
Tutto sommato, il sistema (che passò alla storia come "pornocrazia
romana") riusciva a mantenere la stabilità a Roma, dopo gli anni dei
sanguinosi tumulti.

L'ITALIA DI BERENGARIO
Pure al nord ci fu un periodo di quiete fra la nobiltà: Berengario cercò
di riguadagnare il prestigio perduto con donazioni e infeudazioni, diede
la figlia Gisla in sposa al nuovo marchese d'Ivrea, Adalberto (figlio di
quell'Anscario nominato da Re Guido), ma ebbe nel contempo seri screzi con
Berta, rea di aver convinto Ludovico di Provenza a ritentare la conquista
del regno d'Italia, rimangiandosi un giuramento. Pare che Berta sia stata
imprigionata a Mantova per qualche tempo, e che per questa onta odiasse
Berengario con tutte le
sue forze.
Tuttavia non era più tempo di congiure. Adalberto non voleva rischiare
ulteriormente, sentendosi protetto dal papa Sergio III (suo gradito ospite
a Lucca durante l'esilio), i feudatari minori parevano diventati mansueti,
e così Berta dovette attendere a lungo per avere la propria vendetta.
Ciò che teneva in soggezione i feudatari non era la potenza del re, bensì
un duplice pericolo esterno. Da una parte si temevano nuove incursioni di
ungari, e dall'altra dei saraceni di Frassineto. Qualche decennio prima,
una nave di arabi spagnoli era naufragata sulle coste della Provenza, e i
superstiti si erano accampati nella foresta di Freisnet (Frassineto) da
dove avevano iniziato scorrerie sempre più frequenti. Ben presto altri
pirati li raggiunsero e le loro bande si impadronirono dei passi alpini,
taglieggiando tutti coloro che transitavano e scendendo volentieri a valle
per razziare conventi e abbazie.
Con gli ungari, Berengario ebbe sempre un buon rapporto. Li assoldava come
mercenari per le sue campagne (contro Ludovico III, o contro città
ribelli) e tutti avevano imparato a temere quelle milizie che non si
arrestavano dinanzi a nulla. Il problema peggiore si verificava quando
Berengario non aveva più bisogno di loro: senza il soldo assicurato, si
arrangiavano razziando le campagne (e i soliti
monasteri). Ma per il re d'Italia erano assai più che utili, gli ungari.
Erano la spina nel fianco della Germania, dove avvenivano le loro più
devastanti razzie. Arnolfo, e in seguito suo figlio Ludovico il Fanciullo,
impegnati a fondo nella difesa delle frontiere orientali, non avevano
proprio tempo di occuparsi delle questioni italiane. Ciò tranquillizzava
Berengario, che non doveva più temere una discesa tedesca per rivendicare
il regno d'Italia, e magari l'Impero.  Nel 911 poi morì Ludovico e siccome
l'altro figlio di Arnolfo, Sventiboldo, era morto già nel 900, si estinse
il ramo carolingio tedesco. Fu eletto re di Germania Corrado di Franconia,
che era e rimase estraneo alle vicende italiane. Berengario, primo re
d'Italia, aveva visto passare come meteore gli altri re: Guido e Lamberto
di Spoleto, Arnolfo di Baviera e Ludovico di Provenza. Tutti costoro
avevano avuto anche la corona imperiale, ed egli era ancora l'unico a cui
quel privilegio era negato. Ovviamente questo era il suo obbiettivo, ma
finché non avesse avuto qualcosa da offrire a Teofilatto, ben
difficilmente un papa lo avrebbe incoronato.
L'occasione sarebbe venuta più tardi, ma non avrebbe posto fine alle
tribolazioni di Berengario.
Quanto ai saraceni, per lui non rappresentavano un grande problema. I
passi alpini occidentali erano più importanti per la marca d'Ivrea che per
quella del Friuli, la quale aveva il Brennero come principale via di
comunicazione col nord d'Europa. E per Ivrea era assai difficile, se non
praticamente impossibile combattere i predoni sui passi alpini. Occorreva
la collaborazione di Provenza e Borgogna per stanarli da Frassineto e
liberarsene, ma ogni tentativo di accordo in tal senso fallì. Nessuno si
fidava dell'altro.
Non diversa era la situazione a sud di Roma. Ben fortificati su una
collina sul fiume Garigliano, altri pirati saraceni (di cui si servivano i
principati longobardi dell'ex ducato di Benevento per combattersi fra
loro) facevano frequenti scorrerie nelle campagne, rendendole spopolate.
Avevano addirittura esteso la loro signoria di fatto su molte cittadine
del Lazio, e stavano costituendo un pericoloso stato musulmano nel cuore
dell'Italia.
Mai nessuno era riuscito a formare una coalizione in grado di distruggere
quel covo di pirati, fosse per gelosia, convenienza o mancanza di
decisione. Berengario non se ne preoccupava affatto, essendo quel
territorio abbondantemente fuori dal suo potere (in effetti al di là degli
Appennini non contava praticamente nulla).
A liberare il Garigliano da quella piaga sarebbe infine riuscito un papa,
destinato a dividere irrimediabilmente la famiglia di Teofilatto, in
quanto fortemente protetto da Teodora, e fortemente avversato da Marozia.

MAROZIA CONQUISTA IL POTERE
Morto Sergio III nel 911, il potere di Teofilatto si rafforzò ancora di
più. Il suo rapporto col papa uscente era paritario, «do ut des», in
quanto Sergio era già un uomo di potere da vescovo, era molto in
confidenza con Adalberto di Toscana ed era dispotico a sufficienza per non
farsi mettere i piedi in testa da nessuno. Il suo punto debole erano le
donne, e attraverso queste il vestararius riusciva a
controllare il papa.  Ma ora non ne aveva più bisogno:  i papi li poteva
scegliere fra i più mansueti ed obbedienti, e nessuno era in grado di
contrastare i suoi candidati. Per la prima volta, il suo potere era
assoluto. Probabilmente le fastose dimore, il nuovo castello di Tuscolo e
più denaro di quanto riuscisse a spendere, erano il solo obiettivo di
Teofilatto, che era forse l'uomo più ricco dell'Europa occidentale.
Ma la figlia nutriva ambizioni ben maggiori. Persa l'importanza strategica
della sua relazione col papa, accantonata in attesa di trovarle un marito
disposto ad accollarsi anche il figlio di una colpa sacrilega, Marozia si
legò ad un altro ambizioso venuto dal nulla, quell'Alberico giunto dalla
Francia al seguito di Guido II con indosso solo la sua armatura, e
divenuto ora con la frode e la violenza duca di Spoleto e marchese di
Camerino.
Alberico nel 911 doveva aver passato la quarantina, Marozia era
all'incirca ventenne, e i due sembravano fatti l'uno per l'altra. Non è
certa la data del loro matrimonio: secondo alcuni avvenne nel 915, secondo
altri negli anni precedenti. Si sa per certo che il loro primo figlio, che
fu chiamato anch'egli Alberico, nacque nel 916.  Ma Alberico non aveva
prestigio, e i grandi feudatari d'Italia lo
snobbavano, perciò Marozia si prefisse di fare del suo uomo un "grande"
uomo, che fosse ammirato e rispettato in tutte le corti. Magari di farne
addirittura un Re...
L'occasione si presentò quando sua madre Teodora, dopo aver pilotato la
carriera del suo amante Giovanni (che nel frattempo era diventato
arcivescovo di Ravenna) lo impose a Teofilatto come prossimo papa. Nel
914, alla morte di Landone (il secondo anonimo papa voluto da Teofilatto),
il pupillo di Teodora fu nominato papa col nome di Giovanni X, e il potere
di Teofilatto iniziò a decadere. Ancora una volta era costretto ad usare
una delle sue donne per controllare un papa, ma stavolta le cose si fecero
più difficili, giacché Giovanni non era un fantoccio ma un uomo energico e
politicamente acuto.
Il nuovo papa manifestò subito l'intento di liberarsi dei saraceni del
Garigliano, impresa che sarebbe stata possibile solo con un'unità di
intenti che appariva utopistica in quegli anni.
Per ottenere il suo scopo, Giovanni X compì un capolavoro di diplomazia,
raccogliendo tutte le istanze e i desideri degli irrequieti feudatari, e
trovando per tutti le giuste motivazioni.
Annunciò che avrebbe guidato personalmente le truppe, ergendosi a simbolo
della cristianità contro gli infedeli: ciò avrebbe sopito i rancori e le
gelosie che impedivano di nominare un comandante supremo.
A Berengario affidò il patrocinio dell'iniziativa, nel senso che avrebbe
dovuto "permettere" ai suoi feudatari di partecipare alla campagna dal
papa. Non era necessario che il re partecipasse personalmente, anzi,
meglio sarebbe stato se avesse mandato un po' di truppe senza muoversi da
Pavia. Per buona misura, la sua collaborazione sarebbe stata premiata con
la sospirata corona imperiale. Il comando militare fu affidato ad
Alberico, cui abbisognava un prestigio che Marozia da tempo sollecitava. I
bizantini furono pregati di intervenire ma indirettamente, mediante
l'invio di una loro flotta che pattugliasse il Garigliano, mentre i
principati longobardi, vassalli di Bisanzio, avrebbero partecipato
all'azione sotto il comando di Landolfo di Capua, simbolo
dell'indipendentismo
longobardo dall'Impero..
Tutto filò liscio come il papa aveva sperato. Berengario non si fidava ad
attraversare gli Appennini (sia perché al di là aveva troppi nemici, sia
perché la sua assenza dal nord avrebbe favorito un'ennesima congiura
contro di lui) e inviò a Roma un corpo di spedizione che comprendeva anche
mercenari ungari. Nel 915 un esercito cristiano proveniente da ogni parte
d' Italia, finalmente unito come non si vedeva da tempo, mosse verso la
roccaforte saracena, e dopo
alterne vicende belliche i musulmani vennero sterminati. Fu un trionfo per
tutti, ma soprattutto per il papa, che aveva dimostrato una tempra ben
diversa da quella dei suoi predecessori.
Oltre a Giovanni X, l'impresa del Garigliano giovò ad Alberico, che si
dimostrò comandante abile e carismatico, e le cui gesta vennero subito
ammantate di leggenda, e naturalmente giovò a Berengario, che finalmente
si arrischiò a raggiungere Roma per ricevere il titolo di imperatore.
Quando, nel dicembre 915, ricevette la corona dalle mani del papa, e
l'omaggio feudale da tutti i Grandi d'Italia presenti alla cerimonia,
sembrava che un'epoca di pace e di stabilità si fosse finalmente imposta
in Italia.
Invece la brace dell'invidia e dell'ambizione covava ancora sotto le
ceneri. Berengario era destinato a non avere mai il consenso dei suoi
contemporanei. Adalberto II era morto in quello stesso anno, e gli era
successo il giovane figlio Guido, cui Berengario aveva fatto da padrino,
il quale gli si dimostrava devoto, nonostante l'implacabile avversione di
Berta. Il pericolo però non veniva più dalla Toscana, ma da Ivrea. Morta
Gisla, Adalberto d'Ivrea non era più suo genero, e inoltre aveva sposato
Ermengarda, anch'essa figlia di Berta e Adalberto II.
Ermengarda era una donna bellissima e intrigante, era stata alla corte di
Ivrea come damigella di compagnia di Gisla, diventando l'amante del
marchese e facendosi sposare quando questi era rimasto vedovo. Come sua
madre Berta, odiava Berengario e meditava di elevare il marito al rango di
Re.
Marozia, dal canto suo, aspirava a un'ulteriore ascesa di Alberico, e
pensava che avendo il controllo sui papi non sarebbe stato per lei
difficile, in futuro, diventare regina e magari imperatrice.
Ma aveva davanti a sé due ostacoli: il carisma di Giovanni X, un papa
capace di indossare l'armatura e di guidare un'eterogenea coalizione di
cristiani contro i saraceni, e la sua stessa famiglia, che non voleva
rovinare la propria fortuna con ambizioni eccessive.
Teodora proteggeva gelosamente il "suo" papa, ed era lei l'ostacolo
principale. Teofilatto, invece, appariva ormai pago e si era rammollito:
per tacitare le pretese della famiglia dei Crescenzi, attorno alla quale
si radunavano i suoi oppositori, si risolse a maritare la secondogenita
Teodora a Giovanni Crescenzio, dietro consiglio di Giovanni X.
Lo stesso papa, secondo alcuni storici, fu pronubo alle nozze tra Marozia
e Alberico (secondo altri, come ricordato, erano già sposati da qualche
anno). La ragione di questo matrimonio sarebbe stato il desiderio di
allontanare Marozia da Roma, mandandola nei domini del marito a fare figli
e star lontana dalla politica. In effetti, fra il 916 e il 921 Marozia
ebbe una gravidanza dietro l'altra (tre maschi e una femmina) ma non
risulta che avesse mai lasciato Roma. Ad Alberico, Giovanni X assegnò
alcune rendite (sicuramente l'esazione dei pedaggi
fluviali, che risultarono ben presto raddoppiati) e piano piano Teofilatto
venne scalzato dal genero in molte delle sue attività. Ma non avendo il
senso politico di suo suocero, Alberico non divise nemmeno le briciole fra
i patrizi romani, e si inimicò praticamente tutte le fazioni di Roma. Solo
il fatto di essere il marito dell'ormai potentissima e intoccabile Marozia
lo proteggeva dal crescente
malcontento. Giovanni X aveva forse manovrato perché l'avidità di denaro
prendesse in Alberico il sopravvento sull'ambizione di Marozia, e sapeva
che presto o tardi questa avidità sarebbe stata la rovina dell'ingombrante
personaggio.
Teodora, con il passar degli anni e con la sua bellezza ormai sfiorita, si
convertì (così di dice) a uno stile di vita pio e morigerato, ma finché
lei era viva, il papa era intoccabile per Marozia e Marozia era
intoccabile per il papa. Questo spiegherebbe la trama segreta di Giovanni
X, cioè di sbarazzarsi di Alberico e Marozia con una rivolta popolare.
Al culmine della cupidigia e dell'impopolarità del parvenu francese, la
rivolta scoppiò, sobillata dai Crescenzi e con il beneplacito del papa.
Non è certa la data, ma si pone fra il 922 e il 924. Alberico dovette
fuggire da Roma, rifugiandosi in un suo castello ad Orte. I congiurati lo
inseguirono, assalirono il catello e uccisero il tiranno, portando poi a
Roma il suo corpo decapitato. Marozia, sfuggita alle ire dei congiurati,
dovette rifugiarsi in territorio bizantino. Secondo alcune voci, si
sarebbe rifugiata presso il papa, che poi l'avrebbe obbligata a giacere
col cadavere del marito, in scherno alla sua lussuria, e infine l'avrebbe
mandata in esilio. Quello che è certo è che fino al 926 non si sentì più
parlare di lei.
Con la morte di Teofilatto, avvenuta nel 924, il papa affidò tutte le
cariche al fratello Pietro, compresa l'amministrazione di Spoleto e
Camerino. Pietro era un uomo abile e risoluto, e Giovanni X poteva
finalmente dire di essersi liberato dalla tutela dei tuscolani, con
l'eccezione di Teodora che però non dava più alcun fastidio.
Finisce qui il potere di Marozia, per il quale sarebbe passata alla
storia? No, finisce solo un periodo, ché Marozia non aveva alcuna
intenzione di ritirarsi in buon ordine.
Era sempre una donna bellissima e dissoluta, e sapeva che dispensando
favori sessuali poteva tornare in sella con l'aiuto dell'uomo giusto. Ma
bisognava attendere il momento propizio, e in quegli anni l'altra donna
fatale, Ermengarda, stava appunto provando a rimischiare le carte per
giocare un'altra mano...


(2 - continua)
Piero F.