Propongo all'attenzione degli utenti di FISM una ricerca da me effettuata
in collaborazione con altri utenti di quei gruppi, e pubblicata un paio
d'anni fa: un interessante esperimento di work in progress di cui il testo
qui proposto è la *summa*, ma che si era protratta per oltre due mesi con
almeno un centinaio di post scambiati tra me e gli altri partecipanti.
Si tratta della storia delle celeberrima Marozia, la "sacerdotessa" della
cosiddetta *pornocrazia romana* del X secolo. Le fonti consultate sono
molte ed eterogenee, e (purtroppo) a volte poco attendibili e/o
discordanti tra loro.
E' stato fatto quindi un lavoro esegetico su questi fonti (principalmente
su quanto narra il vescovo Liutprando di Cremona) ma non posso giurare che
la versione che ne risulta sia da considerarsi "vera e definitiva". Direi
che la _più probabile_, pur rimanendo in bilico tra storia e... maldicenza
:-)
                                      Piero Fiorili
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LA SITUAZIONE GEOPOLITICA EUROPEA FRA  IX  E  X  SECOLO
Nel 887, quando Carlo il Grosso venne deposto per indegnità, era
Imperatore del Sacro Romano Impero, e Re dei tre principali regni:
Francia, Germania e Italia. I discendenti di Carlo Magno erano numerosi,
ma nel corso di 73 anni, dopo aver diviso e riunificato regni, dopo
esserseli usurpati a vicenda, non c'era più un erede legittimo che fosse
in età di assumere le cariche lasciate vacanti da
Carlo il Grosso.
Lo stesso Arnolfo di Carinzia, colui che depose l'imperatore, pur essendo
suo nipote non si azzardò a prenderne il posto. Essendo figlio bastardo di
Carlomanno, come tutti gli illegittimi non poteva ambire a un titolo
regale. Di solito ai figli naturali veniva data una sistemazione adeguata,
però a livello minore (un feudo periferico, come in questo caso, la
Carinzia). Tuttavia Arnolfo si proclamò re, e per poterlo fare recise la
continuità dinastica del regno dei Franchi.
Infatti Francia e Germania erano rispettivamente Regno dei Franchi
Occidentali e Regno dei Franchi Orientali, ma Arnolfo si insignì del
titolo di Rex Theutonicorum, del tutto nuovo. Era l'atto di nascita della
Germania come entità politica.
Dopo il suo "golpe" durante la dieta di Treviri, alla quale si era
presentato con la forza del suo esercito, Arnolfo diede a intendere di non
volersi occupare della sorte degli altri regni.  E questo fatto scatenò
gli appetiti dei feudatari, soprattutto in Italia, con conseguenti torbidi
che durarono altri 73 anni: un periodo che è ricordato come "anarchia
feudale".

I regni dipendenti dall'Impero erano diventati cinque, essendo stati
creati, pochi anni prima, i regni di Borgogna e di Provenza (o Borgogna
Cisgiuriana). Queste due nuove entità, al momento del disfacimento
dell'Impero, non avevano altra ambizione che sopravvivere, essendo i
rispettivi re (Bosone in Provenza, e Rodolfo in Borgogna) timorosi di
essere riassorbiti dai vicini, molto più
grandi e potenti. Ben presto però questi due piccoli regni si resero conto
di potersi ingrandire a spese dell'Italia, dove la situazione politica era
talmente intricata che i grandi feudatari preferivano consegnarla a un Re
straniero piuttosto che riconoscere i diritti dei propri rivali.
L'Italia era tagliata in due dal Patrimonium Petri, e siccome l'autorità
del Papa sui propri territori era indiscussa, quella fascia che
attraversava la penisola era la causa della debolezza geopolitica
italiana. I Longobardi avevano fondato due ducati al di sotto di quella
fascia, e dopo la sconfitta subita da Carlo Magno un secolo prima, il solo
ducato di Spoleto aveva potuto mantenere il suo rango.
Il ducato di Benevento, legatosi ai bizantini per sottrarsi alla conquista
franca, aveva finito per spezzettarsi in numerosi staterelli (principati,
contee, città-stato) e non partecipava alle vicende dell'Impero
Carolingio, così come non partecipò al successivo periodo di lotte per il
potere. La storia dell'ex ducato beneventano dall'800 in poi si fonde con
quella dei "temi" bizantini della parte inferiore
della penisola.
I Franchi avevano portato in Italia il proprio sistema amministrativo, che
al posto del ducato (istituzione prettamente germanica) prevedeva un'unità
più piccola, la contea, e per le zone di confine l'importante e
prestigiosa "marca". Più grande della contea, doveva essere anche meglio
armata per difendere il regno da eventuali invasori. Poiché lo stato
pontificio era pur sempre territorio "straniero", i territori confinanti
con esso divennero marche: la Toscana, con capitale Lucca, e la marca di
Camerino, sottoposta però al Ducato di Spoleto, che come si è detto era
stato mantenuto tale dai Franchi, poiché il duca di allora si era
spontaneamente riconosciuto vassallo di Carlo Magno, evitando di
combattere.
Altra importante marca era il Friuli, che doveva essere adeguatamente
potente per arginare le invasioni da oriente (dov'era l'accesso più facile
all'Italia). Più tardi sarebbe stata fondata la marca d'Ivrea, in
considerazione della "estraneità" di Provenza e Borgogna, e come le altre
marche avrebbe avuto un ruolo di primo piano nella lotta per il potere in
Italia.

LA DISPUTA PER IL REGNO D'ITALIA
I più potenti signori d'Italia, al momento del disfacimento dell'Impero,
erano appunto il marchese del Friuli (Berengario), il duca di Spoleto
(Guido II), e il marchese di Toscana (Bonifacio). In assenza di
pretendenti al trono discendenti in linea maschile dai carolingi,
Berengario vantava diritti dinastici per linea femminile.
Sua madre era figlia di Ludovico il Pio, e ciò gli bastava per rivendicare
almeno il Regno d'Italia. Ma non era l'unico a vantare una successione per
linea femminile, e presto chiunque avesse avuto sangue carolingio nelle
vene si sarebbe fatto avanti con le proprie pretese.
Secondo l'uso germanico, i Re erano eletti da un'assemblea di grandi
feudatari: era quasi sempre una pura formalità, di solito il re uscente
designava il proprio successore, e se questi era un suo figlio legittimo,
non c'era motivo perché l'assemblea non lo riconoscesse.
La ratio che presiedeva a questi riconoscimenti era essenzialmente basata
sulla "qualità" del sangue. Le doti per essere "primus inter pares", ossia
"il migliore", il capo fra i capi, erano considerato ereditarie. Le donne,
pur non avendo ovviamente (per l'epoca!) le qualità per regnare, erano in
grado di trasmetterle ai propri figli.
Questa era anche la ragione per cui i figli bastardi non godevano degli
stessi diritti: concepiti con concubine di rango più basso, il loro sangue
ne usciva "annacquato". Se i pretendenti al trono erano dunque degli
illegittimi, l'assemblea preferiva riconoscere un discendente per linea
femminile. In assenza di questi, si procedeva all'elezione di nuovo capo,
che iniziava così una nuova stirpe
dinastica.
Arnolfo di Carinzia, un bastardo per l'appunto, si era autoproclamato re
di una nuova entità politica. Aveva l'appoggio dei duchi germanici, e non
ebbe problemi a farsi riconoscere da un'assemblea. Sapeva però che ambire
al titolo di Imperatore avrebbe comportato ben altra difficoltà: ci voleva
l'appoggio del Papa, e dietro a questo appoggio ci sarebbe dovuto essere
un diritto dinastico inoppugnabile.
Berengario stava molto meglio, sotto questo aspetto. Nel 888 si presentò a
Pavia, che era per tradizione longobarda la capitale del regno d'Italia, e
un'assemblea di conti e vescovi lo riconobbe Re d'Italia. Il problema di
Berengario era semmai di tipo geografico. Nel nord era titolare dell'unica
marca, gli altri feudatari contavano davvero poco. Lo stato della chiesa
lo separava da Spoleto, dove Guido II aveva medesime ambizioni, ed era
inoltre spalleggiato dal cognato Adalberto di Toscana. In pratica,
Berengario poteva esercitare il
potere limitatamente alla pianura padana, per lui era problematico anche
solo arrivare al Papa.
Guido di Spoleto aveva una nonna carolingia (figlia di Lotario I) e prima
di rivendicare il regno d'Italia fece un tentativo di farsi eleggere re di
Francia. Mentre si faceva incoronare a Langres, un altro pretendente,
Oddone, riusciva a farsi eleggere Re da un'altra assemblea. Per Guido
sarebbe stato impossibile restare in Francia a combattere contro il
rivale, con le scarse truppe di cui disponeva, e quindi tornò in Italia
deciso a scalzare Berengario. Lo batté in
battaglia e nel 889 fu riconosciuto Re a Pavia dalla solita assemblea.
A quanto pare fu lui a istituire la marca d'Ivrea, affidandola a un suo
vassallo, Anscario. Il suo rivale si ritirò a Verona, cuore dei proprii
possedimenti, ma non rinunciò al titolo che gli era stato riconosciuto
l'anno precedente. Del resto, la consacrazione vescovile non si poteva
cancellare facilmente. L'unzione che precedeva la deposizione della corona
era indelebile, secondo il diritto di quei
tempi. Solo una scomunica del Papa poteva revocare la sacralità di
quell'atto.
Perciò l'Italia aveva due re. I feudatari ne approfittarono per fare i
propri comodi, riconoscendo legittimo l'uno o l'altro dei due, a seconda
della convenienza.
Tornato a Spoleto, Guido non aveva di fatto potere sull'Italia del Nord.
Spinto dall'ambizione della moglie Ageltrude, una longobarda beneventana,
si mise allora in mente di diventare imperatore, e le sue pressioni sul
Papa erano così insistenti e minacciose - data la vicinanza fra Roma e
Spoleto - che il papato ritornò a invocare l'intervento di potenti re
stranieri (come ai tempi dei longobardi) per sottrarsi all'influenza
spoletina.

IL PAPATO DELLE FAZIONI
Nel 891 Guido riuscì a farsi incoronare imperatore da papa Stefano V e si
illuse di poter ridurre all'obbedienza Berengario. Ma nella sua roccaforte
il marchese del Friuli si sentiva abbastanza al sicuro per sfidare
l'autorità del presunto imperatore. Così Guido, l'anno seguente, associò
al trono il figlio Lamberto e partì per il nord deciso a eliminare
l'avversario.
L'associazione del figlio al trono era uno dei mezzi che all'epoca erano
usati per assicurare la successione, senza rischiare un mancato
riconoscimento dell'assemblea. In questo caso si trattava del titolo di
imperatore, e Guido aveva buoni motivi per temere che, dopo la propria
morte, a Lamberto non fosse riconosciuto. Inoltre, partendo per una guerra
al nord, temeva di lasciare incustodito sia il ducato di  Spoleto che lo
stato della chiesa. Il figlio avrebbe mantenuto il potere in sua assenza.
Stefano V era morto, e il nuovo papa era Formoso, già vescovo di Porto,
una figura controversa stimata da alcuni e odiata da altri. Costui mise di
malavoglia la corona in capo a Lamberto, ma tramò segretamente per
liberarsi dall'influenza spoletina, chiedendo l'intervento del re di
Germania, Arnolfo.
Nel 893 le truppe di Guido si scontrarono con quelle di Berengario, che
nel frattempo aveva pure chiesto l'aiuto di Arnolfo, ricevendone dei
rinforzi al comando di Sventiboldo, un figlio illegittimo del re
germanico. La guerra si concluse senza nulla di fatto, le truppe
germaniche si ritirarono (Sventiboldo era stato attaccato in Lotaringia da
Rodolfo di Borgogna) e Guido riuscì solo a strappare Brescia al dominio di
Berengario.
L'anno seguente, 894, è la chiave di tutti gli sviluppi successivi.
Arnolfo scese in Italia, entrò a Pavia e si fece riconoscere re d'Italia
dall'assemblea (la quale, evidentemente, non era in grado di opporsi a
nessuno che avesse un esercito accampato fuori città). Tuttavia Berengario
gli porse l'omaggio feudale, e in cambio ricevette da Arnolfo l'incarico
di governare l'Italia. Dopodiché il nuovo re (il terzo contemporaneamente)
tornò in Germania. In dicembre Guido II morì, e suo figlio Lamberto si
trovò quindi erede di un regno conteso da tre re. La sua vicinanza a Roma
e al papa era un vantaggio, ma Formoso non aveva nessuna intenzione di
essere arrendevole. Finché era
chiuso a nord dal marchese di Toscana, e a est dal duca/marchese di
Spoleto e Camerino, il papa si sentiva prigioniero. Qualsiasi soccorso si
aspettasse, doveva attraversare i passi appenninici che erano saldamente
in mano ai marchesi. Ma poiché era morto anche Adalberto, il nuovo
marchese di Toscana (il figlio Adalberto II) sembrava assai meno disposto
a servire la causa di Spoleto.
Costui aveva sposato l'intrigante Berta, figlia naturale di Lotario II e
vedova di Teobaldo di Provenza, fratello del re Bosone. Donna irrequieta e
astuta, Berta manovrò a suo piacimento il marito, facendogli cambiare
frequentemente schieramento. Dietro suo consiglio, Adalberto II si
riconobbe vassallo di Berengario e gli fece fare da padrino al figlio
Guido.
Così papa Formoso potè finalmente invitare Arnolfo a scendere a Roma,
promettendogli la corona imperiale, a condizione che lo liberasse
dall'influenza di Lamberto di Spoleto.
Arnolfo entrò in Roma nel 896 quasi indisturbato (la città era presidiata
dalla sola Ageltrude) e diventò imperatore, poi marciò verso Spoleto ma
durante la marcia fu colpito (pare) da un ictus e tornò in Germania, dove
peraltro gli Ungari stavano facendo le loro prime razzie.
Senza un protettore, Formoso rimase esposto alle ire di Lamberto, e morire
poco dopo non bastò a preservarlo dalla vendetta. Dopo il brevissimo
pontificato di Bonifacio VI, salì al soglio un nemico personale di
Formoso, Stefano VI, per espresso volere di Lamberto. Costui pretese che
le spoglie di Formoso fossero riesumate, e che il cadavere venisse
processato dal nuovo papa. Il quale scomunicò post mortem Formoso, ne
mutilò il cadavere, lo fece trascinare per le vie di Roma e gettare nel
Tevere. Quindi annullò tutti gli atti di
Formoso, anche e soprattutto l'incoronazione imperiale di Arnolfo.
Poco dopo la Basilica Lateranense crollò, e il popolo iniziò a credere che
fosse un segno di Dio. La folla inferocita catturò Stefano VI, che venne
imprigionato e in seguito strangolato. Nacque fra i romani una fazione
formosiana, favorevole a un imperatore lontano da Roma, in
contrapposizione alla fazione spoletina, che invece aveva di che
guadagnare dalla vicinanza di Lamberto. Dopo un altro brevissimo
pontificato (papa Romano) i formosiani prevalsero e nominarono Teodoro II.
Costui annullò tutti gli atti di Stefano VI e confermò quelli di Formoso.
D'ora in avanti le fazioni della nobiltà romana (che per tradizione
eleggeva il papa) si scontreranno fra loro per affermare i propri
interessi. Chi eleggeva il papa controllava i feudatari, attraverso la
forza dell'imperatore, riconosciuto dal papa stesso.
898. La fazione spoletina elesse Sergio, vescovo di Cerveteri, ma prima
dell'investitura una rivolta dei formosiani lo costrinse a fuggire da
Roma. Al suo posto venne nominato Giovanni IX, che riabilitò Formoso e ne
confermò ancora tutti gli atti. Arnolfo era dunque un imperatore
legittimo, così Lamberto si fece incoronare una seconda volta, per maggior
sicurezza..
Ora l'Italia aveva tre re, e l'impero due imperatori. Naturalmente
nessuno, nell'Europa occidentale ex carolingia, dava il minimo credito a
quei titoli così generosamente distribuiti. Meno che mai erano disposti a
riconoscerli gli imperatori bizantini, che si ritenevano gli unici
depositari del titolo imperiale. Nemmeno ai tempi di Carlo Magno erano
stati disposti a riconoscere l'esistenza di un Impero occidentale
legittimamente discendente da quello romano. I loro
ambasciatori avevano fatto ricorso a tutte le proverbiali sottigliezze di
Bisanzio pur di non attribuire pari rango imperiale ai carolingi quando
erano all'apice della loro potenza. Figuriamoci a un "imperatore" che
controllava solo la fascia centrale dell'Italia.
L'autorità di Lamberto non varcava gli Appennini, e né Adalberto II né
Berengario si sentivano sottoposti all' imperatore spoletino. Il quale
sarebbe morto in quello stesso anno, ufficialmente per una caduta da
cavallo durante la caccia, ma forse assassinato: qualcuno insinuò che
c'era lo zampino di Berta di Toscana, altri che si trattava di una
vendetta privata.
Fatto sta che ora il ducato di Spoleto era alla mercé degli altri
feudatari, in quanto Lamberto non lasciava eredi. Berengario ritornava in
sella, dopo 10 anni, e con magnanimità confermò ad Ageltrude il possesso
dei beni a lei donati da marito e figlio. La marca di Camerino fu
affidata a un certo Alberico, pare per servizi resi ad Adalberto II.
L'anno successivo, mentre Arnolfo moriva in Germania, lasciando erede un
fanciullo, Berengario poteva ben dirsi padrone d'Italia. Ma aveva fatto i
conti senza la nobiltà romana.


(1 - continua)

Piero Fiorili