Il ciclo
sul Significato storico del Medioevo (vedi testo di Guardrail-(*)) possiede un'evidente impostazione religiosa, che
sonda profondamente le relazioni tra il cristianesimo e la società europea, ma tende
inevitabilmente a minimizzare, se non ad ignorare, le altre forze che si
agitavano nei secoli XIV e XV, forze alle quali si deve maggiormente la crisi e
quindi la fine del periodo che chiamiamo medievale. Un'ottima visione laicista
di quelle dinamiche, a complemento più che in contrapposizione a quella
religiosa già vista, ci è data da Giuseppe Galasso nella sua Storia d'Europa,
da cui estraggo e riassumo alcuni capitoli.
LA
"CRISI GENERALE" DEL SECOLO XIV
Nel secolo
XIV si ebbero in Europa alcuni profondi rivolgimenti del quadro di generale
sviluppo e trasformazione che vi durava ormai da tre o quattro secoli. Una
grande crisi economica e sociale investì il continente. La lunga fase di
espansione demografica si arrestò. Una serie di carestie e di epidemie
(centrale e devastante fu in particolare la "peste nera" del 1348)
produsse, anzi, una forte riduzione della popolazione.
Innumerevoli
villaggi e centri minori furono abbandonati. La miseria delle zone rurali
spinse a un relativamente forte inurbamento. Sia l'agricoltura che le più
ricche e sviluppate manifatture dell'epoca, ossia quelle tessili, declinarono
gravemente.
Caddero la
produzione e i consumi, mentre si calcola che un terzo degli europei siano
stati sterminati da questi negativi andamenti. I rapporti sociali si tesero al
massimo e rivolte urbane e rurali agitarono la scena di tutti i paesi: da
quelle parigine del 1357, con cui si intrecciò quella rurale della jacquerie
del 1358, a quelle inglesi del 1381, da quelle fiamminghe del 1337 e del 1379 a
quella fiorentina dei "Ciompi" del 1378 e a quelle in Boemia, in
Spagna, in Germania. Proprio l'estensione e la profondità della crisi
provarono, tuttavia, la robustezza ormai caratterizzante dell'edificio europeo
costruito nel precedente lungo periodo di floridezza.
Nulla di
simile accadde (come è stato giustamente osservato) a quanto aveva
caratterizzato la lunga crisi del mondo romano tra la fine dell'Impero in
Occidente e la punta più acuta della depressione del secolo VII, quando
l'intero patrimonio materiale e culturale del mondo greco-romano era stato
intaccato in misura talmente estesa e profonda da dar luogo alla eclisse di
un'intera civiltà.
Innanzitutto,
la crisi del secolo XIV fu di durata di gran lunga minore: a metà del secolo XV
già si avvertono segni cospicui di una ripresa in pieno corso. Egualmente
minore fu la sua incidenza sulle radici del sistema. Ai processi di
destrutturazione che per più di un secolo caratterizzarono la geografia umana e
produttiva soprattutto delle campagne si accompagnarono, spesso simultanei e
reciprocamente intrecciati fra loro, processi non meno rilevanti di
riconversione e di ristrutturazione economica e sociale.
Malgrado i vuoti spaventosi provocati dalle
epidemie, fu evidente che neppure allora era giunto il tempo dell'Apocalisse e
che ci si trovava di fronte a calamità e traversie terribili, ma non di fronte
a una catastrofe dissolutrice. Interessante e importante è la questione della
genesi della crisi. Come per quella della fine del mondo greco-romano, si sono
ricordati, da un canto, il ricorrere di crisi di analoga gravità su scala
emisferica, cioè per tutto lo spazio euro-afro-asiatico, se non addirittura
mondiale; e, dall'altro, il sopravvenire di fattori climatici avversi, come un
forte irrigidimento nelle zone settentrionali e un notevole inaridimento in
quelle tropicali.
Anche se
queste connessioni emisferiche vi fossero, non sembra, però, il caso di perdere
di vista la specificità europea del fenomeno, mentre, per quanto riguarda la
supposta influenza del clima, egualmente non sembra il caso di considerare
determinanti oltre il dovuto fattori troppo lontani dalla logica interna della
vita sociale.
E in
questa logica interna il fattore da privilegiare per individuare almeno i fili
principali della genesi della crisi appaiono plausibilmente il rapporto fra
popolazione, lavoro e risorse, da un lato, e la velocità di circolazione dei
beni e dei capitali, dall'altro. Ed è un fatto che la popolazione e la
produzione di varie città e paesi, dopo aver toccato tra secolo XIII e secolo
XIV il loro massimo livello, non lo abbiano riattinto in molti casi che tre,
quattro o addirittura cinque secoli dopo. Ragion per cui non si andrebbe
neppure lontani dal vero, se si ritenesse che la crisi del secolo XIV sia stata
una crisi di tipo nuovo, una crisi di tipo "moderno", inscritta nel
corso complessivo del gigantesco processo di sviluppo, di cui la
"rivoluzione" urbana e commerciale aveva segnato (come si è detto) la
prima fase e la depressione segnò un
profondo riorientamento. Nel complesso, infatti, iniziò allora un vero e
proprio processo di riarticolazione economica, sociale e politica.
Alla fine
in tutta l'Europa occidentale i poteri sovrani risultarono rafforzati e sia le
borghesie emergenti che i ceti feudali si trovarono a doverne fare più conto di
prima per sostenere le loro posizioni, mentre in zone periferiche (come, ad
esempio, il Mezzogiorno d'Italia) e nei paesi centro-orientali furono le
monarchie a trovarsi esposte a un forte processo di destabilizzazione e di
indebolimento.
La
condizione dei contadini migliorò, come si è detto, almeno nell'Europa
occidentale, rendendovi marginale lo status di "servo della gleba",
che continuò, invece, a caratterizzare le campagne dell'Europa orientale. Non
altrettanto migliorò la condizione dei ceti popolari urbani, anche perché le
città non furono toccate dalla crisi demografica nello stesso modo delle
campagne. In ogni caso, però, sia nelle campagne che nelle città la crisi
accentuò le distanze sociali; e già i contemporanei notavano che, grazie ad
essa, i ricchi diventavano più ricchi e i poveri più poveri.
LA GUERRA DEI CENTO ANNI
Il rafforzamento dei poteri sovrani si espresse anche nella intensa attività bellica che le corone poterono allora promuovere, mobilitando grandi risorse in paesi a volte stremati dalla crisi economica e demografica e ricevendo consenso e appoggio dall'aristocrazia feudale nella misura in cui questa poté, a sua volta, vedere nella guerra la possibilità di sfuggire alle strette delle difficoltà del periodo.
Lungo e
travaglioso fu, in particolare, il conflitto che, nella cosiddetta "guerra
dei Cento Anni" (in realtà, in più periodi, dal 1337 al 1453), oppose
Francia e Inghilterra. Esso segnò, fra l'altro, la grande novità della forza
vittoriosa (Crécy, 1346; Poitiers, 1356; Azincourt, 1415) delle fanterie
(inglesi) contro la cavalleria feudale (francese), fino ad allora, e da molti
secoli, regina delle battaglie (**)
novità già emersa nelle sconfitte francesi contro le città fiamminghe
(Courtrai, 1302) e confermata, poi, in quelle già ricordate degli Asburgo
(Sempach e Naefels) contro gli Svizzeri.
A metà del
conflitto l'Inghilterra era in fortissimo vantaggio, essendosi impadronita di Parigi,
Orléans, Reims e Troyes, e possedendo il Sud-Ovest con Bordeaux. La monarchia
francese apparve allora in grande pericolo. Nel 1326 alla dinastia dei
Capetingi era subentrata quella dei Valois. Questi - come a suo luogo si è
detto - spostarono l'asse della politica regia nel senso di una maggiore
apertura all'influenza feudale e offrirono il destro anche a una ripresa delle
spinte semi-indipendentistiche dei grandi feudi della Corona, ora assegnati ai
cadetti del sovrano regnante.
Alla fine
del secolo XIV ciò aveva portato a una dura contrapposizione tra il partito
degli Armagnac e quello dei Borgognoni, espressione di una divisione in seno
alla Casa reale (tra i rami, rispettivamente, degli Orléans e dei duchi di
Borgogna) e ragione di ulteriore indebolimento della posizione francese. Ciò
non tolse che la dinastia regnante rafforzasse il suo radicamento nel paese
come campione della causa "nazionale" (che gli Armagnac finirono con
l'appoggiare) contro avversari che, malgrado i grandi possessi in Francia,
erano pur sempre i sovrani di altri paesi.
La
riscossa francese, quando nel 1420 alla monarchia non restavano che i territori
a sud della Loira, provenne, comunque, in gran parte anche dalle reazioni che a
livello popolare e borghese furono sollevate dal lungo conflitto e dalle
relative complicazioni. La già ricordata rivolta contadina della jacquerie e
quella della borghesia cittadina parigina che nel 1358 portò al potere il
mercante Étienne Marcel espressero tempestivamente il disagio di gran parte del
paese.
Disagio
che ebbe una traduzione politica determinante ai fini del grande conflitto solo
quando dal cuore delle campagne francesi, tra Champagne e Lorena, emerse nel
1428-1429 l'imprevedibile figura di una contadina giovinetta, Giovanna d'Arco,
che si diceva ispirata da "voci celesti" a mettersi all'opera per
salvare la Francia dall'occupazione inglese. Le sorti della guerra volsero
allora nettamente a favore dei Francesi, e tali si mantennero anche dopo che
Giovanna fu catturata dai Borgognoni, processata come strega e condannata al
rogo dagli Inglesi ai quali era tata consegnata.
Questi
ultimi furono, alla fine, cacciati dall'intero territorio francese, tranne
Calais, che mantennero fino al 1559. Nessun trattato di pace pose, peraltro,
fine alla guerra. Il sovrano inglese continuò a intitolarsi, nei suoi atti, re
di Francia e d'Inghilterra, sicché il casus belli rimaneva pur sempre
sull'orizzonte dei due paesi.
Conclusione
singolare - è da dire - di una lotta secolare altrettanto singolare, nella quale
non si erano confrontate soltanto due dinastie e non si era agitata soltanto
una questione tipica dell'Europa feudale. Furono, di fatto, allora di fronte
anche due modelli di Stato, due possibili tipi di sviluppo civile, con i loro
interessi e i loro orientamenti politici. Un punto fondamentale del conflitto
era stato il controllo delle Fiandre, al quale si mirava da parte francese, e
da tempo, per ragioni essenzialmente strategiche e di grande politica. Qualora,
però, queste aspirazioni fossero state soddisfatte, sia l'importazione delle
lane inglesi nelle Fiandre che le manifatture laniere fiamminghe avrebbero
potuto risentirne, dati gli interessi francesi nel settore, in maniera letale,
con conseguenze gravissime per i due paesi.
È
sintomatico che, a parte lo scioglimento del nodo anglo-francese, un risultato
duraturo della guerra secolare sia stata la formazione del dominio borgognone
sulle frontiere francesi a settentrione e a oriente, al quale abbiamo già più
volte accennato. Originato dall'investitura a duca di Borgogna di Filippo
l'Ardito, quarto figlio del re di Francia Giovanni II, nel 1363, esso era stato
progressivamente ingrandito e nel 1384 comprese, per via matrimoniale, le
Fiandre, l'Artois e la Franca Contea (che affiancava il Ducato di Borgogna).
La guerra
dei Cento Anni vide questo ramo cadetto della dinastia francese per lo più
alleato con l'Inghilterra: certo per calcoli e in modi proprii della tradizione
diuna monarchia feudale, ma anche perché l'interesse delle Fiandre, di cui i
duchi di Borgogna erano signori, spingeva fortemente in questa direzione.
L'opposizione sopra ricordata tra Borgognoni e Armagnac nella seconda metà
della grande guerra fu, quindi, anch'essa qualcosa di più di un consueto
scontro dinastico.
Per quanto
lo riguardava, il duca di Borgogna Filippo il Buono concluse poi la guerra ben
prima dei suoi alleati inglesi, stipulando nel 1435 con Carlo VII di Francia la
pace di Arras, con la quale non solo ottenne le Contee di Macon e d'Auxerre, le
città della Valle della Somme (San Quintino, Amiens, Abbeville), il Ponthieu e
Boulogne-sur-Mer, ma soprattutto si fece dispensare dal prestare al re di
Francia l'omaggio feudale dovuto per le Fiandre francesi.
Queste
ultime furono, quindi, autonomamente riunite alle Fiandre imperiali, segnando
un passo decisivo sulla via di una garanzia sostanziale degli interessi
economici fiamminghi, oltre che di quella vera e propria ricostruzione della
vecchia Lotaringia che a Filippo l'Ardito riuscì di attuare, riunendo nelle sue
mani - con Borgogna, Franca Contea, Fiandre e Artois - anche Brabante, Frisia,
Olanda, Zelanda, Hainaut, Lussemburgo e Liegi: un complesso che ne faceva il
principe forse più potente, allora, dell'Europa occidentale. Gran parte di
questo grande dominio sarebbe poi andata dispersa, ma il nucleo
belga-olandese-lussemburghese avrebbe finito col conservare nel tempo, come si
sa, la sua indipendenza. Il dominio borgognone nella sua massima estensione
rappresentava, invero, soltanto una semplice riunione di province e di popolazioni
sotto uno stesso sovrano, come in tanti casi era accaduto prima e sarebbe
accaduto poi nella storia dinastica e politica d'Europa.
Proprio la
coagulazione di questo periodo dimostrò, tuttavia, che almeno il nucleo
belga-olandese-lussemburghese presentava la già ricordata omogeneità civile e
culturale e una solidarietà di interessi, che radicava le sue vicende
dinastiche in un terreno ben più solido. La formazione del dominio borgognone
di Filippo l'Ardito è potuta perciò apparire, non senza ragione, come
l'apertura di quella questione dei Paesi Bassi, intorno alla quale, prima che
venisse sciolta nel secolo XIX, furono annodati tanti fili della storia
europea, fungendo essa quasi da indicatore di pressione nei rapporti fra le
grandi potenze d'Europa.
FINE DEL MEDIOEVO – LA NASCITA DELLO STATO
MODERNO
CONSEGUENZE
DELLA GUERRA IN INGHILTERRA E IN FRANCIA
Quanto
all'Inghilterra, la guerra fu una tappa decisiva nel suo sviluppo nazionale. Lo
scioglimento del nodo che la legava alla Francia sul piano dinastico e feudale
fu per il paese un evento liberatorio.
La stessa
dinastia, alla cui corte fin dai tempi della conquista normanna si parlava il
francese, che tanta traccia di sé ha lasciato nel lessico inglese, già durante
la guerra sollecitò, fra l'altro, l'uso della lingua locale, favorendo così un
più deciso avvio della letteratura nazionale.
Prima
della guerra, inoltre, durante il lungo regno di Eduardo I (1272-1307) il
regime parlamentare venne ulteriormente definito tra il 1295 e il 1297, con il
cosiddetto Model Parliament, il parlamento-modello, che ribadì, con la garanzia
dei diritti civili fondamentali, la competenza nell'approvazione di tasse e
dazi sulla falsariga di norme già adottate nel 1265 e ampliò le facoltà dello
stesso Parlamento, stabilendone l'iniziativa legislativa sotto forma di
petizioni che dovevano essere sanzionate dal re.
La
convocazione del Parlamento avveniva ancora in maniere e tempi variabili; ma a
partire dal regno di Eduardo III (1327-1377), col quale la guerra dei Cento Anni
ebbe inizio, la convocazione tese a diventare più regolare e si avviò la
distinzione tra la Camera dei Lords (o dei Pari, la Camera Alta, composta da
nobili ed ecclesiastici), e quella dei Comuni (la Camera Bassa, composta dai
rappresentanti dei cittadini "comuni"). Sotto lo stesso Eduardo III
si ebbe nel 1327 l'istituzione dei giudici di pace, estratti dalla gentry
(ossia dalla piccola nobiltà), che affiancarono i tradizionali funzionari regi
delle contee, gli sceriffi, nei loro compiti giudiziari e di polizia; e venne
avviato così lo sviluppo del self-government, ossia dell'autogoverno locale, e
quindi dell'autonomia amministrativa, che divenne tipica dell'ordinamento
inglese.
Certo, la
monarchia conservava la sua netta preminenza e la corte del re continuava a
costituire il fulcro del governo e della politica del paese, con la sua
cancelleria e il suo Scacchiere (come era denominato l'erario dello Stato). Il Parlamento si configurò a lungo più
come un'integrazione di questa struttura regia che come un suo contraltare.
La lunga
guerra e la sconfitta disastrosa con cui essa si concluse indebolirono, però,
la dinastia. Già provata dal rilievo dato dalle lunghe vicende belliche ai
rapporti tra Corona e Parlamento, essa fu ulteriormente scossa da una serie di
contese familiari favorite dal malcontento della nobiltà, rimasta senza le
occupazioni della guerra e senza i beni e i vantaggi perduti in Francia. La
"guerra delle Due Rose" (quella bianca degli York e quella rossa dei
Lancaster, rami gli uni e gli altri della dinastia dei Plantageneti) si
concluse con la vittoria, alla fine, nel 1485, dei Tudor, famiglia di origine
gallese dalle fortunose e fortunate vicende matrimoniali, che raccolse per
questa via l'eredità dei Lancaster e ne fu appoggiata; e sotto di essa riprese
forza, alla fine, il potere regio.
Problemi
non minori dové affrontare, a guerra conclusa, la monarchia francese.
Essa
recuperava i domini] inglesi in Francia e ristabiliva l'unità formatasi sotto
gli ultimi Capetingi. Si ritrovava, però, con la nuova grande potenza
borgognona a nord e a est, che, a sua volta, come già i sovrani inglesi, era
titolare di grandi domini] dipendenti dalla Corona francese. Lo sviluppo del
centralismo regio, che aveva fatto registrare fino a Filippo il Bello un così
forte incremento, si era sostanzialmente arrestato durante la guerra e alla
fine di essa il controllo diretto del territorio da parte del sovrano appariva
ridotto rispetto a un secolo prima.
In luogo
delle vecchie famiglie feudali piegate e scalzate nel secolo XIII fioriva ora
una grande feudalità che, in quanto formata da principi del sangue, e quindi da
rami cadetti della casa reale, non si considerava inferiore al ramo regnante,
né tenuta verso di esso a una dipendenza così formale come quella feudale
dell'omaggio ligio, mentre anche i signori che non erano principi del sangue,
come i conti di Foix, gli Albret in Navarra, i duchi di Bretagna, avevano di
molto allentato la loro formale soggezione a Parigi.
La stessa
percezione delle imposte regie appariva in tutto o in parte caduta nelle mani
di questa nuova feudalità. Nell'ultima parte del suo regno Carlo VII
(1422-1461) poté già delineare, tuttavia, un'azione di forte ristabilimento
dell'autorità regia, che segna la premessa immediata del posteriore assolutismo
francese.
Il re
vittorioso della guerra dei Cento Anni la iniziò prima ancora che questa si
concludesse: con la Prammatica Sanzione di Bourges (1438), che accolse le
riforme del concilio di Basilea (1438), tra cui quelle sulla fiscalità della Curia
romana, e, limitando l'autorità pontificia sull'episcopato francese e
permettendo al re di interferire nelle nomine ecclesiastiche, pose le basi del
gallicanismo e di una Chiesa nazionale; con una riorganizzazione e un relativo
decentramento della amministrazione regia (nuove Cours des Aides a Montpellier
e a Rouen, nuovi Parlamenti - denominazione delle corti giudiziarie – a Tolosa,
Bordeaux e Grenoble); con uno sforzo di riforma delle finanze per ottenere
regolarità e certezza nella esazione delle imposte; con una stabilizzazione
della moneta; con una riforma militare volta sia alla formazione di un esercito
permanente, sia a tener conto delle novità belliche emerse fino ad allora, che
riducevano fortemente il monopolio tattico della cavalleria pesante di
tradizione feudale; e, infine, con una politica di favore e di appoggio alle
città.
Questa
notevole azione, svoltasi in particolare a partire dal 1444-1445, qualifica
l'ultima parte del lungo regno di Carlo VII come un periodo fondamentale nella
vicenda del potere monarchico in Francia.
Anche se
da questo punto di vista l'attenzione viene solitamente richiamata di più sul
figlio e successore Luigi XI (1461-1483), questi non fece, in effetti, che
proseguire l'azione patema, dopo di avere in gioventù procurato gravi
difficoltà al padre, al quale non aveva esitato a ribellarsi.
Dal padre,
peraltro, egli ereditava la gravità del problema costituito dal rapporto,
divenuto nuovamente precario, fra il re e i grandi baroni del Regno, che già
nel 1464-1465 si strinsero in una Lega del Pubblico Bene, rivolta apertamente
contro la monarchia, e proseguirono la loro ostilità negli anni seguenti. Luigi
XI ne venne, però, a capo, sia pure avvalendosi di circostanze fortunate e
imprevedibili.
Se il
padre aveva recuperato i dominii inglesi in Francia, a lui toccò di recuperare,
da un lato, la Borgogna e le città della Somme e, dall'altro, l'Angiò, il Maine
e la Provenza, nonché i feudi degli Armagnac e degli Alençon nel Sud-ovest del
paese. Alla fine del suo regno la fase travagliata della monarchia francese,
iniziata già prima della guerra dei Cento Anni, appariva chiusa e, riparate le
gravi conseguenze della politica di concessione di grandi feudi a principi del
sangue, il dominio regio coincideva, salvo poche eccezioni (Bretagna,
appannaggio dei duchi di Borbone), con l'estensione del Regno. Eguali progressi
furono realizzati nell'amministrazione regia, nell'affermazione anche teorica
del potere del re, nell'adeguamento delle forze più attive del paese alla
centralità assunta dalla monarchia.
Piero F.
N.d.R.
(*)
vedi newsgroup free.it.storia.medioevo
(**)
Anche grazie all’utilizzo dell’arco lungo paragonabile all’avvento della
mitragliatrice in tempi + moderni