(segue dalla parte I il testo di Eileen Power):

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L'amour courtois che compendia la filosofia della vita di questa società
raffinata, si è formato ed è stato elevato a sistema in Provenza. Nel corso
dell'ultima metà del XII secolo i trovatori del sud della Francia produssero
liriche di grande bellezza nelle quali sviluppavano l'idea dell'amore cortese.
Nel corso di una stagione breve e brillante la nuova lirica e l'ideale che in
essa prendeva corpo si diffusero per tutta l'Europa occidentale. Nei luoghi
dove arrivò ispirò la poesia: trovadori e trovieri in Francia, Minnesinger in
Germania e i poeti del dolce stil novo in Italia; e dovunque ricevette calde
accoglienze in quelle corti eleganti . I suoi centri furono molte piccole e
brillanti corti feudali: Champagne, Blois, Fiandre, Bretagna, Borgogna, la
corte di Enrico II d'Inghilterra e di suo figlio, il "giovane" re Enrico e di
Riccardo Cuor di Leone, di Luigi VII di Francia, di Federico Barbarossa e di
Pietro II d'Aragona. Parte attiva nel diffondere questa nuova moda l'ebbero
alcune grandi dame, che accolsero i trovatori diventando esse stesse esponenti
celebrate nell'arte dell'amore cortese. Le gran dame erano le maggiori
beneficiarie e, al tempo stesso, la miglior clientela della letteratura e
dell'arte ispirate all'amore cortese. I romans d'aventure del XIII secolo, che
lo incarnavano, erano evidentemente scritti per compiacere un pubblico
femminile, cosi come le chansons des gestes erano scritte per compiacere un
pubblico maschile.
L'amore cortese, così come era concepito in questa società, aveva alcune
caratteristiche ben individuate. Innanzitutto lo si considerava impossibile
tra marito e moglie. "Il matrimonio non è una scusa per non amare" è la prima
delle regole d'amore. Esso era basato sul convincimento che l'affetto che lega
le persone sposate -- pur reale e apprezzabile -- non ha niente in comune con
il sentimento d'amore, che può, e persino, talora, deve, essere cercato fuori
dal matrimonio. Peraltro è sufficiente rifarsi al.le condizioni che
presiedevano i matrimoni feudali per spiegare questo dogma che può suonare
addirittura perverso alle orecchie moderne. Era nell'essenza dell'amore
cortese l'essere una cosa liberamente cercata e liberamente data: non poteva
essere cercato nel matrimonio feudale che, tanto spesso, era solo un accordo
tra genitori che legavano tra loro i propri figli nell'interesse della terra.
I feudi si sposavano: uomini e donne amavano. La donna adorata era sempre una
moglie, ma spesso la moglie di un altro: era una delle regole del gioco.
Questa particolare concezione dell'amore aveva un'altra caratteristica. In
esso la donna aveva una posizione di superiorità nei confronti dell'amante,
altrettanto incontestata quanto la posizione di inferiorità della moglie nei
confronti del marito. L'amore era, per così dire, feudalizzato: l'amante
serviva la sua donna con l'umiltà con cui il vassallo serviva il suo signore.
Doveva mantenere segreta agli occhi del mondo la sua identità, nascondendola
sotto nomi fittizi quando la celebrava nelle sue canzoni. Non solo doveva
comportarsi con estrema umiltà davanti a lei, dimostrando una infinita
pazienza nelle prove a cui i suoi capricci e i suoi sdegni potevano (secondo
ogni regola) sottoporlo, ma doveva anche far di tutto, sempre, per essere
degno di lei, coltivando tutte le virtù cavalleresche. Per questo, altro
assioma della teoria era che ogni qualità mirabile avesse la sua radice
nell'amore.
L'idea che solo con l'amore l'uomo potesse diventare nobile o virtuoso ispira
tutta la poesia trobadorica. Ma l'eccellenza morale non era la sola virtù che
si fondava sull'amore; l'amore era anche la radice della perfezione
letteraria. L'amante doveva cantare così come sospirava, e amore e poesia
erano termini praticamente interscambiabili: infatti il codice in cui erano
accolti i principi della grammatica e della metrica provenzale, nel XIV secolo
era intitolato le Leggi d'amore.
La stretta connessione tra virtù sociali e amore, e l'alta posizione assegnata
alla donna come fonte della loro ispirazione sono pienamente riflesse sia
nella concezione che nella pratica dell'amour courtois. Spesso l'amore era
puramente platonico, nel senso che si dà comunemente a questo termine, ed
aveva di fatto molto in comune con la vera concezione platonica dell'amore in
quanto faceva dell'amore la sorgente di infinite possibilità spirituali.
Questa concezione dell'amor platonico è ben dimostrata dagli scrittori
italiani, da Petrarca e soprattutto da Dante che lo ha innalzato ad altezza
trascendentale. D'altra parte, se aveva molto in comune con il platonismo
aveva anche molto in comune con la scolastica, e particolarmente con lo
scolasticismo giuridico. Esso era essenzialmente artificiale, précieux, più di
testa che di cuore, con regole rigide, convenzioni elaborate, un vero e
proprio corredo di regole normative. Un simile formalismo di amore era
debitore in parte ad Ovidio ed in parte al gusto universale della disputa:
come gli scolastici conducevano i loro dibattiti nelle scuole, così poeti e
dame dibattevano nelle corti. Venivano elaborati intricati problemi che
dovevano essere risolti: le soluzioni di Maria di Champagne e di altre gran
dame erano diffuse da ogni parte. Cosi, poco per volta, si andava producendo
un arduo codice dell'arte d'amare e se ne formulavano le regole. Una volta
codificate, le regole d'amore sarebbero rimaste in vigore anche molto tempo
dopo la scomparsa dello spirito eletto che aveva dato loro vita.
È ovvio che una teoria che considerava l'omaggio alla donna assai prossimo a
quello dovuto a Dio e la riteneva la principale ispiratrice di ogni azione
gloriosa, una creatura per metà sentimentale e per metà divina, non poteva non
produrre effetti che contrastassero la prevalente dottrina della inferiorità
femminile. Era iniziato il processo che poneva la donna su un piedestallo e,
comunque si possa pensare del valore ultimo di simile elevazione, certo era
meglio che sprofondarla, come erano stati inclini a fare i primi padri della
chiesa, nel più profondo degli abissi.

È facile tuttavia supporre di dover estendere la portata dell'operazione
compiuta dalla cavalleria medioevale per innalzare l'effettiva posizione delle
donne a tutta la società medioevale. L'esaltazione della donna era l'ideale
esclusivo di una piccola casta aristocratica; chi era estraneo a questa casta
non aveva alcuna parte nel lavoro di perfezionamento degli ideali cortesi.
Questi non erano professati dagli uomini delle altre classi, né si applicavano
necessariamente alle donne delle altre classi. Il cavaliere era il campione di
Dio e delle dame, e la gran maggioranza delle donne che dame non erano restava
senza campione. Ma anche nelle classi in cui lo si proclamava questo spesso
non era altro che una vernice, un sottile strato che copriva e nascondeva un
ben diverso modo di comportarsi. È probabile che le idee cavalleresche abbiano
avuto maggior influenza su uomini e donne delle età più tarde di quanto non ne
abbiano avuto sulla vita medioevale.
Lo stesso amore cortese ebbe, in letteratura, una parte più grande di quella
avuta mai nella vita reale. Nella realtà delle cose era ad un tempo troppo
spirituale e troppo artificiale per entrare a far parte delle abitudini
quotidiane. Il suo obiettivo era troppo elevato, sicché esso attraversava solo
per un momento e solo in un singolo punto il vasto bersaglio degli affari
umani; di norma il mondo dei sensi non era toccato da esso. Anche nei circoli
raffinati, tra i quali soltanto esso spirava, l'amour courtois visse solo una
breve stagione. Ebbe invece un effetto civilizzatore sulle maniere, ma la
sensualità di fondo si intravvede abbastanza chiaramente sotto lo splendore di
superficie in molti testi del XIII secolo che si occupano del comportamento
delle dame ispirati all'Ars amatoria di Ovidio, duramente condannati da
Cristina di Pisan. Insomma: l'amore cortese lasciò assai poco, quel che ne
rimase fu il corteggiamento amoroso, cioè una cosa ben differente. Tanto più
che questa frivolezza raffinata ebbe il suo rovescio nello stimolare a una
violenza ancora più decisa gli attacchi tradizionali contro le donne.

Il declino dell'amour courtois può essere meglio apprezzato mettendo a
confronto le due parti del Romanzo della Rosa. In questa complessa allegoria
dell'inseguimento amoroso, forse il più celebre e autorevole poema del
medioevo, la prima parte è stata scritta da Guillaume de Lorris, prima del
1240, e conserva molto del vecchio spirito, mentre la seconda, portata a
termine da Chopinel de Meun nel 1280 è un attacco brillante e brutale contro
tutto il sesso femminile. Ma così enciclopedico era l'ambito del poema, cosi
audaci le speculazioni e incantevole la poeticità che esso raggiunse in breve
una popolarità che ha superato i confini del medioevo.
Dopo di allora il coro della letteratura antifemminista risuona più vigoroso
che mai, e la nota cortese è soffocata da altre voci, soprattutto borghesi.
Questa nota borghese si sente per la prima volta abbastanza chiaramente in
quegli aneddoti popolari in rima che i francesi chiamano fablieaux, tra cui
non ce n'è praticamente nessuno che non tratti della furberia o dei vizi delle
donne. Le vecchie sono tutte streghe malvage, tutte le mogli tradiscono i
mariti, le ragazze o sono civette pettegole o sono pazze. Ma non si deve
attribuire troppa importanza a questa immagine eccessivamente ostile delle
donne tratteggiata nei fablieaux. In tutti i paesi e in tutti i tempi è
esistito un fondo aneddotico che ha per soggetto la perfidia delle donne. Da
questo punto di vista i fablieaux sono medioevali solo nella forma. Le storie
raccontate sono spesso precedenti al medioevo e alcune tra le più popolari
sono di derivazione orientale o prese dalle vite dei padri della chiesa:
Alcuni sono anche dei contes gras, che hanno solo l'intenzione di divertire e
di cui non si deve esagerare il significato sociale. Ma anche se si
considerano tutti questi fattori, il rancore e il disprezzo violento verso le
donne che in essi si esprime sono quanto meno un esempio di quello che
divertiva la giovane società borghese.

Gli attacchi presero anche altre forme, non così divertenti come nei
fablieaux, ma apertamente polemici. Furono poemi didascalici che dettagliavano
i vizi delle donne: blastanges des fames, epystles des fames, blasones des
fames, che si risolvevano in una sorta di sterile gioco di invettive volgari.
Talvolta si tratta di allegorie, come quelle del racconto di Chicheface, il
mitico mostro che poteva nutrirsi solo di donne ubbidienti ai loro mariti e
che, naturalmente, era rimasto digiuno per 200 anni. Una delle trovate
preferite è quella di celebrare le donne con tutte le virtù di cui si ritiene
popolarmente che esse siano maggiormente prive e di contraddire nell'ultimo
verso di ogni strofa la celebrazione:

Perché se tu dici a una donna i tuoi segreti e lei li ascolta
attentamente andrebbe piuttosto all'inferno pur di non confidarli
al vicino: cuius contrarium verum est.

Un altro accorgimento consiste nell'elencare tutte le donne della bibbia o
dell'antichità, da Eva in poi, che hanno portato fuori strada gli uomini: di
tal fatta era il libro delle "donne cattive" che il quinto marito della Donna
di Bath si ostinava a leggerle tutte le sere. Il matrimonio non era mai
condannato, ma finiva coll'essere disprezzato nei poco entusiastici encomi
degli scritti e nei sermoni dei grandi uomini di chiesa, da (forse) Gregorio
Magno, a Ugo di san Vittore e allo stesso san Tomaso d'Aquino. Il posto che la
chiesa assegna al matrimonio nella scala delle condizioni umane è ben definito
dal più prudente tra i moralisti medioevali, Alberto magno: "La continenza nel
matrimonio è una cosa buona, ma è più eccellente nella vedovanza e
assolutamente eccellente nella verginità". Per parte sua la letteratura
medioevale abbonda di trattati contro il matrimonio, come il Miroir de mariage
di Deschamps e le Quinzejoies de mariage, attribuito ad Antonio de la Sale. In
particolare ci fu una serie di feroci satire dell'amore cortese, come quelle
che si incontrano talora negli ultimi Minnesinger tedeschi, nella seconda
parte del Romanzo della Rosa, e nel racconto Le petit Jehan de Saintré, del
1459, di Antoine de la Sale, Con la sua apertura affascinante e di stile
cortese e la sua chiusa brutale. E c'erano, naturalmente, lunghe serie di
attacchi contro la moda femminile di un tipo un po' diverso.

Come è abbastanza normale, tutta questa misoginia produsse delle reazioni.
Alcune di queste reazioni, da parte delle stesse donne, andarono molto in
profondità, ed ispirarono il rifiuto di qualsiasi modo di vita volgare. Si è
infatti accertato che il ruolo significativo giocato dalle donne nei movimenti
eretici o quasi eretici, come quello dei catari o quello dell'ordine delle
beghine, era una manifestazione dello scontento delle donne per la parte
assegnata loro nel mondo. Ma la reazione più evidente contro il prevalente
misoginismo la si trova, come il misoginismo stesso, in letteratura, nelle
poesie e nei racconti in prosa a difesa delle donne. Biens des fames è
ispirato dal bisogno di contraddire le Blastanges des fames e il racconto di
Chaucer "La leggenda delle donne dabbene" per combattere il libro delle "donne
cattive". Alcuni di questi scritti apologetici sono così attenti ai sentimenti
femminili da suggerire l'ipotesi che l'autore non solo fosse femminista, ma
una donna addirittura. Delle poesie che esprimono il punto di vista delle
donne, l'unico che i lettori inglesi ricorderanno è "La ragazza della noce
bruna", ma un esempio altrettanto buono è fornito da una poesia anonima del XV
secolo, molto meno nota:

Sono leggero come un cerbiatto
a lodare le donne, dovunque io vada.
Lodare esageratamente le donne è una vergogna perché una sola
dovrebbe essere la tua donna la nostra beata Vergine porta il nome
di tutte le donne, dovunque vadano.
La donna è una cosa degna:
lava e stende
la ninna nanna ti canta
ed ha inoltre tenerezza e compassione.
La donna è una creatura degna
serve l'uomo di giorno e di notte
e in ciò ella mette tutte le sue doti
e in più ha tenerezza e compassione.

Nel XV secolo il dibattito sulle donne conobbe un nuovo periodo quando alla
corte di Francia si tentò di far rivivere l'antico e puro ideale dell'amore
cortese sotto l'influsso del famoso Specchio della cavalleria di Boucicault,
della poetessa Cristina di Pisan, infaticabile campione del suo sesso, e di
numerosi gentiluomini della corte borgognona. Essi fondarono un ordine in
difesa delle donne e questa celebrata associazione, nota come la corte amorosa
fu inaugurata il giorno di san Valentino del 1400 in onore delle donne e per
coltivare la poesia. Questa associazione fece rumore per il grande attacco al
Romanzo della rosa condotto da Cristina di Pisan, e qualche tempo dopo per una
analoga controversia letteraria scatenatasi intorno al poema "La belle dame
sans merci" di Alan Chartier.
La parte avuta da Cristina di Pisan in quest'affare è interessante, perché
essa è stata l'unica donna ad avere una parte di rilievo nella controversia, e
perché i suoi contributi ci sono stati
conservati. Sposata prima dei 15 anni e vedova senza risorse a 25, dovette
battersi per riuscire a mantenere i tre figli con il suo lavoro letterario.
Essa è stata infatti, come ha detto uno studioso francese, la prima donna ad
essere 'uomo di lettere'senz'altro mezzo di sostentamento di quello che poteva
trarre dallo scrivere. Qualcosa della sua difficile vita di lavoro, il valore
dei suoi propositi e la forza delle sue convinzioni, traspare nelle sue opere,
e specialmente nei due trattati in prosa, La cité des dames e Le livre des
trois vertus. Il primo è una composizione di racconti che illustrano le virtù
femminili; il secondo è un trattato didascalico sui doveri delle donne nei
diversi ranghi della società.
Altrettanto significative sono le poesie in cui lamenta l'abitudine alla moda
di disprezzare le donne e attacca in particolare il Romanzo della Rosa. Ne
Lepistre au dieu d'amour (tradotto in inglese da Hoccleve) descrive il lamento
delle donne gentili a Cupido, contro gli uomini che vincono il loro amore con
proteste di infelicità e tormenti e poi si fanno beffa delle loro conquiste, o
addirittura abusano di tutte le donne solo perché ne hanno trovata una non
degna di fede e dicono allora che tutte le donne sono malvage: ma perché
biasimarle tutte? Tra gli angeli, alcuni sono stati orgogliosi e sono caduti,
ma non tutti; un apostolo è stato traditore, non tutti. L'uomo, nato dalla
donna, dovrebbe onorare sua madre. Sono i chierici che scrivono libri malvagi
contro di loro.

È costume del chierico quando scrive
sulle donne, sia in prosa, rima o versi
dire che sono cattive, e che l'onore è il loro opposto.

Essi affermano che non c'è male paragonabile alla donna. Ma le donne non
trucidano gli uomini, non distruggono le città, non opprimono il popolo, non
tradiscono i regni, non prendono le terre, non avvelenano e non appiccano
incendi, né stipulano falsi contratti. Sono amorevoli, gentili, caritatevoli,
modeste, discrete. Eva ha peccato, ma fu tratta in inganno e Adamo non fu meno
malvagio di lei. "E di costui dicesti che non è mutevole?". Non si dovrebbe
onorare ogni donna per rispetto della vergine Maria? Dove mai, nel vangelo, si
fa menzione di donne che abbiano abbandonato Gesù?
Erano queste le idee contraddittorie sulle donne espresse durante il medioevo
e lasciate come un legato alle generazioni future. Da una parte
assoggettamento, dall'altra adorazione: entrambe hanno avuto la loro parte nel
porre le donne nella posizione da esse occupata nel medioevo e nel dettare, o
nel modificare, le condizioni per la loro esistenza nelle età successive.
Saremmo forse in errore se considerassimo uno di questi elementi come la forza
primaria che determina il pensiero dell'uomo comune del medioevo sulla donna.
Una condizione sociale non è mai interamente e soltanto determinata da
opinioni teoriche; essa è piuttosto debitrice dell'inevitabile pressione dei
fatti, del fare e dell'avere della vita quotidiana. E la condizione sociale
che tali fatti hanno creato nella società medioevale non era né di superiorità
né di inferiorità, ma di semplice uguaglianza. Perché nella vita quotidiana
l'uomo non poteva far senza la donna: dipendeva da lei per il benessere della
casa e, molto di più che in altri periodi storici, dipendeva da lei perché
badasse ai suoi affari durante i suoi periodi di assenza. Sicché, di tanto in
tanto, si può trovare qualcosa di simile al cameratismo, persino negli scritti
sulle donne di uomini di chiesa, come quando Pier Lombardo dichiara che Dio
non ha fatto la donna dalla testa di Adamo perché non si pensasse che essa
doveva essere il suo padrone, né dai suoi piedi, perché non si ritenesse che
essa dovesse essere il suo schiavo, ma dal costato, perché si capisse che essa
deve essere sua compagna e sua amica. Ma questo cameratismo deve essere
cercato soprattutto nel ruolo che la donna, di fatto, ha avuto nella vita di
ogni giorno.
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(2 - fine)
Il testo utilizzato è la traduzione per Jaca Book (1978) della prima parte di
"Medieval Women", col titolo "Le idee medievali sulla donna".


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Piero F.