(sec.
XI-XII-XIII)
Il signore feudale, già immensamente ricco per i canoni dell’epoca, in occasione delle campagne di guerra si procurava attraverso tributi e prestiti i mezzi necessari per comprarsi la fedeltà dei cavalieri al suo servizio e di tutti i suoi seguaci.
L’arte di governare era un’interminabile e complessa partita a scacchi, dominata da intrighi e soggetta a continui ribaltoni, pertanto veniva fatto sfoggio di ricchezza e magnanimità al fine di mantenere la fedeltà dei suoi vassalli; ogni gesto era calcolato affinchè suscitasse al tempo stesso timore ed ammirazione, i matrimoni servivano a sancire alleanze ed era facile perdere i propri domini per mano di sicari o nelle guerre con i confinanti.
Il bando di reclutamento avveniva per chiamata in borghi e campagne, avvalendosi anche dei registri parrocchiali.
Gli esentati erano talvolta costretti a versare una cauzione che li liberava dagli impegni di guerra per un anno.
Quando si costituiva un esercito, venivano fissate le paghe per le categorie dei partecipanti, poichè se non pagati i soldati avrebbero puntualmente disertato, venivano stabilite regole per la spartizione del bottino e le relative sanzioni in casi di inosservanza a tali regole.
Molte risorse erano investite per comprare informatori e traditori, per istituire un sistema di spie e guide nel caso ci si dovesse avventurare in territorio nemico.
I cavalieri durante la guerra erano alloggiati in tende molto grandi; i signori feudali cercavano di mantenere lo sfoggio e la ricchezza abituale anche in battaglia: talvolta abbiamo padiglioni di straordinarie dimensioni, sormontati da torri in legno.
La maggior parte dei soldati comuni dormiva però in tende più modeste o in ripari di fortuna, spesso all’addiaccio.
La consuetudine voleva che si dormisse nudi, se le condizioni climatiche lo consentivano, per terra su di un sacco imbottito ed avvolti in ruvide coperte.
Al comando prestabilito bisognava affardellare l’equipaggiamento e formare i ranghi sotto i rispettivi stendardi e quindi partire.
Altre volte gli eserciti erano alloggiati e rifocillati, non sempre consensualmente, presso i villaggi che incontravano lungo il loro percorso.
Durante gli assedi accanto ai grandi accampamenti, aprivano le loro botteghe ambulanti artigiani e commercianti cosicchè questi brulicavano come città ed a causa delle cattive condizioni igieniche si diffondevano malattie epidemiche che rendevano problematica la vita nel campo.
Per circolare negli accampamenti, quando erano pieni di fango, si usavano zoccoli da indossare sopra le scarpe.
Per far passare le lunghe attese duranti gli assedi, dopo gli addestramenti, si giocava a dadi o alla morra.
Non ci sono dati certi su come e quando venisse distribuito il rancio nei campi militari, è probabile che le abitudini variassero considerevolmente; di fatto dovevano esserci cucine da campo e distribuzioni di razioni, poichè un fattore determinante, che incideva negativamente sul morale delle truppe, era la mancanza del buon cibo e del vino.
Carne salata, pane, ortaggi, legumi e formaggio erano gli alimenti base.
I nobili portavano il loro seguito per cucinare e non farsi mancare il loro elaborato desinare.
Prima di partire per le campagne di guerra veniva stabilito un codice disciplinare da osservare più o meno rigorosamente.
I combattenti dell’epoca, specialmente quelli non professionisti e dotati di scarso addestramento, erano facilmente inclini all’insubordinazione, le punizioni per diserzione e codardia erano quindi particolarmente severe al fine di reprimere sul nascere questi atteggiamenti, ma i comandanti dovevano anche saper essere indulgenti al fine di ottenere il rispetto e la fedeltà dei propri uomini.
Gli eserciti in battaglia si disponevano per lo più in questa maniera: Avanguardia - Forza Principale - Riserva – Retroguardia; la Cavalleria era disposta su di uno o su entrambi i fianchi dello schieramento di Fanteria che poteva avanzare sotto la protezione di Arcieri e Balestrieri.
Questi ultimi aprivano le ostilità con il lancio dei loro dardi cercando di rompere gli schieramenti avversari, seguivano le cariche di fanteria e cavalleria.
Quando gli eserciti venivano a contatto si cominciava con i combattimenti corpo a corpo con scambi di colpi di taglio e di punta.
Raggiunta la linea nemica si cominciava a sferrare colpi all’impazzata nel caos; i capitani in questi casi avevano scarse possibilità di esercitare il controllo dei propri uomini e prevalevano generalmente fattori come il numero e l’ardore bellico dei partecipanti.
Solitamente la battaglia terminava in una sanguinosa carneficina, quando uno dei due fronti cadeva; gli eserciti stremati potevano prendersi una pausa per riorganizzarsi e continuare gli scontri il giorno seguente.
Se una schiera cedeva poteva però essere rincorsa e massacrata, senza pietà, fino all’ultimo uomo, oppure i vincitori, essendo troppo stanchi, rimanevano sul campo a fare razzia evitando prudentemente contrattacchi o imboscate.
I prigionieri potevano essere costretti a giurare fedeltà alle nuove insegne e lasciati andare oppure se facoltosi subire un riscatto, ma venivano anche spesso crudelmente uccisi.
Non occorre molta fantasia per immaginare le terribili ferite che potevano causare le armi medievali nei combattimenti corpo a corpo.
Lo testimoniano gli scheletri ritrovati nelle fosse comuni dell’epoca : crani con fori di entrata e di uscita dovuti ai dardi delle armi da getto o fracassati fino ai denti ed arti troncati di netto.
Chi rimaneva ferito seriamente aveva ben poche probabilità di sopravvivere, perlopiù moriva dissanguato o per cancrena; la categoria dei chirurghi era rara, quella dei medici ancor di più e solo a disposizione dei nobili, così la maggior parte dei feriti si curava affidandosi a barbieri-acconciaossa o alle comunità religiose, ai nobili
Molto
diffusa era la pratica del salasso che indeboliva ulteriormente il malato.
I combattenti, nel periodo preso, in esame (sec. XI- XII-XIII) costituivano una variegata moltitudine di figure che si armava e si abbigliava per l’arte della guerra in base alle rendite personali, alle possibilità economiche individuali o messe a disposizioni da chi li reclutava.
Più si disponeva di risorse finanziarie e più si era in grado di adottare protezioni costose come le armature e di dotarsi di armi che richiedevano un notevole impiego di tempo per la lavorazione e di materiale prezioso come ad esempio le spade.
Non abbiamo quindi in questo periodo combattenti dotati di uniformi standard come sarebbe avvenuto nei secoli a seguire, ognuno faceva il possibile per garantirsi il massimo della sopravvivenza in battaglia.
Per distinguersi nelle grandi mischie, non avendo uniformi, i combattenti si cucivano addosso le insegne del comune di appartenenza o il simbolo araldico del signore per il quale militavano.
Pertanto tutti indistintamente portavano in guerra i vestiti abitualmente usati nella vita civile ed a questi veniva aggiunto l’equipaggiamento da difesa e da offesa.
Prima di descrivere l’equipaggiamento dei combattenti che componevano gli eserciti medievali esamineremo brevemente l’abbigliamento civile comune a tutti.
I
materiali usati in questo periodo per la confezione degli abiti civili sono :
canapa, lino, lana, frustagno (tessuto misto formato da lana più cotone grezzo)
nonchè cuoio e pelle per calzature, borse e cinture.
Di seguito abbiamo preso in esame le figure del cavaliere e del fante, cercando di descrivere gli equipaggiamenti e il modo di combattere.
Già con longobardi e franchi la cavalleria cominciò a prendere corpo tramite l’uso della staffa che peraltro era già conosciuta da molti secoli prima in oriente.
Furono però i normanni ad organizzare efficacemente le tattiche di guerra a cavallo: essi riuscirono ad allestire una potente cavalleria che tramite il combattimento lancia in resta era in grado con cariche irresistibili di travolgere le fila nemiche.
L’istituzione della cavalleria divenne intorno all’anno mille la base fondamentale del sistema feudale, un sistema creato per mantenere il potere in un certo territorio che aveva solitamente per centro un castello.
Con il tempo assunse una colorazione aristocratica, perché equipaggiare un cavaliere esigeva la disponibilità di un intero patrimonio e venne ingentilita dalla chiesa che la usò per i suoi fini secolari come le crociate.
L’investitura del cavaliere era un rito d’iniziazione militare, d’origine germanica.
Si nasceva barone, conte, principe, ma cavaliere si diventava.
Anche un fornaio o un fabbro, se si erano segnalati sul campo di battaglia, potevano in teoria essere fatti cavalieri, ma in pratica questo accadeva solo eccezionalmente.
Il cavaliere veniva iniziato all’arte della guerra fin dalla più tenera età per forgiarne il carattere ed il fisico fino a farlo diventare una perfetta macchina da combattimento.
Dopo i 7 anni alla sua educazione veniva preposto un tutore che gl’insegnava a cavalcare, a giocare ai dadi e agli scacchi.
L’istruzione scolastica era farraginosa e approssimativa, e molti cavalieri restavano per tutta la vita analfabeti.
I pochi che studiavano avevano vaghe nozioni di aritmetica, musica, geometria e astronomia (le quattro scienze che formavano il quadrivio) e di grammatica, retorica, dialettica (che costituivano il trivio).
La storia si compendiava nelle gesta di Achille, Ettore, Alessandro e Cesare, l’astronomia si confondeva con l’astrologia, la chimica con l’alchimia.
A dodici anni diventava scudiero di un signore, nel cui castello si trasferiva.
Qui si sottoponeva alla vera e propria istruzione militare: tirare con l’arco, impugnare lo scudo, maneggiare la spada e la lancia,
Assisteva alle giostre ed ai tornei e vi accompagnava il suo tutore al quale, in tempo di guerra, a cavallo di un ronzino, gli portava la lancia e lo scudo.
A diciasette anni, finalmente, era pronto per essere investito cavaliere; la cerimonia era solenne, e ad essa erano riservati il Natale, la Pasqua, la Pentecoste, l’Ascensione e la festa di San Giovanni, poiché il rito si svolgeva in parte all’aperto, la scelta della data cadeva di solito a Pasqua o il giorno della Pentecoste.
Il neo-cavaliere, dopo aver fatto un bagno di purificazione (e di pulizia), indossava una tunica bianca (simbolo di purezza) un manto rosso (emblema del sangue che era disposto a versare in nome di Dio), una cotta nera (simbolo della Morte che non paventava), e vegliava un’intera notte in chiesa, immerso nella preghiera.
La mattina, durante una messa alla quale partecipavano nobili e dignitari, si portava ai piedi dell'altare, il prete gli benediva l’arma, dopodiché egli si volgeva al suo Signore che col piatto della spada lo colpiva tre volte sulla spalla, pronunciando la formula di rito: “Nel nome di Dio, di San Michele e di San Giorgio, io ti faccio cavaliere”.
All’ultima piattonata alcuni aggiungevano un ceffone, sottolineando che da quel giorno sarebbe stata quella l’ultima offesa che poteva subire senza richiedere soddisfazione.
Anche se le capacità offensive degli eserciti medievali erano affidate perlopiù alla forza d’urto della cavalleria, i cavalieri in battaglia erano generalmente fra i combattenti più indisciplinati.
Amavano mettersi in evidenza nel combattimento e con questo comportamento pregiudicavano molte volte gli esiti delle battaglie.
L’impatto della lance e della forza
travolgente dei cavalli incuteva sulle schiere di fanti un grande terrore.
I cavalieri combattevano a cavallo, ma anche appiedati a secondo delle necessità; erano organizzati in “lance” , la formazione base prevedeva in ordine gerarchico un cavaliere anziano, cavaliere giovane e scudiero.
Durante le azioni di guerra il cavaliere montava il destriero, così chiamato perché condotto dallo scudiero dalle briglie del lato destro.
Il destriero era il cavallo prediletto dal cavaliere, doveva essere molto robusto ed altamente addestrato per affrontare le cariche e per rispondere con prontezza ai comandi che venivano impartiti nella mischia.
Anche il destriero veniva dotato di coperture di cuoio o di maglia di ferro per il corpo e di frontali per la testa.
La sella aveva gli arcioni molti alti a formare un basso schienale che aiutava il cavaliere a non cadere a seguito degli urti ricevuti.
Il palafreno era invece il cavallo usato durante le cacce e le parate, era meno robusto, ma più veloce del destriero.
Il ronzino era il cavallo meno costoso che veniva usato dagli scudieri.
Come il resto dei combattenti anche il cavaliere era motivato alla battaglia principalmente per la conquista del bottino.
Accanto ai cavalieri si collocavano quelli che talvolta erano chiamati Berrovieri, combattenti montati non di nobile estrazione, piccoli possidenti terrieri o uomini dediti alla carriera militare come i Sergenti.
Erano figure che possiamo inquadrare fra i cavalieri e la massa dei fanti, che formavano la cavalleria leggera; ben armati quindi, ma non tanto come il cavaliere.
Gambeson o giubba d’arma; serviva ad assorbire efficacemente l’impatto di un’arma ed era costituita da una giacca imbottita con i più disparati materiali: fibre vegetali, crine di cavallo, strati di stoffa sovrapposta, indossata a guisa di camice.
Cosciali – Schinieri protezioni in cuoio per le gambe, talvolta rinforzate con piastre metalliche.
Usbergo o cotta di maglia di ferro costituita da migliaia di anelli concatenati, lunga generalmente fino al ginocchio.
L’usbergo di maglia, seppur pesante, era flessibile e non intralciava i movimenti.
Costituiva un’ottima protezione contro le ferite da taglio mentre, ma proprio a causa della sua flessibilità, era di scarso aiuto nel ridurre i traumi da impatto. La sua efficacia, quale difesa passiva per il corpo, è testimoniata dai numerosi scheletri ritrovati nei siti degli antichi campi di battaglia la maggioranza dei quali presenta fratture o amputazioni delle gambe, unica parte del corpo non sempre protetta.
Sopraveste al di sopra dell’usbergo veniva indossata la sopraveste, utilizzata per proteggersi dal calore dei raggi solari e riportante gli stemmi araldici del casato di appartenenza o i colori dell’esercito.
Muffole protezione per le mani in maglia di ferro.
Cuffia imbottita da indossare al di sotto dell’elmo.
Camaglio cappuccio in maglia di ferro a protezione della testa indossato fra cuffia ed elmo.
Elmo di varie fogge:
maschera, casco con o senza nasale, cappello di ferro e pentolare.
Tutti erano dotati di un telaio interno in cuoio per mantenere uno spazio fra
la testa del cavaliere e l’elmo stesso.
Scudo. in legno rivestito di pelle.
Si possono individuare due principali tipologie di scudo: lo scudo rotondo e lo scudo triangolare o a forma di aquilone.
Tali scudi erano maneggiati grazie ad un insieme di cinghie di cuoio che ne permettevano l’utilizzo pur continuando a manovrare il cavallo e sgravando il peso dello scudo stesso dal braccio del cavaliere. Sullo scudo venivano riportate le insegne araldiche in modo da essere rapidamente identificati da alleati o nemici.
Lancia
La lancia era l’arma più usata dal
cavaliere, era formata da un’asta di legno lunga circa 2,5 mt e da una punta di metallo a forma di foglia
allungata.
Le armature dei cavalieri nei secoli successivi
prevedevano un barretta all’altezza della destra del petto chiamata resta per
alloggiare più comodamente la lancia durante le cariche (da qui il detto
partire lancia in resta).
Spada
La spada è sicuramente l’arma più emblematica nel medioevo, era composta da :
lama:
La lama a sua volta era composta
da tre parti: debole, medio e forte, rispettivamente per la forza con la quale
si sferra il colpo e per la capacità nella parata.
La lama aveva sempre un’anima, ottenuta, in genere, forgiando (cioè battendo e ribattendo) una lamina di ferro dolcissimo e una di acciaio, ripiegate più volte su se stesse.
All’anima venivano saldati due bordi d’acciaio, destinati a costituire il doppio « filo » e la punta, ossia le parti taglienti.
La lama nel senso della lunghezza presentava una scanalatura nel mezzo che consentiva di alleggerire il peso della spada e la rendeva nel contempo più robusta.
codolo:
Fa sempre parte della lama, ma su di esso veniva montata l’elsa (o guardia), l'impugnatura e il pomo.
elsa/guardia:
Questo nome era attribuito alla barretta che divideva, in basso, l’impugnatura dalla lama e che serviva a proteggere la mano.
Impugnatura:
Veniva generalmente fabbricata in legno e rivestita in pelle.
pomo
Quest'ultimo svolge l'importantissima funzione di bilanciare
la lama, in modo che la spada sia perfettamente equilibrata e facile da
maneggiare.
Il pomo stesso può svolgere la funzione di arma, così come
l’elsa, usando la spada in gioco stretto (da distanza ravvicinata) o
brandendola a mò di martello.
Le migliori fabbriche di spade (e di armi bianche in genere) sorsero a Solmgen e Passau in Germania, a Toledo in Spagna e a Milano, dove tenevano bottega fra gli altri i grandissimi e rinomati Piccinino e Missaglia.
L'uso delle cotte di maglia rese vana l'affilatura delle spade, in quanto non era possibile tagliare gli anelli di ferro e in seguito, ancora più comprensibilmente, le piastre metalliche. La spada era usata come arma da botta e non da taglio.
Tuttavia, il debole era affilato per penetrare meglio con i colpi di punta e per rendere più efficaci i colpi veloci dati a distanza con la parte terminale della lama.
La spada prese diverse forme col trascorrere dei secoli e in base alle regioni geografiche di produzione ed uso.
Nel nostro periodo abbiamo spade corte usate ad una mano (90 – 100 cm circa) e associate spesso ad uno scudo, un pugnale, una daga o un'altra spada corta.
La spada a una mano e mezza, dal nome stesso, permetteva di essere impugnata sia da una che da entrambe le mani; Il fatto di poter usare entrambe le mani ha dato origine a lame più lunghe e robuste (e quindi più pesanti), così che i colpi potessero infliggere danni maggiori.
Successivamente venne prodotta la spada a due mani molto lunga, pesante e per le sue caratteristiche difficile da gestire, ma assai temibile (un colpo ben assestato era in grado di rompere le zampe ai cavalli lanciati in carica o spezzare le picche avversarie).
Attualmente, studiano e riproducendo spade dell’epoca si sono rilevati pesi che vanno tra i circa 1,4 kg delle spade a una mano ai circa 1,7-2 kg delle spade a una mano e mezza.
Dal 1300 in avanti la spada diventerà sempre più affusolata a sezione romboidale, più adatta a perforare le protezioni in ferro; nasce la spada da stocco.
Fodero
Era normalmente costruito a partire da due parti in legno, scavate su di un lato in modo tale che quando venivano accostate insieme lasciassero uno spazio sufficiente all’inserimento della lama. Erano poi unite da colle e coperte di pelle; all’estremità veniva applicati dei rinforzi in metallo.
Pugnali/Daghe
Venivano utilizzati robusti pugnali o daghe a doppio filo con una lama a forma triangolare e a sezione romboidale che denotavano una predilezione ai colpi di punta. Tali armi venivano utilizzate nel contatto ravvicinato o nell’estremo tentativo di difesa portando colpi alla gola o al viso dell’avversario.
La basilarda era la daga tipica usata fino al 1200
Le fanterie costituivano il grosso dell’esercito. Erano
formate da molteplici figure quali : pavesari, picchieri, ronconieri,
frombolieri, arcieri e balestrieri.
Le fanterie possono essere distinte in fanteria pesante
e fanteria leggera in base al tipo d’armamento e tattica di cui facevano uso.
Le caratteristiche fondamentali della fanteria pesante
erano l’armamento uniforme, lo schieramento in formazione, il combattimento in
ordine chiuso, la possibilità di resistere ad una carica di cavalleria in campo
aperto.
Le condizioni essenziali per l’utilizzo della fanteria
pesante consistevano nella disponibilità di un terreno non accidentato o rotto,
sufficientemente ampio e di un addestramento che consentiva agli uomini la
manovra d’insieme o per lo meno il mantenimento di una posizione ben definita
rispetto a quella dei compagni.
La fanteria leggera era dotata d’armamento non uniforme,
combatteva in ordine sparso, aveva scarso addestramento e non era in grado di
resistere ad una carica di cavalleria.
Facevano eccezione i fanti tiratori, di solito
professionisti mercenari, sia per quanto riguarda l’armamento che per
l’addestramento.
Parlando di fanteria occorre fare un inciso sulle
Milizie Comunali Italiane che fiorirono tra il XI e il XIII secolo, composte
prevalentemente da fanti.
Grazie alla coesione, all’addestramento, all’abilità
tattica ed ad un elevato spirito di corpo riuscirono a contrastare
efficacemente ed anche a battere la cavalleria pesante.
In Italia queste fanterie erano organizzate in società o
compagnie che corrispondevano ai quartieri della città.
Tutti i cittadini fra i 18 ed i 70 anni erano dotati di
un buon armamento ed inseriti nell’elenco di coloro che dovevano prendere parte
alle azioni militari.
Tutti erano obbligati ad esercitarsi con le armi in
determinati giorni, e coloro che non si presentavano dovevano giustificarsi
validamente o pagare una multa.
Spesso per tenere vivo l’ardore bellico si organizzavano
le cosiddette “battagliole” nelle quali erano usati randelli e scudi e tale
simulazione risultava sovente molto reale tanto che erano parecchi quelli che
ritornavano a casa con la testa rotta.
Le fanterie comunali erano divise in formazioni di 25
elementi (le venticinquine) comandati da capitani e sergenti.
La fanteria pesante era costituita da corpi armati
uniformemente, l’arma tipica di questa fanteria era la picca lunga (3 mt), per
la fanteria pesante era essenziale mantenere l’ordine chiuso in ogni fase del
combattimento, attacco, difesa, eventuale ritirata.
Nell’ordine chiuso risiedeva la sua forza ed il suo
grande valore tattico.
Il compito principale della fanteria di linea era quello
di resistere sul posto, se sottoposta ad una carica di cavalleria o, meno frequentemente,
a quella d’altri picchieri e di caricare a massa quando doveva cercare di
rompere un analogo schieramento di fanti.
Dovendo sostenere una carica lo schieramento gli uomini
delle prime file piegato il ginocchio
destro, fissavano il calzo della picca a terra contro il piede sinistro e ne
indirizzavano con la mano destra la punta verso il petto del cavallo o del
cavaliere avversario.
Con la mano sinistra si proteggevano con un pesante
scudo il pavese che, poggiato a terra
copriva tutta la persona.
Esistevano anche fanti specialisti i pavesari che
imbracciavano solo il pavese con il compito di coprire il picchiere o il
balestriere.
L’insieme dei picchieri era ordinato su più righe a
formare un rettangolo o un cuneo, quest’ultima formazione, adatta
esclusivamente per l’attacco, dava maggiori possibilità di effettuare lo
sfondamento, ma richiedeva picchieri particolarmente addestrati, con questo
sistema, una volta cominciata la penetrazione, la compagine dei picchieri
avversari, sottoposta all’azione congiunta laterale della cavalleria, non
poteva più opporre uno schieramento efficace e si disgregava.
I picchieri potevano assumere anche uno schieramento a
cerchio che consentiva di resistere alle cariche di cavalleria evitando di
essere presi alle spalle.
All’interno del cerchio i picchieri potevano ospitare la
propria cavalleria per farle riprendere fiato tra una carica e l’altra.
Per rompere il cerchio l’avversario utilizzava fanti
armati con armi in asta più corte delle picche e quindi più adatte alla mischia
poiché la picca, data la sua lunghezza diventava inutile.
La fanteria leggera, armata in modo vario e priva della
possibilità di resistere all’urto sia della cavalleria che della fanteria
pesante, trovava limitato impiego sul campo di battaglia, ed era utilizzata in
operazioni belliche che richiedevano formazioni aperte ed il combattimento
individuale, per il fante che combatteva nella fanteria leggera aveva molto più
importanza il valore individuale e l’azione isolata.
La fanteria leggera comprendeva :
fanti tiratori :
frombolieri, arcieri e balestrieri, che potevano essere
collocati :
- dietro la fanteria di linea per
colpire gli avversari tirando sopra la propria fanteria (Bouvines 1214)
- davanti a tutti per aprire il combattimento arrecando il maggior
danno possibile, cercando di scompaginare il fronte avversario (attaccante o da
attaccare) per poi ritirarsi sul retro (Crecy 1346).
Il principio tattico che caratterizzava questi
schieramenti era quello di scompaginare in anteprima la fanteria
dell’avversario, togliendo così alla sua cavalleria un prezioso e
insostituibile supporto, i tiratori contribuivano con il tiro al di sopra della
propria fanteria a danneggiare quella avversaria prima dell’attacco o mentre
questa era impegnata.
arcieri
In Italia l'arciere era destinato prevalentemente alla difesa delle cinte murarie, castellane e cittadine se impiegati negli eserciti erano inquadrati in truppe scelte, ben addestrare, efficienti e ben retribuiti.
Proveniva generalmente dai villaggi e dai campi, non possedeva beni o ricchezze significative, ma possedeva l’ abilità e forza, doti tipiche dell'abitante delle campagne.
L’arciere andava in guerra con l’arco solitamente usato per la caccia.
Erano molteplici le tipologie di archi e di frecce usati durante il medioevo.
Nei paesi europei bagnati dal Mediterraneo troviamo una prevalenza di archi compositi per l’influsso e gli scambi derivanti dai paesi orientali, nei paesi settentrionali troviamo una prevalenza di archi a doppia curvatura o dritti a sezione piatta, in Inghilterra assistiamo all’affermarsi dell’arco lungo con sezione a D.
Una menzione particolare va fatta per gli arcieri inglesi dei quali parleremo comunque più avanti e per gli arcieri saraceni di Federico II di Svevia il quale seppe impiegare con successo queste truppe montate ed a lui fedelissime in alcune battaglie come quella di Cortenuova del 1236.
Erano cavalleggeri che usavano l’arco composito orientale, ma a parte questo caso non prese mai piede stabilmente in Italia un corpo di arcieri a cavallo contrariamente a quanto si verificò con le popolazioni orientali come i mongoli, che con questo tipo di tattica seppero conquistare grandi imperi.
Il segreto di ogni buon arciere consisteva nella costante pratica con l'arco.
L'insegnamento iniziava già dall'infanzia e i giovani arcieri incrementavano progressivamente la precisione di pari passo alla potenza dell'arco.
In Inghilterra le autorità dell'epoca disposero ordini affinché il tiro con l'arco fosse praticato continuamente anche escludendo altre forme di sport e passatempi.
In ogni villaggio inglese alla domenica mattina, dopo le funzioni religiose, si potevano osservare gare di tiro con l'arco alle quali assistevano dei reclutatori che selezionavano i migliori arcieri che sarebbero andati a formare i reparti usati dai re nelle loro guerre.
Le gare sostanzialmente erano divise in gare di precisione, gare di velocità e gare di distanza:
Le gare di precisione, com'è facile intuire, consistevano in tiri a media distanza su bersagli fissi o mobili, come per esempio a zucche appese e fatte oscillare.
Le gare di velocità, finalizzate ad allenare le truppe al tiro veloce, consistevano in sfide organizzate in gruppi di 6 arcieri che, in fila indiana, dovevano raccogliere altrettante frecce dal terreno, caricare l'arco e scoccare sul bersaglio; vinceva la gara la squadra che riusciva a completare il tiro delle 6 frecce nel minor tempo.
Le gare di distanza o gare "clout" consistevano in lanci di precisione a lunghe distanze dove l'arciere era impegnato in tiri a parabola che richiedevano una particolare abilità nel calcolare l'angolazione del tiro e nel dosare lo sforzo di trazione.
Questo tipo di tiro, in particolare, simulava il tiro a pioggia,"clout" appunto, che letteralmente significa "colpo secco, schiaffo, ma anche potere, influenza, peso" e, fu ampiamente utilizzato dagli arcieri inglesi nelle famose battaglie della Guerra dei Cento Anni.
balestrieri
Tra i fanti un posto particolare spetta ai "balistariis", i balestrieri, corpo di enorme importanza e professionalità.
I balestrieri erano raggruppati in “Bandiere”, ognuna delle quali era composta da una ventina di uomini ed era comandata da un Connestabile.
L’arco in Italia rispetto alla balestra, pur avendo dato buoni risultati militari, aveva un tiro troppo limitato : 80 - 100 metri.
Pertanto l’arciere quando si trovava la cavalleria nemica di fronte veniva preso da paura e fuggiva, in quanto il suo campo d’azione era alquanto limitato.
Il balestriere invece cominciava il suo tiro quando il cavaliere nemico era ancora lontano, anche a 200 metri e pur impiegando molto tempo per ricaricare, rispetto ad un arciere, aveva maggiori possibilità di scompaginare uno squadrone prima del suo arrivo. Ai balestrieri si affiancavano in battaglia i ”pavesari“ che con i loro grandi scudi proteggevano i loro compagni d’arme.
Dietro ogni pavese si piazzavano solitamente tre balestrieri, in modo da lasciare ininterrotto il flusso di tiro dalla posizione.
Parlando di balestrieri non si può mancare di ricordare i rinomatissimi balestrieri genovesi richiestissimi ovunque anche all’estero, primo vero esempio di corpo militare "d'élite" in Italia.
Contrariamente al resto dell'esercito i balestrieri non erano arruolati per chiamata dalle campagne o dai borghi, ma molto probabilmente si trattava di volontari attratti dal prestigio e dalla paga molto alta a loro corrisposta.
Il balestriere doveva possederne di due tipi: una con arco di legno e una con arco composito (legno, corno, osso e tendini di animali). Quest'ultimo tipo di arco era il più pregiato, in quanto aumentava l'efficacia e l'affidabilità dell'arma e, proprio per questo motivo, l'uso di balestre con arco composito costituiva un vanto per il comune
Tali balestre erano composte dal "teniere" o "fusto" a cui anteriormente era fissato l'arco per mezzo di un intreccio di corde.
L'arco era in legno di tasso, molto duro ma elastico. La corda era composta da fili di canapa intrecciata o da nervi di animali. All'estremità del teniere, davanti e centralmente l'arco, era fissata la staffa, generalmente metallica, che serviva per tenere, col piede, la balestra ferma a terra mentre la si caricava.
L'arco,
elemento fondamentale per l'efficacia della balestra, è stato oggetto delle
maggiori migliorie tecnologiche.
Come
abbiamo detto, dapprima era fatto unicamente di legno, poi, per ovviare a
problemi di incrinatura, fu costruito a strati (arco composito) con lamine di osso
(posteriormente) e tendine animale (anteriormente); infine, agli inizi del
'400, furono introdotti gli archi d'acciaio: molto potenti ed affidabili nel
tempo.
Gli altri elementi costituenti la balestra medievale erano: la "noce" e la "manetta".
La noce era un cilindro, dapprima in legno, osso o corno e in seguito metallico, a cui si agganciava la corda tesa; era alloggiata in un apposito incavo del teniere e poteva ruotare su se stessa o attorno ad un perno. La noce, dalla parte opposta a quella dove veniva agganciata la corda, aveva un incavo ove s'incastrava la manetta.
La manetta era una piccola e semplice leva a forma di "Z", collocata sotto il teniere, che serviva a bloccare o liberare il movimento rotatorio della noce.
A seconda della potenza dell'arco, la balestra poteva essere caricata a mano oppure con altri sistemi atti a facilitare tale operazione. Uno dei sistemi più economici era il "crocco", uncino metallico attaccato alla cintura con cui si agganciava la corda portandola verso la noce. Altri sistemi di caricamento usati per le balestre più potenti erano: una leva che aiutava nello sforzo di trazione sulla corda, l'argano posto nella parte posteriore del teniere o un meccanismo a cremagliera montato sulla parte superiore
I dardi lanciati dalle balestre, definiti "verrettoni", erano corte e tozze frecce che potevano raggiungere, se scagliate da balestre molto potenti, una distanza utile anche di 350 metri. La punta dei verrettoni era frequentemente costituita da una lamina di ferro o in acciaio, avvolta a formare un cono, alla base del quale era infissa l'asta di legno o canna lunga una trentina di centimetri, nella cui parte posteriore era inserita l'impennatura (due o tre penne), molto spesso rigide di legno o metallo.
Un altro tipo di dardo era il "quadrello", così definito perché aveva una punta a base quadrata e forma piramidale, pesante, molto robusto e dagli effetti devastanti.
La balestra, che ebbe il suo periodo di massima popolarità tra l'XI e il XVI secolo, scomparve definitivamente come arma da guerra quando, nel XVII secolo, si diffusero sempre più le ormai affidabili ed efficienti armi da fuoco portatili.
fanti con armi
in asta :
- una parte poteva essere mescolata
alla fanteria pesante a sostegno delle picche (Bouvines 1214, Courtrai 1302)
- una parte poteva essere mescolata ai
tiratori per aprire il combattimento
- una parte poteva essere collocata sul
retro dello schieramento con il compito di guardare i bagagli, i prigionieri e
di intervenire per sfruttare la vittoria (Azincourt 1415).
Quando un esercito era in guerra, anche se non
s’incontrava con l’avversario per <fare giornata> e vale a dire per fare
battaglia, coinvolgeva questa fanteria per una serie d’operazioni che a seconda
dei luoghi e dei tempi richiedevano specifiche azioni tattiche, utilizzando
elementi dotati d’abilità individuale, senza particolare addestramento alle
azioni di gruppo, ma sufficientemente abili nel maneggio dell’arma preferita,
in genere un’arma in asta.
Le operazioni più ricorrenti consistevano in :
operazioni d’assedio, assalti alle mura, forzamento o
difese delle brecce, sortite, trinceramenti di blocco, intercettazione dei
soccorsi ecc.
operazioni di guasto, molto usate nel medioevo più
micidiali e dannose di una vera battaglia, coinvolgendo la popolazione e ogni
sua risorsa, comprendevano, distruzione di raccolti e fonti
d’approvvigionamento, distruzione di ponti, acquedotti e mulini, abbattimento
d’opere di difesa.
operazioni varie, ricerca e avvistamento, presidio di
postazioni, rocche, città conquistate o da difendere, imboscate, scaramucce,
scorta delle salmerie e del bagaglio, scorta di comandanti, ambasciatori,
personaggi importanti.
Il fante rispetto al cavaliere, come abbiamo detto, aveva meno possibilità economiche per dotarsi di un equipaggiamento difensivo, pertanto venivano usati :
Gambeson già descritto precedentemente
Giubbe di cuoio cotto, il cuoio veniva cosparso di cera d’api calda e poi raffreddandosi diveniva molto più consistente e duro.
Cuffie imbottite
Elmi nelle fogge descritte precedentemente
Scudi piccoli e tondi (rotelle) o tavolacci rettangolari di grandi dimensioni (pavesi)
Le armi principali dei fanti erano le armi in asta, le armi da botta e le armi da tiro, anche le spade erano usate, ma meno rispetto ai cavalieri .
Armi In Asta
Fanno parte di questa categoria una vasta serie di armi costituite da una lunga asta e da variegate forme di punta.
Abbiamo parlato della picca o lanzalonga che
serviva per arrestare le cariche della cavalleria.
Altre armi in asta derivavano da attrezzi agricoli, tipo falcioni, forconi, ronconi ecc., altri invece da armi da caccia tipo gli spiedi che erano lance munite di alette per impedire che la punta sprofondasse nel corpo dell'avversario rendendo l’arma inutilizzabile.
Altre come gli alighieri avevano nella parte posteriore della lama, un uncino che veniva usato per disarcionare gli uomini a cavallo.
Armi Da Botta
Nel medioevo si fece un gran uso di queste armi semplici nella loro concezione, ma estremamente efficaci.
Le fogge e le dimensioni di queste armi sono talmente varie che sarebbe praticamente impossibile citarle tutte e pertanto ci limiteremo ad alcuni esempi.
Mazza la primitiva mazza di preistorica memoria fu resa micidiale da una ferratura: era costituita da una impugnatura alla quale si saldavano le punte che costituivano la testa
Vi erano poi altri tipi di mazze quelle a cresta, quelle snodate (mazzafrusto) in cui una o più teste, fornite di punte acuminate, erano collegate da una catena di ferro, l’effetto del colpo era moltiplicato dalla rotazione impressa dal braccio.
Era un’arma terribile, se il cavaliere non riusciva ad evitare il colpo o ad attutirlo con lo scudo rischiava la vita, poiché erano strutturate in maniera da spezzare le ossa all’avversario grazie alla notevole massa e alla forza dell’impatto.
Ascia l’ascia da guerra fu particolarmente amata dalle popolazioni nordiche che combattevano a piedi.
Usata da un fante ben addestrato, l’ascia poteva infliggere a un cavaliere, ferite mortali specialmente se montata su un lungo manico e impugnata a due mani, per dare maggior forza ai colpi.