LE ABBAZIE DEL VARESOTTO

( Beatrice Micheluzzi)

 

Nel sinuoso territorio del varesotto, tra colli che si alzano con boscosi pendii e valli solcate da bizzosi torrenti, antichi tesori urbanistici testimoniano di un passato oscuro e complesso, nel quale i centri di vita cenobitica stavano come preziosi fermacarte sulle turbolente pagine della storia medievale.

L’ordine dei  benedettini ha lasciato numerose testimonianze della propria presenza sul territorio di Varese e della sua provincia.

Le abbazie di San Gemolo a Ganna, San Donato a Sesto Calende  e San Michele a Voltorre sono solo tre fra le tante vestigia grandi e piccole, conosciute e sconosciute, che punteggiano questo territorio.

Fondato nel 529 da San Benedetto da Norcia (480-547), l’ordine monastico dei benedettini introdusse una sorta di innovazione religiosa, affiancando il lavoro manuale ai precetti spirituali.

Così, se da un lato la posizione strategica nella quale venivano fondate le abbazie esercitava una sorta di potere di controllo sul territorio, dall’altro il lavoro manuale ed incessante dei monaci contribuì non poco a valorizzare il territorio stesso, bonificando intere aree, nonché incrementando fra le genti locali molte attività artigianali.

Le abbazie furono anche importanti scrigni di conservazione e trascrizione di preziosi codici, oltre che luoghi nei quali dedicarsi allo studio approfondito di teologia, scienze e medicina.

Le abbazie di San Gemolo, San Donato e San Michele furono edificate in un arco di tempo che va dal IX al XII secolo.

Nel corso degli anni, divennero sempre più indipendenti dalla diocesi di Milano e , per la loro ubicazione a confine tra le diocesi di Como, Pavia e Novara, furono teatro di lotte durissime per il controllo del territorio.

Già nel 962 l’imperatore Ottone I, allo scopo di aggiudicarsi l’alleanza di Valperto, arcivescovo di Milano, per contrastare il controllo esercitato da Castelseprio sulle vie di comunicazione coi passi alpini, gli  aveva concesso considerevoli rendite .

Sempre più ricca e potente, la diocesi di Milano cominciò a poco a poco a sostituire l’organizzazione imperiale nell’esazione delle decime, incaricando della cosa i vassalli dell’arcivescovo.

Con l’avvento dei benedettini, i signori locali cominciarono ad intravedere la possibilità di sottrarre il territorio  alla pressione arcivescovile, donando benefici territoriali all’Abbazia di Fruttuaria, dalla quale dipendevano appunto le abbazie di Ganna e Voltorre.

Nei secoli XI e XII i benedettini di Fruttuaria  erano presenti, oltre che a Voltorre e a Ganna, anche a  Contone nella Piana di Magadino, a Giornico in Val Leventina e a Cardana presso Besozzo, garantendo in tal modo un controllo sui passi di Lugomagno e Gottardo, raggiungibili appunto tramite le valli di Blenio e Leventina.

In particolare, l’abbazia di Ganna controllava i Passi del Gottardo, del Lugomagno e del San Bernardino.

 

·              L’abbazia di San Gemolo di Ganna. Edificata poco dopo il 1095 dai signori locali Attone, Arderico e Inghizzone, su concessione dell’arcivescovo di Milano Arnolfo II, l’Abbazia di San Gemolo di Ganna pare sorga nei pressi del luogo del martirio del santo di cui porta il nome.

Secondo la leggenda, San Gemolo fu trucidato da banditi del Seprio, che aveva tentato invano di inseguire dopo che questi avevano depredato la carovana con cui egli viaggiava.

Il corpo fu seppellito in Valganna, forse non distante dal luogo in cui oggi sorge una cappella votiva a lui dedicata, appena fuori Ganna ed in direzione di Varese.

I benefici concessi da Arnolfo all’abbazia di Ganna comprendevano anche possedimenti in Valganna, Valcuvia, Val Marchirolo e il castello di Frascarolo, dal quale dipendeva il controllo della strada che da Varese portava al Guado di Ponte Tresa.

Pur essendo di rito ambrosiano, l’abbazia di Ganna si strinse in alleanza con quelle di Fruttuaria e San Michele a Voltorre.

Ma fu un sodalizio di breve durata e quando l’abbazia di San Gemolo si rese indipendente, nel 1179, si guadagnò la scomunica, nel 1237, dall’abate di Fruttuaria.

Nel 1200 i legati apostolici dovettero intervenire anche per redimere una controversia tra S. Gemolo e Voltorre.

Nel 1477 l’abbazia di san Gemolo fu trasformata in commenda e quando il monastero fu soppresso, nel 1556, la chiesa divenne parrocchiale e per un certo periodo le rendite furono amministrate dall’Ospedale Maggiore di Milano. Nel 1825 furono alienate le proprietà rimaste.

La chiesa ed il chiostro di forma pentagonale sono ciò che resta della fisionomia originale della struttura, mentre la foresteria e gli edifici di servizio hanno subito considerevoli mutamenti.

Attualmente, sono destinati ad uso agricolo.

Nel chiostro è ubicato il Museo della Badia, nel quale sono raccolti reperti che testimoniano la preistoria e la storia del luogo. Vi sono esposti anche oggetti vari quali arredi sacri, ceramiche e antichi laudari. Vi è inoltre una piccola pinacoteca.

 

·              L’abbazia di San Michele a Voltorre.   Il primo accenno all’Abbazia di San Michele risale ad un documento di Papa Anastasio IV, redatto nel 1154, col quale veniva sancita la sua dipendenza dall’Abbazia di Fruttuaria.

Edificata sui resti di un altro insediamento alto medievale, forse una torre longobarda, l’abbazia visse il suo periodo di maggior ricchezza fino alla decadenza dell’ordine benedettino, nella seconda metà del XV secolo.

Da quel momento, la situazione patrimoniale andò via via peggiorando, a causa dell’incuria e del disinteresse dei monaci nell’amministrazione dei beni e non migliorò neppure con l’istituzione di una commenda.

Nel 1519, il monastero e le sue terre, ormai quasi allo sfacelo, vennero cedute ai canonici lateranensi di Santa Maria della Passione di Milano, i quali ne fecero un’azienda agricola.

Nel 1797 fu nuovamente venduta dopodiché, perse le funzioni monastiche, il complesso venne smembrato in lotti e gli edifici furono adibiti a cascine, depositi agricoli ed abitazioni.

Finalmente, negli anni correnti dal 1960 al 1970, interventi di restauro da parte della Provincia di Varese impedirono la completa rovina dell’edificio.

In particolare, fu restaurato il chiostro, composto da 46 colonne con bei capitelli scolpiti disposti su tre lati, mentre il quarto lato è composto da archi di mattoni.

La stratificazione temporale delle edificazioni è evidente osservando i diversi stili architettonici e la varietà dei materiali di costruzione impiegati.

Al nucleo primario della torre e della chiesa, sembrerebbero essere stati aggiunti successivamente un corpo di fabbrica (che costituisce un lato del chiostro) sul lato sud della chiesa ed in seguito, nel XII secolo, gli altri due lati del chiostro. Nel XIII secolo viene eretto il quarto lato, che ingloba la torre.  Più tardi sarebbero stati edificati gli edifici di servizio alla vita cenobitica e al lavoro agricolo.

L’ampliamento della corte rurale e le decorazioni con affreschi, stucchi e gessi della chiesa sono del periodo di appartenenza del complesso ai lateranensi.

 

·              L’Abbazia di San Donato a Sesto Calende.  L’abbazia sorge in una località anticamente nota con toponimo di Scozola, già sede di un precedente luogo di culto.

La sacralità del luogo è rafforzata dall’esistenza, nei pressi, di una altro luogo sacro preistorico, caratterizzato dalla presenza di alcune pietre dette Sass de preja buja e di alcuni sepolcri.

L’edificazione della chiesa e del monastero è voluta da Liutardo dei Conti, vescovo di Pavia nel periodo tra  l’ 830 e l’ 864 , che concede all’abbazia benedettina benefici che si estendono sia sulla sponda lombarda del Lago Maggiore che su quella piemontese.

La dipendenza dell’abbazia dal vescovado di Pavia in contrapposizione alla sua presenza in un punto strategico nel territorio della diocesi milanese, resero sempre molto difficile e precaria l’esistenza e la vita dell’abbazia stessa, che fu a lungo contesa tra impero e papato.

A cavallo tra il XII e il XIII secolo, papa Innocenzo III confisca i possedimenti dell’abbazia, decretandone la decadenza.

Nel 1392 i monaci sono ridotti a soli due poi, come per le altre abbazie di Ganna e di Voltorre, anche San Donato viene trasformata in commenda nel 1496.

Nel 1534 il monastero e le sue rendite passano all’Ospedale Maggiore di Milano, fino alla definitiva acquisizione sotto Milano nel 1820.

Comincia un periodo di pericolosa decadenza fino a quando il complesso viene restaurato e la chiesa  ridiventa parrocchiale.

L’aspetto architettonico attuale risale alla fine del secolo XI e l’inizio del XII.

Nelle mura perimetrali sono tuttavia presenti pietre con decorazioni alto medievali ed una formella romanica è murata e visibile nei pressi della scala che sale alla sagrestia.

Su uno spigolo del lato occidentale del campanile, a circa 15 metri dal suolo, è visibile una epigrafe funeraria romana.

All’interno della chiesa il  natrace, l’area destinata ai non battezzati, è contrassegnata da colonne romane. Gli affreschi cinquecenteschi sono opera di Cesare di Sesto, mentre le figure e le prospettive settecentesche sono di Biagio Bellotti e Giuseppe Baroffio.

 

Tutte e tre le chiese, sono normalmente aperte al culto.